VITE VIOLENTE

Giovanni Starace

VITE VIOLENTE. Psicoanalisi del crimine organizzato

Roma, Donzelli, 2014

pp. 182, € 18,00

ISBN 9788868431365

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Andando avanti in questa ricerca, mi sono sempre più reso conto che, per comprendere le caratteristiche intime di un processo psicologico individuale, sia necessario mettersi anche alla ricerca delle determinanti sociali che vengono assunte individualmente. Proprio perché in questi contesti, che hanno valenze traumatiche, la trasmigrazione di contenuti psichici dal sociale all’individuale è particolarmente intensa» (p. 13).

 

Infatti, sono rimasti inesorabilmente indietro i tempi in cui giocavamo a guardie e ladri a scuola oppure nel parchetto dietro casa; dopo un po’ di tempo si smette di giocare ad acchiapparello con i compagni e cambiano gli interessi, iniziano a delinearsi i primi gusti musicali e si scopre che la canzone Police and thieves dei The Clash (1977) in realtà è una cover di una traccia di Junior Murvin, uscita un anno prima a Kingston e prodotta dal leggendario Lee “Scratch” Perry. Una siffatta traducibilità di contenuti testuali dal reggae al punk è da considerarsi esemplificativa della persistenza della criminalità organizzata nei contesti urbani moderni (la cosiddetta “vita in città”), una vera e propria piaga dei nostri tempi, la cui resistenza ad ogni tipo di contenimento fa pensare ogni giorno di più che si tratti di un problema strutturale dei nostri conglomerati sociotecnici (leggasi “comunità di moderni liberi individui”).

 

Per riflettere, dunque, su questo argomento cruciale ce la sentiamo di consigliare questo brevissimo ma interessante studio di Giovanni Starace (Il racconto della vita, 2004; Gli oggetti e la vita, 2013) che ci fornisce un quadro alquanto scarno di ciò che accade nelle regioni psichiche devastate dalla feroce guerra che quotidianamente, isolato dopo isolato, si svolge nelle strade dei quartieri marginali di Napoli. Per dire qualcosa su queste regioni bisogna prima fare qualche considerazione sul campo di battaglia stesso: «i clan che si sono frammentati operano in territori che, anche se non di vaste dimensioni, hanno una densità abitativa elevatissima ed è quindi relativamente facile per loro rinnovare i propri componenti con nuove adesioni, specialmente di ragazzi molto giovani» (p. 70).

 

Per farvi un’idea, potete pensare alle nuove leve di “Genny Savastano” nella puntata 100 modi per uccidere (di Claudio Cupellini), la decima nella prima stagione di Gomorra, la serie (2015): si tratta di giovani che spuntano all’improvviso come fedelissimi del nuovo capo della famiglia e nel giro di due puntate scompaiono, violentemente “morti uccisi”; se si pensa all’estrazione sociale di questi personaggi secondari (abbiamo l’opportunità di conoscere un po’ meglio soltanto “Tonino Spiderman”) si vede subito che le condizioni abitative del quartiere dove si svolge l’azione non differiscono molto da quelle che Francis Ford Coppola ci presenta con una retrospettiva nella gioventù di don Vito Corleone (interpretato da Robert De Niro) ne Il padrino II (1974): tante famiglie insieme, in cui si ripete ai più piccoli una lezione entro le mura di casa (una lezione che viene contraddetta da tutto ciò che si trova fuori dalle suddette mura), producono in fin dei conti una generazione di ragazzi veramente problematici, giovani che troveranno quasi sempre dei motivi sensati per considerare seriamente le offerte provenienti da uno come Genny Savastano.

 

«Nelle varie storie di camorra, ci si accorge che spesso l’aggresività è una soluzione a cui si ricorre per risolvere i conflitti e affermare la propria identità; altre possibilità forse ci sarebbero ma non vengono considerate. Stiamo parlando di un particolare contesto sociale, nella cui cultura, vuoi per tradizione vuoi per necessità, l’aggresività viene adoperata per risolvere una parte consistente dei conflitti tra gruppi e tra persone» (p. 98). Infatti, nell’esposizione del prof. Starace si può seguire la traccia dell’aggressività (e della violenza che ne consegue) dalle relazioni interpersonali alle dinamiche interne dei gruppi organizzati di malavitosi fino al disporsi di questi rapporti sul territorio urbano. Storie diverse, veramente agghiaccianti in taluni casi, che l’autore ci racconta per illustrare le sue osservazioni sui “legami perversi” che tengono uniti i componenti dei clan, spesso fratelli, sorelle, oppure migliori amici, oppure mariti, mogli, padri e figli. Vicende piene di sistemazioni di conti che non finiscono mai e di esecuzioni esemplari che non riescono mai a stabilire una qualche perentorietà ai limiti della violenza.

