STORIA VERA E TERRIBILE TRA SICILIA E AMERICA

Enrico Deaglio

STORIA VERA E TERRIBILE TRA SICILIA E AMERICA

Palermo, Sellerio, 2015

pp. 218, € 14,00

ISBN 9788838933202

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«The last and final moment is yours, that agony is your triumph». (Joan Baez, Here’s to you, 1971)

 

«Il Negro non è l’essere umano al più basso gradino. La condizione del contadino di colore nelle parti più arretrate degli Stati Uniti d’America, anche là dove riceve la minima istruzione e ha i minori incoraggiamenti a migliorare, è incomparabilmente la migliore delle condizioni e delle opportunità offerte alla popolazione della Sicilia». (Booker Taliaferro Washington, cit. in p. 204)

 

(Vogliamo iniziare ammonendovi subito: sarà fatto, infatti, un uso abbondante di aggettivi che, essendo riferiti a esseri umani, potrebbero sorprendere per le loro connotazioni razziste: la redazione tiene a cuore chiarire che il politically correct ha le gambe lunghe e le braccia corte, come un T-rex, e quindi finisce per addentare quello che dovrebbe venire manipolato delicatamente con i polpastrelli. Denominazioni come “negro”, “dago”, “essere umano inferiore”, “siciliano mafioso” e “contadino ignorante” compariranno non soltanto in questa recensione o nella Storia vera e terribile, ma nella vita reale, per strada o in Tv, nei controlli polizieschi in stazione e nei commenti più innocenti dei vostri colleghi nella pausa pranzo; non vediamo dunque la necessità di nascondere l’uso di espressioni sfortunate per raccontare quegli intervalli tragici e veramente squallidi che caratterizzano le origini della modernità contemporanea in tutto il loro non-splendore).

La narrazione di Deaglio è agile, riesce a trasformare in carta stampata l’economia dell’informazione che caratterizza gli attuali servizi giornalistici,  abbondanti nella Tv italiana: come una sorta di giallo, l’autore però supera immensamente i suoi omologhi televisivi, abbandonando le droghe dell’attualità e dell’esclusività e consegnando ai lettori un caso storico particolarmente interessante, attraverso una scrittura molto scorrevole e un’efficiente distribuzione in capitoli: c’è persino spazio per qualche fotografia d’epoca dei personaggi che, in maggiore o minore misura, ebbero a che fare con questa Storia vera e terribile.

 

I protagonisti furono sudditi di sua maestà Umberto I, allora re d’Italia, e il teatro degli eventi fu la Louisiana di fine Ottocento, tra l’altro uno dei focolai di nascita di quello che dopo sarebbe stato il Ku Klux Klan (che chiameremo, amichevolmente, “3K”). I tristi fatti sui quali Deaglio svolge la propria indagine giornalistica (ma soprattutto storica) sono i seguenti: il 20/07/1899 cinque cefalutani, immigrati in America all’inizio del decennio in questione, vennero linciati dagli abitanti di Tallulah, paese in cui svolgevano le proprie attività di commercianti, dopo un confuso incidente in cui uno di loro venne aggredito dal medico autopsista residente nel paese; dopo che fu data morte violenta a due di essi (coinvolti nell’incidente vero e proprio), gli altri tre vennero reclusi nella prigione del paese ma vennero prelevati, la sera stessa, dalla turba infierita e ubriaca e spediti nell’aldilà con la medesima incivile ritualità popolare. «Questo era quello che un siciliano si poteva aspettare, se incappava nella giustizia dell’uomo bianco. Quando poi a chi era un “bianco”, chi era un “nero”, chi era un “dago”, la scienza e la giurisprudenza americana, proprio in quegli anni lavoravano con alacrità» (p. 121). 

 

La lettura di questa Storia vera e terribile potrebbe impedire al lettore di trovare ancora divertente la voce di Super Mario, soprattutto in quei momenti in cui Deaglio riporta le ultime parole di uno degli immigrati linciati: «I liva here sixa years. I knowa you all. You alla my friends», frase struggente se collocata in bocca a un personaggio veramente esistito, in un contesto come quello presentatoci da Deaglio, che interagisce con le fonti documentarie in modo tale da spalancare le porte della sua scrivania, piazzando il lettore nel bel mezzo delle indagini in corso, in attesa di un nuovo articolo dell’epoca o di una nuova testimonianza che faccia andare avanti la storia; nell’impegno continuo di trasmettere sia la sostanza dei fatti che il cumulo di superstizioni e bufale che spingeva la turba linciatrice, l’autore può trovare un suo riscontro, nonché illustre antecedente, nello stile franco ma suggestivo del Racconto di un naufrago di Gabriel Garcia Marquez (1970), un altro felice incontro fra la letteratura e il tema della memoria collettiva.

