MUSICA DAL PROFONDO

Victor Grauer

MUSICA DAL PROFONDO. Viaggio all’origine della storia e della cultura

Torino, Codice, 2015

pp. 265, € 18,90

ISBN 9788875785277

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Sei sempre fuori tempo, / così mi uccidi l’Africa / che avrà pure tanti problemi / ma di sicuro non quello del ritmo» (Elio e le Storie Tese, Parco Sempione)

 

Nel 1882, Ignatius Donnelly pubblicava un libro che il prof. Ciardi sicuramente conosce bene: Atlantis. The antediluvian world, opera che diede linfa vitale rinnovata all’interesse per il mito di Atlantide, l’isola dalla quale sarebbero uscite tutte le civiltà del mondo, tramite i sopravvissuti allo sprofondamento dell’isola nell’Oceano Atlantico. Anche se proviamo un po’ di imbarazzo dicendo cose che magari il prof. ha già detto diverse volte, vogliamo comunque parlare un po’ del successo della fantastoria di Donnelly per capire i motivi che spingono gli uomini di ogni epoca a organizzare spedizioni mentali verso le origini della specie umana.

Giustamente, all’avanguardia di queste spedizioni ci sono discipline scientifiche oggi consolidate come la demografia storica, la paleogenetica, e la paleontologia. Eppure, le trovate editoriali non potevano mancare in tutta questa faccenda (e non mancheranno mai). In questo senso è davvero istruttivo constatare la forza quasi magnetica di libri come Atlantis che, invece di parlare chiaramente di ciò che non si conosce ancora attraverso la formulazione di questioni rilevanti, mischiano cose che sappiamo già con cose che non sappiamo (ancora) e che comunque ci sottomettono al regime della curiosità permanente. “Da dove siamo usciti tutti?” è una di quelle domande che non si formulano per necessità ma per il gusto di ascoltare le risposte che potrebbero saltare fuori (come le risposte dei bambini che Jean Piaget registrava nel suo La représentation du monde chez l’enfant, 1926), e la risposta di Donnelly è idonea per farvi capire ciò che intendiamo quando parliamo di “quasi magnetismo”:

  1. Snaturiamo il dibattito (oggi datato, ma sempre molto in voga) sulla monogenesi/poligenesi delle razze umane in modo tale da associare ad ogni razza un grado di civiltà pre-stabilito. Esempio: “tutta la cultura materiale che conosciamo fu ereditata dai colonizzatori di Atlantide che viaggiarono per tutto il mondo, e la razza ariana è la migliore perchè, oltre all’eredità tecnica, i suoi membri sono i più diretti discendenti dalla popolazione originale”.
  2. Troviamo un punto di appoggio per la nostra fantastoria nello scrittore autorevole (storicamente esistito, oppure no) più antico che ci possa venire in mente e i cui scritti pertinenti al tema ci siano stati tramandati. Esempio: Platone, Ermete Trismegisto, Zhuangzi, va bene pure qualche vita passata del Dalai Lama.
  3. Individuiamo somiglianze fra i fatti della nostra fantastoria e i fatti raccontati in una qualche Sacra Scrittura o in un qualche racconto cosmogonico inserito in qualche orizzonte mitico-religioso, e attribuiamo gratuitamente accuratezza alla nostra fantastoria al di sopra del racconto accettato dai fedeli, ché nella nostra prospettiva “oggettiva” sono sicuramente essi a confondere fatti e finzione. Esempio: il diluvio universale oppure la parusia, più comunemente conosciuta come “il giudizio finale”.

Ecco che salgono, come per magia, le probabilità di una comparsa di Atlantide nelle vostre conversazioni quotidiane: “se sale il livello dell’acqua degli oceani, alcune città di mare farebbero la fine di Atlantide”, “con tutti quei disegni egiziani, è difficile non pensare che l’isola di Lost possa essere in verità Atlantide” e il nostro preferito “tutte queste abilità che condividono le civiltà più evolute che sono fiorite sul pianeta devono per forza avere un’origine comune, non bisogna affrettarsi a scartare la possibilità che qualcosa del racconto di Atlantide sia parzialmente vero”. Quel qualcosa di verità è una sorta di corto-circuito che scatta per via della nostra tendenza a porre un’immensa distanza materiale e logistica fra noi e i primi uomini anatomicamente moderni (AMH) che camminarono su questa valle di lacrime, un paio di centinaia di migliaia di anni fa: ci deve essere stata una persona, o magari varie persone, a insegnare agli ominidi le cose che oggi ci rendono delle creature così sofisticate, che siano stati i colonizzatori di Atlantide, gli Anunnaki, Prometeo oppure Naylamp.

 

Invece, non è necessario pensare ai primi homo sapiens come se si trattasse dello “scimmione senza ragione” di cui si parla nella bellissima canzone 750 000 anni fa l’amore (1972) del Banco del Mutuo Soccorso, anche perché 750 000 anni sono troppi per parlare dei temi toccati in Musica dal profondo di Victor Grauer, il quale ci invita a seguire il percorso di un’ipotetica cultura di base condivisa dai nostri più lontani antenati, una cultura che dopo avrebbe accompagnato i primi migranti che uscirono dall’Africa in direzione est, fra gli 80 000 e i 60 000 anni fa. Ma «prima di poter tracciare un ritratto completo dei nostri antenati comuni dobbiamo dimenticare tutte quelle teorie basate su universali, o sulla nozione che esista un comportamento standard presso i gruppi di cacciatori-raccoglitori, ivi compresa l’idea che il più recente antenato comune dovesse essere innatamente violento» (p. 214).

