ERNESTO DE MARTINO

Amalia Signorelli

ERNESTO DE MARTINO. Teoria antropologica e metodologia della ricerca

Roma, L’asino d’oro, 2015

pp. 137, € 18,00

ISBN 9788864432922

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Se vi trovate nelle terre afose del Salento, dove Giorgio Baglivi studiava gli effetti osservabili del tarantismo, se più specificamente vi trovate in mezzo alle piante di tabacco, agli oliveti e ai campi di grano, oppure se vi trovate in qualche giardino a manipolare fave o ceci, allora può darsi che siate esposti. Se inoltre la canicola rende il cielo sopra di voi una sorta di enorme copertone elettrico di colore blu, è probabile che sia troppo tardi: ormai spetta soltanto alla taranta balzare e aggredirvi oppure risparmiarvi.

 

La ristampa del De anatome di Giorgio Baglivi ci ha procurato l’occasione perfetta per discutere alcuni temi di storia della medicina, ma ci sarebbero alcune considerazioni sul tarantismo che non vorremmo lasciare tra le bozze: per fortuna, tutte queste considerazioni possono venire sviluppate in questa recensione al libro di Amalia Signorelli dedicato al pensiero di Ernesto De Martino, senza dubbio uno degli antropologi più importanti del XX secolo; una pubblicazione del genere non poteva sfuggire a Deckard. Dunque, posate momentaneamente le fave e i ceci e riprendiamo da dove eravamo rimasti: Piazza Giorgio Baglivi a Lecce, con una copia di Rosso taranta (2006) di Angelo Morino, della quale riporteremo generosi brani che si sono rivelati ottimi compagni di viaggio.

 

Il narratore-protagonista del romanzo di Morino intraprende un pellegrinaggio in Salento alla ricerca delle tarantate, un’idea che gli diventa matura in testa dopo aver letto un’opera fondamentale di De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud (1961), che nel romanzo verrà più volte indicato come “il libro dalla copertina gialla”. Il fascino che prova il narratore è di interesse personale, quello che ognuno di noi può provare per un evento misterioso che accade in terre lontane; comunque, interessarsi di tarantismo è anche un’occasione per approfondire i modi in cui la modernità e il suo sapere positivo e oggettivo guardano in faccia alla tradizione e alla sua trama di soggetti particolari, addirittura stravaganti, magici. Bisogna infatti ricordare che Baglivi non è stato né l’unico né il primo a interessarsi della pseudo-patologia derivante dal morso della taranta: «chi tira in ballo il magnetismo, chi la iatromusica, chi la patologia umorale. Comunque, mai che la credenza popolare venga messa in discussione. Ogni cosa va in dipendenza dal morso della taranta e del suo veleno. Solo a poco a poco una consapevolezza riesce a imporsi: il ragno che aggredisce non è un elemento della realtà. È un simbolo che ha preso corpo fra traumi, frustrazioni, conflitti. A definire i reali contorni della situazione è soprattutto il libro con la copertina gialla. Fra le sue pagine, la taranta diventa il simbolo di un cattivo passato, lì dove qualcosa ha subito un blocco. Il rimorso coglie nel momento di ricordare una scelta mal fatta, quando si vorrebbe che intervenisse un’altra scelta, riparatrice. Ma può accadere che – del brutto ricordo – non si possa accettare il ritorno e che un vuoto si apra nella memoria».

 

Una lettura demartiniana definisce i reali contorni della situazione poiché, parafrasando l’autrice del volume recensito, l’etnografia in De Martino non si riduce a semplice descrizione esterna dei fatti ma a ricerca del significato umano degli accadimenti. Il tarantismo di Baglivi, con descrizioni di sintomi di avvelenamento e apprezzamenti sul “carnavaletto delle donne” magari poteva passare come semplice descrizione e comunque costituirsi in una vera e propria etnografia delle feste estive dei messapici, ma De Martino era alla ricerca di quadri unitari coerenti inseriti in prospettive storico-culturali e (soprattutto) storico-religiose: il tarantismo come orizzonte mitico-culturale definito entro il quale si diventa coscienti della storicità del presente. Il passato non è dietro di noi, è accanto a noi e se non lo vediamo è solo poiché non abbiamo l’abitudine di pensare ai vincoli che esistono fra linguaggio e potere, fra cultura dominante e cultura subalterna, ma siate sicuri che il passato è qui con noi.

 

Morso e rimorso della taranta dunque – più che effettivo latrodectismo – sono quel passato che balza fuori e aggredisce. «In seguito all’aggressione, si piomba in un mondo senza colori, un avvicendarsi di angoscia e di tedio. Una mestizia che si fa opprimente, toglie ogni gusto nel vivere, vuota dentro. (...) Si vive come in attesa di una catastrofe, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Chi se ne intende dice che il veleno passa nello stomaco, nella testa, nelle braccia. Un peso costante, soprattutto sullo stomaco, come se una bestia ci gravasse sopra. Tutta la persona se ne riempie, perde consistenza, sempre meno presente a se stessa». E proprio di “presenza e crisi della presenza” parla De Martino, di un negativo dell’esistenza che è vincolato al significato umano degli accadimenti, accadimenti nei quali il rischio di non essere presente è sempre attuale: è questo il senso in cui si deve intendere l’affermazione secondo la quale le tarantate e altri rappresentanti di culture subalterne “sono nella storia senza esserci veramente”. Il compito dell’antropologo non è trovare la “componente fondamentalmente umana” che giace dietro tutto ciò che l’uomo fa da Maracaibo a Samarcanda, ma quello di porre i risultati dell’etnografia sotto forma di problematica. L’umano è un traguardo, non un presupposto.