Fa bene chi ricorda, a ricordare tutta la storia. Spesso, setacciamo gli eventi tragici all’alba dei tempi odierni, e facciamo facile uso di concetti come “vittima”, “carnefice”, “civiltà”, “barbarie”, senza badare ai complessi meccanismi che fanno da cornice ai medesimi eventi tragici: pensiamo che tutte le vittime e tutti i carnefici di ogni tempo siano la stessa cosa, ma in realtà tutte le vittime e tutti i carnefici di ogni tempo fanno la stessa cosa, e l’unica cosa che potrebbe accomunare le loro singole testimonianze sarebbe la complicità, il calcolo, insomma il racconto dominante che spazza via la dimensione creaturale delle persone rimaste coinvolte. Ecco il rimedio della letteratura, l’opportunità che ogni lettore può concedere ai cinque siciliani barbaramente uccisi alla fine del secolo più brutto di tutti (opportunità reperibile nel decimo capitolo): ascoltare la versione di coloro che non poterono dirla a nessuno. 

 

«La gente qui è strana, è piena di superstizioni. Hanno paura di tutto, dei negri soprattutto. Hanno paura che si vogliano vendicare perché loro li hanno tenuti schiavi e gli yankees sono venuti a proteggerli. Hanno paura che le donne restano [sic.] incinte dei negri e che loro sono cornuti e che così la razza bianca si perde. Io la vedevo in un’altra maniera, io sono un tipo ottimista. Che fastidio ti dà, dicevo, se la mia frutta la compra anche un negro? Mica la sta rubando a te. Eh, ci vorrà molto tempo prima che cambiano, questi. E poi sono ignoranti. I padroni che stanno nelle belle ville, sono loro che gli mettono in testa queste pazzie. Li trattano come dei cani, li tengono al guinzaglio e poi li scatenano. Adesso gli hanno detto che noi diventiamo cittadini americani e votiamo e il prossimo sceriffo sarà siciliano e il paese sarà comandato dai dagos e dai negri» (p. 172).

 

Barbarie? Sì. Ignoranza? Sì. Ma soprattutto: scienza e giurisprudenza sulla stessa nave negriera indirizzata verso il porto di una società razzista piena di razzisti. Non è affatto una coincidenza che le persone a cui preoccupa seriamente il razzismo pensino pressappoco allo stesso modo: il razzismo non poggia sul fatto che alcune persone hanno la pelle scura e altre persone hanno la pelle chiara, oppure sul fatto che Usain Bolt corre velocissimo e i sudcoreani sono bravi a giocare a Starcraft; e anche se queste occorrenze possano venire assunte al livello di evidenza sufficiente per affermare “non siamo tutti uguali”, il problema vero e proprio del razzismo è che arriva a un punto in cui prolifera, e si serve, per proliferare, delle istituzioni con cui teniamo ferma la realtà. Coloro che si preoccupano seriamente del razzismo non pensano che i razzisti stessi siano un problema (ognuno è libero di pensare come gli pare, dopo tutto) ma sicuramente pensano che se il razzismo assume sembianze organizzate, allora esso non troverà nessuna resistenza da parte delle istituzioni, quando vorrà infiltrare i suoi esponenti in esse.

 

Forse è questo lo spunto più interessante da trarre, avendo a che fare con la lettura di questo libro. Quando si parla di razzismo, forse conviene, per non farci sorprendere dall’orrore, chiedersi innanzitutto chi metta in testa alla gente queste pazzie: è inutile cercare di dimostrare (e convincere), nel 2015, a un razzista che la frenologia, Atlantide e il cosiddetto “immigrato di Schrödinger” (non lavora e vive con i soldi dello Stato, ma allo stesso tempo ruba il lavoro e abbassa gli stipendi) non hanno, nei confronti della realtà, il minimo potere esplicativo, non possono costituirsi in spiegazione sensata e neutrale di ciò che oggi viene chiamato eufemisticamente “intolleranza”. E siccome è davvero inutile, meglio iniziare a rintracciare qualche responsabilità in qualche leader di opinione pubblica, o in qualche sito di divulgazione, oppure in qualche linea editoriale di qualche organo giornalistico: insomma, mettere sotto assedio la sorgente della “cattiva scienza” per costringere alla fame chi ne fa uso a sostegno della propria cosmovisione.

 

A cosa spinga il razzismo, ce lo dice la storia della stupidità umana. Cosa spinga il razzismo stesso, ce lo potranno spiegare letture come quella della Storia vera e terribile sulla scia di uno studio storico (serio) dei moti migratori nell’età contemporanea (per esempio, Francesca Fauri, Storia economica delle migrazioni italiane, 2015). Diffidate da chi ne faccia uso politico o scientifico, poiché non c’è niente che voi possiate fare, al di fuori di esserne a conoscenza e di non dimenticarne i momenti più squallidi e tragici.

 

«Forse una cosa sola accomunava gli italiani, allora: la disperazione, che spingeva milioni di persone ad imbarcarsi per il Nuovo Mondo. L’Italia povera, l’Italia sconfitta dalle politiche della monarchia, quella pellagrosa del nord, così come le moltitudini sconosciute della Calabria, della Sicilia, della Sardegna, saliva sui bastimenti per ricostruire se stessa in Argentina, in Brasile e negli Stati Uniti d’America. I prefetti e i preti incoraggiavano l’emigrazione, spesso la istigavano. Meno rivolte in patria, meno bocche da sfamare. La burocrazia statale conteggiava con orgoglio la quantità delle rimesse per le famiglie rimaste a casa. L’Italia scopriva il proprio, particolare, modello di sviluppo» (p. 48).