 

Non avete mai pensato, ad esempio, che le cose potevano andare altrimenti tra “er Freddo” e “Sergio Buffoni” nella seconda stagione di Romanzo Criminale, la serie (2010) specificamente nella settima puntata (di Stefano Sollima)?[1] Se non lo avete pensato, avete fatto centro; sembra che ci sia una sorta di mandato, un mandato divino che debba imporsi sul valore di qualsiasi legame interpersonale. Vi chiediamo ancora di pensare a Il padrino II e alla storia di Fredo Corleone per capire la pesantezza degli omicidi che i telegiornali di vostra preferenza vi presenteranno invece come il solito noir. Le soluzioni devono essere violente e si può essere sicuri che così resteranno poiché, in un contesto in cui il crimine organizzato prevale, è normale che si riservi validità alla regola del “sangue per sangue”: «lutti vissuti e non elaborati, in forma di eventi inevitabili e non di esperienza psichica vissuta» (p. 168), che rendono ogni vendetta ragionevole e ogni punizione giustificata.

 

Soltanto che non c’è posto né per la ragionevolezza né tantomeno per la giustizia nello spazio dominato da queste famiglie, nello spazio occupato dall’intricatissima intelaiatura configuratasi attorno alla volontà dei boss. Si parla di fratelli che tramano mutuamente uno l’uccisione dell’altro, e si fonda questo stesso discorso sul concetto di lealtà. «Nella vita di gruppo, quella stretta alleanza tra persone è sostanzialmente un patto dai contenuti prevalentemente non dichiarati, impliciti, parzialmente inconsci. Si garantiscono reciproci vantaggi, anche se asimmetrici, sottoscritti da un patto implicito, da regole non dette perciò ancor più vincolanti. Alcune di queste norme, di fatto imprescindibili, hanno anche un contenuto ideologico dal momento che eliminano, già al loro nascere, ogni forma di dubbio, di potenziale conflitto interiore; al tempo stesso riducono la capacità di pensiero mediante l’accettazione di certezze elementari» (p. 43).

 

Non è un’imprecisione parlare di ideologia all’interno del crimine organizzato: qualche mese fa, Netflix ha mandato in onda la prima stagione di Narcos, nelle cui puntate il fondamento ideologico è ben chiaro nel rapido precipitarsi degli eventi, nella rapida disposizione dei personaggi, nell’aderire a progetti di spropositata violenza urbana o nel rendere manifesto il loro disaccordo con gesti della stessa spropositata violenza[2], tutto nella generale convinzione che la guerra si fa per avere la pace. Giustizia ufficiale e giustizia alternativa, giustizia marziale e giustizia popolare saranno sempre rappresentazioni inesatte dell’ideologia del personaggio attorno al quale si innesta tutta la problematica: il killer. Perché se uno come Pablo Escobar riesce a controllare un impero criminale della portata che ebbe il Cartel de Medellín, è precisamente per aver riunito una rete operativa composta da persone che svolgono il loro mestiere con la freddezza e la tempestività che ogni impresa richiede per un funzionamento efficace.

 

«Se la carriera di un killer s’inscrive in un contesto segnato dalla presenza costante del nemico, da un odio che si può tramandare anche per generazioni, troveremmo plausibile che egli possa produrre una quantità più o meno numerosa di omicidi. Questi s’inscriverebbero in quella logica di un mondo popolato da nemici da cui difendersi e da combattere. In questi casi, la realizzazione dell’uccisione desta maggiore inquietudine e anche incomprensione. Le loro storie di vita hanno dei momenti di crisi che appaiono segnati da un’assenza di pensiero: una cosa porta all’altra, in una sequenza quasi automatica di fatti, d’incontri, di circostanze quasi ineluttabili» (p. 148).

 

Di fatto, la cosa che più colpisce nei personaggi criminali delle operette che abbiamo menzionato finora è appunto l’inevitabile arrivo di un’istanza in cui essi dividono tutta la gente che conoscono in amici e nemici, e tutto lo spazio in cui si svolgono i fatti sarà di conseguenza diviso fra territorio amico e territorio nemico. Badate bene, però: per comprendere come funziona una società vera, con gente vera che la compone, non bastano le storie horror di qualche grande pensatore della politologia, della sociologia e chi più ne ha, più ne metta; ci vuole la mano di uno che se ne intenda della cura degli individui, un approccio che sia onnicomprensivo e che non abbia fretta di arrivare a giudizi del tipo <è stata colpa di p>, poiché alla fine si sta parlando non di una faccenda chiusa e rimasta nel passato, ma di un problema attuale, forse di una vera e propria piaga dei nostri tempi, la cui resistenza ad ogni tipo di contenimento fa pensare ogni giorno di più che si tratti di un problema strutturale dei nostri conglomerati sociotecnici. Se non credete alle nostre parole conclusive, pensate allora alla storia, magistralmente raccontata da Vince Gilligan, di un professore di chimica che arriva ai massimi vertici della criminalità organizzata per il semplice fatto di non volere fare come tutti i pensionati come lui, vivere una vita monotona e misera (si intende, per gli standard americani di precariato salariale). Suvvia, chiudete e andate a caricare la prima puntata della prima stagione!

 

[1] Non vi diciamo di più, e non ci offendiamo se decidete di chiudere ora questa scheda del navigatore affinché le puntate di questo capolavoro carichino più velocemente. 

 

[2] Vi avevamo già consigliato qualcosa da leggere sulla storia della Colombia contemporanea altrove, ma Narcos rende in modo abbastanza soddisfacente l’intensificarsi dell’aggressività fra i vari schieramenti nella guerra scatenata da Pablo Escobar.