CON LE DONNE MONOLOGO SPESSO

Karl Kraus

CON LE DONNE MONOLOGO SPESSO

Roma, Elliot, Lit Edizioni Srl

pp. 124, € 12,00

ISBN 9788861928749

 

di Federica Rossi

 

«Mi sono proposto […] di parlare di uno dei miei idoli che fu un dio, e che ciò nonostante, dopo forse cinque anni di sovranità assoluta, venne rimosso e dopo un più lungo periodo fu abbattuto. È passato ormai molto tempo e posso in certa misura rendermene conto. Oggi so perché Karl Kraus mi giunse perfettamente a proposito, perché gli fui soggetto e perché infine assunsi verso di lui una posizione di difesa». Elias Canetti, Karl Kraus, scuola di resistenza in La coscienza delle parole.

 

 

Nella Vienna fin de siécle dei primi del Novecento, bomboniera di gusto imperiale, attenuato qua e là dalla sinuosità della Secession, tra i suoi café dall’aria liberale e mattiniera ed i suoi fremiti notturni, viziosi e libertini, proprio qui, dalla testata Die Fackel di un giovane Karl Kraus, urlano stralci di giornale degli abusi e delle perversioni della morale borghese. Recensire gli scritti di Kraus non è impresa facile: i suoi sono pezzi di satira pungente, resa tale da un abile ‘montaggio a spezzoni’ di frammenti del quotidiano e dei quotidiani viennesi, che non è semplice raccontare senza privarli del loro sapore a tratti amaro – più spesso acidulo. È una tecnica la sua, ancora talmente efficace e attuale da ricordare certe nostre trasmissioni televisive…

 

«Con le donne monologo spesso» è forse tra i migliori aforismi di Kraus; Con le donne monologo spesso è anche il titolo di questa rabbiosa raccolta (per la collana Lampi di Elliot) dei suoi monologhi concitati contro le intromissioni del pubblico nella sfera più femminea e sensuale del privato. Farò spazio qui alle repliche stizzite di questo combattente notturno delle ipocrisie che la luce del giorno non riesce a schiarire. Ve lo darò in pasto alla lettera, così come fa lui: sempre abile ad accostare citazioni acustiche (così le battezzò Elias Canetti nel 1965: Karl Kraus, scuola di resistenza, in La coscienza delle parole) per condannare i propri bersagli con le loro stesse parole; sempre acuto e puntuale in tutte le sue implacabili sentenze così arrangiate. 

 

Come fa Loos con l’architettura, Kraus con i suoi pezzi disseppellisce la vera funzione della stampa, che dovrebbe aderire ai meri fatti e non sciorinare giudizi di valore – magari infarciti di coloriture folkloristiche e belle paternali – su ciò che accade o su chi agisce. Lo fa attraverso un meccanismo che ingrana con una satira spietata: accosta fatti, detti e contraddetti, lasciando che emerga spontaneamente, dal loro semplice raffronto, la contraddizione implicita nel rapporto tra morale borghese e società viennese. L’abilità di Karl Kraus consiste nel saper far scontrare la sordida pudicizia delle legislazioni austriache, o il voyeurismo dei giornali che ne scrivono, con le vittime delle loro infamie e pubblicazioni, due fazioni altrimenti incapaci di ascoltarsi a vicenda. Riporta le mille voci nella testa dei viennesi, le fa dialogare tra loro e a sua volta monologa frustrato con ciascuna, rivendicando i diritti di mezzane, omosessuali, belle donne e madri isteriche, contro gli abusi, la misoginia e l’omofobia dei loro incensurati detrattori, questi ultimi vigili indagatori delle alcove altrui, sempre pronti a gridare al malcostume per salvare le apparenze personali, nell’intimo habitué del vizio che aborrono. «In fin dei conti, se non fosse scoperto, nessun covo di vizi esisterebbe più – visto che, finché non viene scoperto, è un asilo di pace borghese» (Il covo dei vizi, p. 45). 

