HOUELLEBECQ ECONOMISTA

Bernard Maris

HOUELLEBECQ ECONOMISTA

Milano, Bompiani, 2015

pp. 135, € 13,00

ISBN 9788845279577

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«An old man turned ninety-eight, he won the lottery, he died the next day» (Ironic, Alanis Morissette).

 

Potreste interpretare come “cattiveria” la mia fissazione con Michel Houellebecq, e comunque non sarebbe un’impressione molto lontana dall’effettivo stato di cose: ero già d’accordo con il professore Arturo Mazzarella, allorché recensivo Il male necessario, quando si affermava che la cifra caratteristica dei romanzi di Houellebecq è la rappresentazione dei personaggi come individui buffi e svogliati che dovrebbero rappresentare le cose che più caratterizzano il cittadino occidentale dell’ipertecnologica società dei consumi. Anche il fu Bernard Maris era della stessa opinione, ma questo per lui era una cosa buona, valida, verosimile: «gli acquirenti che si credono eterni, che vogliono ringiovanire consumando e annegano nella paccottiglia, sono il cuore dei romanzi di Houellebecq» (p. 129), scriveva in questo saggio, che usciva in francese quasi come un preludio a Sottomissione, e la cui traduzione postuma all’italiano esce per i tipi di Bompiani (a quanto pare, la gallina che depone le uova d’oro è stata trovata); consumatori devoti o fanboys, consumatori tecnici e consumatori “nuovi”, una facilità tassonomica che il lettore troverà sempre gradevole, qualora stia cercando delle soluzioni tascabili per capire il mondo che lo circonda. Sembrerebbe che in quelle vesti ci arriva lo Houellebecq di Maris, economista, professore universitario, patito di John Maynard Keynes, consigliere e conferenziere.

 

Si ammetta pure che il titolo non promette il massimo della serietà (questo viene ammesso onestamente da Maris a p. 129, scusate per lo spoiler), ma c’era qualcosa nella quarta di copertina che mi ha spinto a prendere questo Houellebecq economista e recensirlo; si trattava di una foto di Maris sorridente, come a sfidare la barbara fine che gli è toccata. “Eccovi il mio canto del cigno” sembra insinuare lo sguardo di Maris, in un’esperienza che a me è parsa simile a quella di Walter Benjamin e la moglie suicida del fotografo Karl Dauthendey ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (a cura di Francesco Valagussa, Einaudi, 2014).

 

Quali grandi lezioni ci lascia Maris prima di sacrificarsi in nome della civiltà occidentale? Vediamo un po’: «per comprendere la vita, gli economisti non smettono di togliervi il sale, l’amore, il desiderio, la violenza, la paura, il terrore, in nome della razionalità dei comportamenti» (p. 15), «lo statuto epistemologico della legge della domanda e dell’offerta è roba da bar di quartiere» (p. 32), «gli economisti hanno sempre voluto applicare delle leggi naturali ai comportamenti umani» (p. 105), «il mondo dell’economia è quello dell’odio e dei colpi terribili, insidiosi e sornioni, delle lente segrete torture, invisibili spesso, mortali talvolta, deleterie sempre» (p. 113). Non sono tutte le lezioni, ma intanto facciamo un minuto di silenzio per discutere di quanto finora affermato.

 

Tralascio la leggerezza nomologica con cui Maris guarda alle discipline economiche [1], non mi soffermo nemmeno sull’equivalenza fra i dibattiti contemporanei dell’economia e la visione di un mondo decadente post-caduta-del-muro-di-Berlino che Maris e Houellebecq sembrano condividere [2]; mi lascia quantomeno perplesso (ma mi offre un ottimo scenario per discuterne) la ricollocazione della legge di domanda e di offerta in un bar di quartiere, ma d’altronde sono convinto che la lettura di Maris, lungi dall’assestare un colpo alla saldezza di tale legge, eleva invece gli animi del bar del quartiere a discussione seria. 

 

Dopo tutto, in Houellebecq economista si può anche leggere quanto segue: «la felicità è incompatibile con l’uso della ragione» (p. 37), «che cosa c’è di più misterioso, infinito ed eterno del sesso di una donna?» (p. 72), «la fotografia non è arte. (...) Ciò che produce ha un valore? Il mercato risponde: ciò che fa ha un prezzo, un valore di scambio, e molto alto» (p. 90), «la responsabilità degli architetti nell’imbruttimento del mondo e nell’abbruttimento delle masse è stupefacente» (p. 94), e la mia favorita «senza dubbio i nostri miliardari, la cui ricchezza si accumula esponenzialmente, saranno i futuri clonati, coloro che potranno approfittare dei progressi della medicina e della scienza quando la quasi totalità degli esseri umani non vi avrà più accesso. La scomparsa della specie umana dev’essere accettata con rassegnazione e dolcezza» (p. 112). Si parla di valore e non c’è nemmeno un accenno in tutto il libro all’opera di Piero Sraffa; e siccome non voglio sembrare presuntuoso rimandando al brano di Winfred Sebald riportato nella recensione al libro di Mazzarella, vi chiedo di rileggere la genialata dei cloni dei miliardari, e pensare alla seguente assenza nel libro: non vi sembra di leggervi un’istanza fantastica del cosiddetto principio di Pareto? Eppure, nemmeno il buon vecchio Vilfredo Pareto compare fra gli invitati a prendersi l’amaro al bar con l’autore.

