UN GIORNO TRISTE COSÌ FELICE

Lorenzo Iervolino

UN GIORNO TRISTE COSÌ FELICE. Socrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario

Roma, 66thand2nd, 2014

pp. 343, € 17,00

ISBN 9788896538821

 

di Paulo Fernando Lévano

 

(*)

 

«S. – Tutti, in questo paese, capiscono di futebol. Ma nessuno capisce niente di politica. Continuare a parlare solo di calcio porta la nostra gente a trascurare tutto il resto. Ed è esattamente il modo col quale si continuano a tenere i cittadini-calciatori nell’ignoranza, evitando che il loro mondo fuoriesca da quello del futebol.

G. – Come sarebbe a dire?

S. – Sarebbe a dire che l’ignoranza è una forma di oppressione! Il sistema calcio difende la mancanza di conoscenza e autonomia. Più ignoranti rimangono questi lavoratori, tanto più facile sarà controllarli. Soltanto una maggiore informazione può fermare questo ciclo. E ovviamente non mi riferisco solo a quel che avviene per i calciatori, ma per tutti gli strati di popolazione che in questo paese non hanno accesso alla partecipazione nelle decisioni.

G. – Ci stai dicendo che non dovremmo più scrivere di calcio?

S. – No. Dico che nessuno dovrebbe leggervi». (pp. 114-5)

Ci sarebbero due criteri di idoneità per leggere questo libro, nel caso non fossero rispettati temiamo che la lettura perderebbe molto. Il primo si presenta subito come un chiarimento: il Socrates di cui si parla non è ho Sokrates dei dialoghi di Platone, la legendaria arcinemesi di Nietzsche, ma Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira (1954-2011), il leggendario calciatore del Corinthians e capitano della nazionale brasiliana di calcio ai Mondiali del 1982 e 1986; sicuramente il prof. Ciardi ricorda il suo breve (forse anche nefasto) periodo alla Fiorentina. 

 

Nessuno sbaglio, comunque: là sopra dice “cultura scientifica e filosofica”; pensiamo però di rendervi un buon servizio offrendo profili di personaggi, come dire, non-canonici della storia del pensiero occidentale; se è lecito iniziare da una figura “vissuta” più di due millenni fa, allora non ci sembra così spropositato proporvi questa biografia romanzata di Lorenzo Iervolino, componente della direzione artistica del Flep! Festival delle Letterature Popolari (più informazioni qui), il racconto di un viaggio nei dettagli più intimi della vita del doutor da bola (letteralmente, “il dottore della palla”) attraverso interviste con persone che hanno fatto conoscenza del calciatore brasiliano attivo dalla fine degli Settanta alla fine degli anni Ottanta.

 

La seconda cosa da specificarvi è che trovare Un giorno triste così felice una lettura interessante presuppone una certa presa di posizione rispetto alla pratica attuale del giornalismo sportivo. Aldo Biscardi, Maurizio Mosca, Giampiero Mughini e dintorni sono tutti prescribendi. Una conseguenza inaspettata di questo secondo criterio per leggere il libro di Iervolino è quella di intraprendere un percorso alternativo al solito proggetto intellettualistico di distinguere tra forme colte e forme popolari di intrattenimento, in base alla semplice constatazione che le prime sono per pochi iniziati e le seconde per il volgo ignobile. Questa distinzione gira intorno al concetto di fruizione estetica, un modo “giusto” e “oggettivo” di apprezzare il gioco che coinvolge nel proprio discorso un vero e proprio ginepraio di fattori o ambiti che hanno più o meno rilevanza a ciò che si vuole dire per sustentare un determinato giudizio, per esempio.“<a, B> è stata una giocata geniale”, oppure “a è un pollo”, oppure “B è un fallo inesistente”. 

 

Il gioco così diventa serio, si fa materia di una discussione accannita che si porta faticosamente avanti fra articoli di giornale e commenti in trasmissioni televisive alla ricerca di un’opinione che trasformi il rispetto dei tifosi in una sorta di evidenza astratta del senso della proposizione “amo <x è la mia squadra>”. Come se si volesse dire “abbiamo ragione e anche se non siete disposti ad ascoltare i nostri motivi vi spiegheremo il perché; se, dopo che ve l’abbiamo spiegato, non condividete la nostra opinione allora non si tratta di semplice disposizione: siete incapaci di capire”; il che potrebbe riassumersi nella salomonica formuletta “voi fate il tifo per una squadra diversa dalla nostra”, molto meno spigolosa da analizzare.