 

Infatti, il mondo magico non è altro che il mondo popolato da miti, da simboli e da riti. E perché ci ritroviamo a crearci miti, simboli e riti, anche a Terzo Millennio bello che incominciato? Per nient’altro che contrastare «un’incapacità di stare dentro la propria pelle, che si fa stretta e imprigiona. Pure i colori – quelli accesi, primo fra tutti il rosso – entrano in gioco. Un fuggire via dai paesaggi in bianco e nero tra cui si è finiti a vivere. Una voglia di muoversi al posto dell’inerzia che inchiodava. I suoni invece del silenzio sceso intorno e i colori al posto dell’incolore che avvolgeva ogni cosa. Allora, ecco che si comincia a ballare. È l’unico rimedio possibile all’immobilità dei mesi precedenti. Ballare perché così vuole la taranta entrata in corpo, avida di suoni e di ballo per sua stessa natura». Davanti a questa farmacia del folklore, l’antropologia demartiniana contrappone l’umanesimo etnografico, l’andare oltre l’arretramento dato di certi ambienti per trovare le dinamiche che portano una situazione magica a persistere anche nei posti dove il navigatore satellitare non ha sconfitto ancora il retaggio di orientarsi rispetto alla posizione del sole.

 

Noi non ci rivolgiamo alla magia di David Copperfield e di David Blaine nello stesso modo in cui le tarantate si rivolgono al ballo e alla grazia di San Paolo, certo, ma non rinunciamo affatto alla nostra capacità di provare sgomento. Come carpire allora queste differenze, se non sviluppando un minimo di coscienza storica? «Il tarantismo non è un insieme di superstizioni buie, recuperate da un passato ancora più buio. È un’altra cosa: un ordine rituale, concertato per ricomporre la crisi e reintegrare alla comunità. Ogni anno, in ricorrenza dell’aggressione, la vittima ballerà e, ballando, darà sfogo al suo disturbo. Lo placherà esibendolo e imponendogli una cadenza. Così, il disturbo rimarrà confinato, permettendo di trascorrere il resto del tempo in relativa calma. Niente chiusure intorno a chi è stato morso dalla taranta, ma neppure un abbandono alla vastità e ai pericoli del mondo. Tutto il contrario: la cura in casa, programmata affinché una giusta follia si sostituisca alla smania. Subito dopo il raccolto, col denaro messo da parte durante l’anno, i familiari ingaggiano un’orchestrina  e si dà inizio alle musiche intorno alla vittima. La quale comincia ben presto a riprendersi dall’apatia e a seguire il ritmo. Intanto, facendo cerchio, la gente del posto si riunisce a guardare e a pregare». Siamo lontanissimi insomma dalle pretese delle vacanze turistiche in posti magici, dalle pretese umanitarie di portare il nostro aiuto nei posti dove il progresso non è ancora arrivato e dallo spirito dei tanti Christopher McCandless che andavano alla ricerca di una vita più pura nelle terre selvagge, lontana dal progresso stesso. «Una partecipazione generale alla disgrazia, in attesa che la crisi si risolva. No, niente travi né chiavistelli, niente farmaci che strozzano dentro, spingendo in un luogo selvaggio e secco. Nessuna minaccia con letti di contenzione o con elettrochoc. Semmai, una forma della pietà. Un passo fatto in tutt’altra direzione, rispetto alle chiusure o agli abbandoni».

 

Certo, il “compagno” De Martino poteva anche avere idee particolari su cosa dovesse significare questa “partecipazione generale”, idee che Signorelli menziona accanto alle diverse accuse di “populismo” e “letteratura impegnata” rivolte all’opera demartiniana, ma l’antropologo De Martino deve rammentarci una conclusione alternativa tratta dalla fatica etnologica: l’origine e destino completamente umani dei beni culturali, la sconfortante verità dell’indole completamente umana di ogni fatto culturale. È impossibile isolare una storia degli uomini da una “natura” che, parafrasando Lucrezio, non va a nozze con nessuna divinità, proprio perché le stesse idee di “nozze” e “divinità” presuppongono un’idea di “natura”. Natura e cultura non sono isolabili, al contrario: in ogni natura in cui si vive, dal gruppo di umani emerge sempre una cultura. In più, ogni magia è culturalmente determinata e individuare queste determinazioni è il compito di un etnologo: a cosa servirà quindi considerare il progresso scientifico, in un mondo dove la gente continuerà a rivolgersi alla consolazione della magia?