 

Fatte queste osservazioni, possiamo continuare con il nostro viaggio verso l’origine della cultura. È veramente sorprendente, quanto pronti siano i narratori di racconti come Donnelly a pensare che i “portatori di civiltà” siano stati in grado di raggiungere così tanti posti sul pianeta, assumendo senza nessun fondamento che questi padri fondatori avrebbero trovato dappertutto gente tutta uguale, disposta a sentire le buone ragioni della civiltà (e non fare come i cannibali di Ruggero Deodato o il comitato di accoglienza che si trovò Magellano nelle Filippine). Questa disposizione di animo è l’effetto principale di un certo nostro modo di pensare il primitivo, ovvero (nei termini di Donnelly o di chi per lui) di pensare al fatto che la nostra capacità di ragionare è stata una scoperta allo stesso modo in cui uno scimmione senza ragione ha scoperto il fuoco: così, Grauer deve iniziare la sua analisi della musica dei pigmei e dei boscimanni raccomandando di non considerare queste popolazioni di cacciatori-raccoglitori che ancora oggi popolano l’Africa sub-sahariana come se fossero “reliquie vive di passati remoti” e il loro stile di vita sia “una finestra verso il nostro stile di vita più primitivo” (ahimé, come se avessimo già accettato che non siamo mai stati moderni!): «non si può realmente parlare di una cultura del cacciatore-raccoglitore in generale, ma di moltissime culture diverse, con alcuni tratti comuni e altri distinti; quindi per poter affermare che i cacciatori-raccoglitori sono i nostri antenati più antichi è necessario in primo luogo universalizzarli, ossia eliminare la maggior parte dei riferimenti alle loro specificità e, di fatto, essenzializzarli, scorporandoli dall’esistenza reale per trasferirli in uno stadio evolutivo idealizzato, trasformandoli così in un “mito”» (p. 28), e i miti sono belli da ascoltare, ma non da prendere insieme a quelle che ci piace definire come “cose che non sono né bufale né ciance né disinformazione”.

 

Per non prenderli come mitico “punto di inizio” della nostra marcia trionfale da animali a dèi basta percorrere seriamente la strada in senso inverso, servendoci di quelle discipline che menzionavamo all’inizio, demografia, paleogenetica, paleontologia e materie affini. Grauer infine arricchisce il panorama della nostra ricerca con il contributo dell’etnomusicologia, santo rimedio per quelle correnti di archeologia e antropologia che puntano esclusivamente sulla cultura materiale e sul concetto di “evoluzione convergente”; Grauer sostiene comunque il dialogo con rappresentanti di altre discipline, soprattutto con Stephen Oppenheimer (The real Eve. Modern man's journey out of Africa, 2003) e Marija Gimbutas (The civilization of the goddess. The world of old Europe, 1994). Il retroterra della sua ricerca resta però il lavoro di Alan Lomax (Folk song style and culture, 1968), il quale si diede al monumentale compito di campionare tutta la musica autoctona dei più svariati posti al mondo negli stessi anni in cui la tendenza era aspettare il nuovo album della nuova rockstar.

 

L’analisi cantometrica di Lomax ha prodotto risultati che permettono a Grauer di presentare l’evidenza musicale come un argomento potente, in grado di ricostruire l’avventura dell’AMH fuori dall’Africa e verso il resto del mondo, ma anche ciò che è successo prima dell’avventura, quando abbiamo iniziato con l’imitare gli urli delle scimmie antropomorfe e siamo passati successivamente al canto degli uccelli con flauti di osso (siamo millenni prima di Ian Anderson dei Jethro Tull), tutto in termini di vantaggi evolutivi. All’origine della storia e della cultura, ci troviamo insomma con il musilinguaggio, la primissima forma di comunicazione intra-specifica di cui ci siamo serviti: «è importante capire che è l’organizzazione in sistema ad aver permesso il salto di qualità, la creazione di veri e propri tonemi. Una nota non sarà mai un tonema, né un urlo singolo può essere la base di un linguaggio e di un sistema di valori» (p. 195); se cantiamo insieme, quindi, va tutto bene, a patto che nessuno voglia andare fuori tono. A quanto pare, non siamo noi gli esclusivi detentori del privilegio di portarci la musica in giro: decine di migliaia di anni fa, senza iPod, i primi migranti portavano già con sé il seme non di ogni canzone ma addirittura di ogni cultura di cui oggi sappiamo qualcosa.

 

Ottimo lavoro dei ragazzi di Codice Edizioni che fanno un regalo a coloro che, come i redattori di Deckard, soffrono di dipendenza da carta stampata, cioè condensare in un solo indirizzo URL i molteplici riferimenti audiovisivi di cui Grauer si è servito per svolgere il suo argomento, il risultato di molte indagini svolte e curate in un blog e che oggi troverete nelle librerie di vostra preferenza.