 

Detto tutto ciò, possiamo subito affermare che l’espressione jogo bonito ha poco a che fare con una fruizione più o meno “corretta”, e osiamo ancora di più: non solo è inopportuna, ma inoltre non è divertente. Quello che i “calciomanti” (colti in pieno con “G”, l’interlocutore giornalista di Socrates nel brano riportato all’inizio) della stampa e della televisione vi spacceranno spesso come “emozioni” o come “momenti importanti nella storia del calcio” hanno al centro un cittadino che svolge con fantasia il proprio mestiere per una tifoseria fatta di cittadini che cantano il proprio tifo: il calcio al servizio dei cittadini e non viceversa. Non si tratta quindi di emozioni o consapevolezze “oggettive”, mai e poi mai, quello in fin dei conti resta disponibile soltanto al giocatore e al suo rapporto sotterraneo con i tifosi (diciamo “sotterraneo” poichè sfugge a tutti i tentativi aerofotografici dei calciomanti di stabilire limiti precisi fra ciò che in calcio è oggettivo e ciò che è puro amor di tifoso). L’oggettivo in calcio sfugge, si trasforma ogni volta che un giocatore gioca a pallone (**); c’è poco su cui ancorare un’opinione calcisticamente più “oggettiva” riguardo una moviola, un’azione di calciomercato oppure uno scandalo, come quello che vede coinvolto Luciano Campitelli e il retrocesso del Teramo Calcio.

 

Socrates, un po’ (ma non proprio) come il suo omonimo ateniese accerchiato dai sofisti, rivendica il protagonismo umano del calcio rispetto all’egemonia della prassi informativa e, così facendo, pone tutta la questione della vita in società su un piano etico, quasi come se l’unico giornalismo sportivo che concepisse o Magrão fosse la compilazione degli album di figurine Panini. Socrates infatti era convinto che, affinchè il gioco resti un gioco, l’interazione deve restare intima: i giocatori, la palla sul campo e la curva curveggiando (e il mondo mondeggiando e il nulla nulleggiando), tutto il resto sono vere e proprie cianfrusaglie oppure, per essere un po’ meno dessacranti, memorabilia. Tra giocatori, pallone e curva scaturiscono senza dubbio delle emozioni, ma sono emozioni personali che poco hanno a che fare con l’oggettività: nell’evento del calcio (come del resto nell’evento di qualsiasi sport), non si è mai testimoni della gioia (o della disfatta), ma la si condivide direttamente, più si è e più intensa è la gioia (o la disfatta).

 

Novanta minuti non basteranno sicuramente per leggere questo bellissimo libro, ma quando avrete finito capirete almeno perché non potete più fidarvi di giornalisti sportivi che considerano l’apposizione dell’aggettivo “sportivo” come una sorta di esonero, che renderebbe del tutto legittimo ignorare il fatto che lo sport più popolare è costantemente assillato dalla cupidigia dei dirigenti e dalla boria di coloro che investono nel calcio per il semplice gusto di fare investimenti redditizi, il tutto in un contesto che ha dell’assurdo piuttosto che del gioiso: brasiliani che l’anno scorso occupavano le strade delle loro città urlando não vai ter copa, manifestando contro la stessa Coppa del Mondo che dovrebbe essere la festa più importante del calcio. Il giornalismo sportivo che vi viene proposto ha fatto qualcosa di veramente eccessivo, anche per dei filosofi come noi: a forza di volere essere oggettivi, si sono sganciati dalla realtà.

 

(*) A Graziano Mazzocchini, o doutor da filosofia, um cara verdadeiramente foda.

 

(**) Rimandiamo a un’interpretazione magistrale di ciò che accade con un pallone e un giocatore: il quarto capitolo di Le parasite, di Michel Serres (1980), sempre più convinti che quello che manca alla metafisica, specialmente all’ontologia, sono partite di calcetto fra simposio e simposio.