 

Nella millenaria guerra tra morale e sensualità, Kraus attacca personalmente le empietà della giurisdizione, della ‘cultura’ e dei rispettivi addetti ai lavori: la loro totale mancanza di integrità, di cui sono sempre pronti a farsi vanto. Quella di Kraus è una perenne arringa contro una concezione dittatoriale e ignorante di ciò che è perverso, un processo agli schiamazzi di un conformismo morale tanto dilagante quanto paternalista e prepotente: «La pia imbecillità ha bandito come vizio libertino ogni sfumatura del piacere, ogni ampliamento della capacità di godere e ogni conquista di nuove sfere dell’erotismo: elementi che hanno costituito in tutte le culture, e non soltanto in quella greca, il più caratteristico diritto dell’artista e la prerogativa di ogni essere umano altamente evoluto» (Perversione, p. 55). 

 

Kraus si fa dunque portavoce del diritto a fare del proprio piacere e delle proprie preferenze sessuali ciò che si vuole, in barba al buon costume, che vuol dettar legge alla natura umana. «L’idea che lo spirito e la personalità dell’uomo – soprattutto degli altri uomini – siano determinati dall’orientamento dei gusti sessuali è un pregiudizio popolare, ma i giuristi e gli psichiatri lo elevano ad assioma e ne traggono poi diverse conseguenze. Se volessimo prendere sul serio il tentativo di determinare i valori morali e spirituali dell’uomo a seconda dei suoi gusti, se volessimo sollevare i tetti da tutte le case e i soffitti da tutte le camere da letto, dovremmo dire addio alla nostra fede nell’umanità» (Eros e Temi, pp. 93-4).

 

In tutti gli articoli riportati nel libro si legge l’odio per quei tipi di giornalismo, letteratura e (dis)informazione che s’insinuano nella sfera del privato per biasimarne freddamente le ‘indecenze’, ma sono al tempo stesso incapaci di riconoscere il prostituirsi del proprio sguardo a preconcetti e principi lontani dalle reali esigenze sociali. «La prostituzione del corpo condivide con il giornalismo la capacità di non dover avere dei sentimenti. Rispetto a lui ha, in più, la capacità di poter avere dei sentimenti» (Aforismi, p. 36). Al tribunale del giornalismo della pubblica morale, morbosa, invadente e pornomane, Kraus argomenta quindi in difesa dell’eguale diritto (spesso un dovere!) dell’editoria pornografica a pubblicare a sua volta, e la difesa consiste in questo: «che l’editore accusato ammetta di aver offerto porcherie poiché è di porcherie che c’è richiesta. Un’assoluzione che derivi da altre motivazioni va rifiutata come spregevole». Del resto si è ben consapevoli che: «La pornografia è necessaria all’umanità come il pane» (La Pornografia, p. 44).

 

Dal lapis di Kraus non si scappa: è uno strumento appuntito e sempre ben puntato; non manca un colpo e non dimentica mai di infierire sulle proprie vittime. I suoi verdetti spietati non lasciano scampo nemmeno a chi semplicemente ne fruisce: diventano mantra per chi lo ascolta o lo legge, anche perché spesso ritornano in maniera quasi autoreferenziale, in nuove lezioni di vita, di stile o di ‘decoro’ (che rima con ‘autocensura’) indirizzate a sempre nuovi demoni di pubblico dominio. Certo il suo sarcasmo non dev’essere stato di facile digestione a suo tempo, se ancora oggi c’è chi sussulta a leggere, ad esempio, della sua difesa del diritto all’aborto: «tutte queste chiacchiere – se e fino a che punto la legge sull’aborto debba essere abolita – sono solo mezze misure o misure vigliacche, la cui unica conseguenza è che i feti non abortiti si trasformano continuamente in quegli avvocati di Stato e in quei giudici che, per disgrazia divina, in Austria esistono ancora» (Beethoven e Goethe maestri di vita, p.111). Scommetterei al tempo stesso, che almeno altrettanti, tra quelli che non hanno trasalito, sottoscriverebbero quanto afferma in Sostegno alla maternità (p.69): «Dovete scusarmi. Ma visto che mi sono accontentato di considerare la maggior parte dei miei simili come la triste conseguenza di un aborto mai compiuto, non posso accettare che difendano la legge che lo vieta – posso comprendere, tutt’al più, che protestino contro questa critica, poiché essa è intenzionalmente un attacco personale».