 

Anche se può sembrare gioco sporco recensire negativamente il libro di qualcuno che è morto da poco (poiché non può più rispondere), il compromesso di divulgazione filosofica e scientifica che osserva ogni recensione di questa piattaforma è indicarvi letture tendenziose o incomplete che possano semplificare illegittimamente un discorso molto complesso. Detto questo, posso confessare che urta un po’ leggere fra le pagine di questo libro quanto segue: «tutti gli scrittori degni di questo nome faranno psicologia meglio di Freud, che sapeva scrivere, e sociologia meglio del caro Bourdieu, che non sapeva farlo. Non parliamo di filosofia: nessun filosofo può aspirare a un centesimo della verità contenuta in un grande romanzo – e del resto nessun filosofo onesto direbbe il contrario neanche per scherzo» (pp. 13-14) [3]. Lungi dal proporre un invito alla lettura dell’opus houellebechiano, tutto il discorso di Maris si configura come una sorta di accorgimento che deve venire predicato, direi addirittura contagiato a voi lettori; fondamentalmente poiché, della lettura che farete, si afferma che non ci sarà nessun effetto rilevabile, tanto «non spazzerete mai via la polvere grigia dei numeri, della pubblicità, degli slogan, che vi annebbia gli occhi che ormai non potete più aprire» (p. 131).

 

In pratica, leggere Houellebecq è meglio di leggere gli economisti, nella misura in cui si pensi che l’economia si riduca ai rispettivi capisaldi delle riflessioni di Malthus, Smith, Marx, Fourier, Saint-Simon, Schumpeter, Keynes e Marshall (e comunque non si può dire di nessuno di questi autori che le loro preoccupazioni teoretiche siano state soltanto economiche). Ora: è necessario, per andare avanti, riconoscere che nessuna disciplina scientifica può vantarsi di avere una storia lineare ed uniforme, nessuna disciplina scientifica può venire presentata come una serie di accorgimenti sempre più numerosi e cruciali; così, dovrebbe risultare molto più semplice capire perché questo libro fallisce nella sua tesi principale: la lettura di Houellebecq definitivamente non vi dà sufficienti prospettive sulle scienze economiche, perché i romanzi in questione sono delle sbirciate ossessive sulle vite di individui che si vogliono tenere staccati dallo spazio sociale, e l’economia invece inizia quando gli individui accettano di condividere uno spazio comune in cui i legami sociali coinvolgono anche i rispettivi patrimoni di chi vi partecipa. In poche parole, il posto che l’economia occupa nell’immaginario houellebechiano (e comunque, di vera economia se ne parla pochissimo) è soltanto marginale perché Houellebecq ci consegna, per puri scopi narrativi, personaggi invulnerabili alle spinte della “mano invisibile”. Ma l’economia non è una narrazione (l’ironia di cui parla Alanis, invece, lo è).

 

Anzi, la lettura di questo libro vi dà la sufficiente prospettiva per capire in che cosa consista precisamente la banalità dell’essere buffi e allo stesso tempo staccati dal mondo che ci circonda: il movimento caotico delle particelle elementari aiuta a negare ogni collettività, la scarsità presa come fulcro dell’economia serve a giustificare il cinismo dei personaggi, che non sanno distinguere fra la natura cattiva e la maledizione di essere vivo, ma questo ha poco a che fare con l’economia. Davvero ci delude, infatti, che si tratti di una presentazione disonesta, che non sembra avere altro scopo se non quello di convincervi a comprare romanzi di Houellebecq, anche alla stregua di menomare la storia di una disciplina e spacciare le nozioni di “crisi economica” e “crisi dei valori o della civiltà” come se fossero una sola cosa.

 

L’economia è stata spesso sede teorica di riflessioni complesse sulla vita degli uomini in società: questo è l’unico punto di partenza per capire seriamente di cosa si parla quando parliamo di economia. Altrimenti, mi viene da pensare che l’ultimo messaggio di Maris è quello di sbeffeggiare davanti a ricerche molto serie e ben fatte come quelle del prof. Gianfranco Sabattini su Abraham Wald o del prof. Roberto Scazzieri su Albert Aftalion. E non ci sarebbe da sorprendersi, visto che a p. 39 l’autore ci invita invece a festeggiare le deplorevoli considerazioni antropologiche di Houellebecq in merito all’Islam, contenute in Piattaforma (Bompiani, 2009; non le riproduciamo qui poiché non vogliamo fare la fine dell’autore).

 

[1] E rimando a Maria Carla Galavotti, Explanation and causality: some suggestions from econometrics, in Topoi #9 (1990).

 

[2] E che, a ben vedere, non può dirsi cagionato esclusivamente dall’economia.

 

[3] Evidentemente, Maris non ebbe l’opportunità di leggere i lavori di De Benoist, di Severino o di Sloterdijk.