 

Karl Kraus è avvocato del diavolo? Se davvero le diable s'est fait femme allora sì, perché l’autore riserva continuamente un’attenzione particolare alle problematiche femminili, nonostante il clima fortemente misogino che respira e dal quale è pertanto influenzato, suo malgrado. Negli anni della Fackel la concezione del ‘sesso debole’ è ancora fortemente condizionata dalle teorie misogine che Otto Weininger espone in Sesso e carattere (1903) con la pretesa di risolvere la questione femminile allora appena nascente. Kraus abbraccia l’idea del connazionale di un principio che contraddistingua la natura prettamente sessuale della donna di contro alla razionalità dell’uomo: «se una donna è un genio, tutt’al più lo è in quel paio di giorni in cui una donna espia il fatto di essere una donna [ma, in aperta opposizione alle tesi di Weininger] tutto il resto del tempo dovrebbe espiare il fatto di essere una donna e un genio» (Aforismi, p.35).

 

Alle signore, Kraus conferisce un’intelligenza particolare, che non reputa affatto inferiore a quella maschile: attribuisce loro un acume dal volto estetico e perfettamente complementare al puro intellettualismo maschile. L’essenza della femminilità non si può indagare, né se ne possono giudicare attitudini o atteggiamenti, attraverso criteri etico-intellettuali: è una natura che fugge le istituzioni (maschili) della decenza, poiché detta quelli che dovrebbero essere gli effettivi canoni di quest’ultima in un’utopica società rispettosa della natura e delle libere scelte sessuali di ogni singolo. Da ciò il rifiuto di Kraus per certe inclinazioni e mire del femminismo più mascoline e paritarie, che a suo modo di vedere snaturano la donna in quanto portavoce della dimensione più feconda, fantasiosa, emotiva e sensuale della vita, origine inconscia di tutto ciò che ha maggior valore esistenziale, proprio perché non mira ad un tornaconto pratico.

 

Causa dell’indignazione di Kraus è il tentativo delle suffragette di voler assimilare la donna all’uomo rivendicando per il genere femminile gli stessi diritti e gli stessi atteggiamenti concessi agli uomini, il loro voler ridurre la disinteressata fantasia femminile alla ratio ordinatrice, calcolante ed infima, maschile sempre volta ad un qualche fine. Perché sognare un riconoscimento da una giurisdizione malata e nemmeno in quanto donne, bensì come individui “pari” al maschio? «Una cultura in cui le donne non riescono ad apprezzare il privilegio di essere prive di diritti politici è sempre una cultura “arenata”. Non sono i diritti giusti, quelli che le donne pretendono. […] Ma la colpa non è loro. […] È l’inascoltato grido di un desiderio che per secoli è stato disconosciuto e deformato tanto da aver imparato a trattenere il grido, e a rifiutare la propria soddisfazione» (Lettera di una suffragetta alla tenutaria di un bordello sulla libertà, p. 82).

 

A ventiquattr’anni Kraus già fonda Die Fackel, dopo solo un anno di gavetta alla Neue Freie Presse. La testata, dapprima entusiasta del talento satirico del giovane, sarà a breve satura del pubblico scherno e delle lettere anonime, che riceve costantemente da Kraus. Proprio la testata del suo apprendistato diventa il punchball per i suoi attacchi al giornalismo: Kraus invia infatti costantemente al giornale missive contenenti per lo più notizie fasulle o commenti pieni di astio ad articoli veri; e la dedizione che Kraus riserva all’orchestrazione dei suoi scherzi non è mai inferiore a quella che mette nelle scelte stilistiche che caratterizzano ogni suo articolo. Spero che questa breve recensione possa quindi anche darvi una misura, seppur limitata, del potenziale caricaturale del suo linguaggio evocativo, puntiglioso e tagliente. Quanto ai contenuti, parlano evidentemente da sé. Si possono al più individuare nuclei tematici, argomentazioni ricorrenti e bersagli in qualche modo fissi, ma è impresa vana e impossibile, cari lettori, esaurire le sfumature emotive o i significati etici ed estetici, che la rabbia, di cui s’impregna ogni suo testo, porta con sé. «Kraus non è passato – colpa nostra: dovremo leggerci Kraus finché Kraus non passa». Irene Fantappiè, Accusativo assoluto. Karl Kraus, la legge e la doppia morale.