DANTE

Ezra Pound

DANTE. Dalle carte Scheiwiller

Venezia, Marsilio, 2015

pp. 205, € 20,00

ISBN 9788831720847

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Corrado Bologna (Flatus vocis, 1992) e Lorenzo Fabiani curano questa raccolta di saggi del poeta statunitense Ezra Pound su Dante e sul primissimo periodo di poesia scritta in lingua italiana; così, torna ancora la gradevole opportunità di poter parlare di classici, in particolare del toscano immortale, ma soprattutto si fa strada il consiglio sempre utile di leggere, per quanto riguarda i classici letterari, quanto abbia da dire un altro classico nelle vesti di lettore, più vicino a noi lettori di questi tempi.

 

Certo, siamo d’accordo sul fatto che, in ultima istanza, è il passo del tempo a decidere la permanenza o l’oblio dei classici. Eppure, riconosciamo di buon animo anche quanto segue: quando si tratta di classici che sono stati ancora (relativamente) poco tempo con noi, la loro voce, anche se più vicina, fa fatica ad emergere dal rumore circostante, anch’esso vicino e apparentemente più imponente. Riportiamo un brano del saggio Dante del 1910, incluso in questa raccolta: «le lodi dell’eccellenza di Dante in fatto di tecnica e di particolari potrebbero continuare all’infinito, ma sotto queste bellezze individuali e separate vi è la grande corrente sottomarina della sua verità e sincerità: la sua opera è di quel tal tipo d’arte che è chiave a una più profonda intelligenza della natura e della bellezza del mondo e dello spirito» (p. 75). Le sue parole anticipano di decenni i giudizi di apprezzamento di un vero e proprio mostro della storiografia filosofica del secolo scorso, il francese Étienne Gilson, il quale era convinto della natura miracolosa della piuma dantesca, capace di tirare fuori della poesia dalla fisica di Aristotele, come chi riesce a far uscire l’acqua dalle pietre.

 

Pound ha tutte le credenziali di enfant terrible della scena letteraria, aderì al fascismo, ma prima (e peggio ancora) ha portato avanti un messaggio scomodo per gli esegeti autori di manuali, cioè la necessità di leggere Dante invece di commentarlo, di attingere direttamente dall’opera senza intermediari, di apprezzare la sonorità invece della fecondità di spunti critici. Bisogna ricostruirci l’intero mondo in cui Dante scrisse le proprie “canzoni” e poi cantarle, senza fermarsi ai particolari iper-specifici dei manuali che vogliono trasmettere un Dante “attuale”. Fortunatamente, il nostro Andrea Germani recensisce uno studio di Duccio Balestracci su Medioevo e Risorgimento, nel quale si indaga sulla ricostruzione quasi-propagandistica del Medioevo italiano, con il nobile scopo di storicizzare l’impresa dell’Italia unita. Un posto d’onore sicuramente spettava al divino fiorentino, ed è proprio questa immagine “pubblica” di Dante che a Pound puzza di “superficiale” e alla quale contrappone l’esercizio della lettura a voce alta, scandendo bene le parole per ricavare la melodia con cui Dante ci parla di qualcosa. Non è come i prodotti per la colazione purtroppo, non c’è niente “nel Medioevo che vorrei”: un classico non può arrivare fino a noi da solo, come vorrebbe l’esegesi critica, il classico bisogna andare a trovarlo. Così, un giovane poeta dell’Idaho decise un bel giorno di mettere via l’immagine “romantica” della poesia medievale che i Preraffeliti avevano diffuso fra il pubblico anglofono (la madre dei nostalgici non ha mai smesso di essere incinta) per svolgere un lavoro molto più approfondito sulle tecniche della poesia ai tempi di Dante.

 

Non deve stupire dunque che gli studi di Pound comprendano anche Guido Cavalcanti, al quale viene dedicato un saggio veramente interessante in cui si va molto oltre gli esempi discussi nell’ora di letteratura. In gioco c’è il mestiere stesso del poeta: sarebbe stato inutile aspettarsi che Pound, dopo aver letto e riletto la poesia toscana del XIII secolo, restasse a braccia conserte mentre quest’ultima diventava progressivamente materiale museale da includere nelle antologie tascabili che, con ogni probabilità, sarebbero andate a finire nelle mani di “utenti” incapaci di capire l’importantissima testimonianza di espressività che rappresenta tale acquisto; e il tema diventa molto più delicato quando nella discussione viene chiamata in causa la qualità delle traduzioni e le finalità dei traduttori. Insomma: secondo Pound, era necessario che un giovane poeta, americano in mezzo a tradizioni europee, restituisse il Sommo Poeta ai giovani poeti di tutti i tempi.

 

Quella di Pound è una ricerca inquieta verso nuove potenzialità per il linguaggio poetico; in questo senso, tornare a Dante e Cavalcanti non era “erudizione” o “studio delle istituzioni” ma prima di tutto una ricerca nell’universo della lingua toscana, crogiolo di tomismi, averroismi e di volgari eloquenze. È nell’uso della parola e non nel maneggiare concetti universali ed eterni che un poeta dispiega la propria stima nei confronti di un altro poeta. La poesia A Guido Cavalcanti (p. 81) perciò ha la stessa importanza dell’esordio della Canzone d’amore di J. Alfred Prufrock di Thomas Stearns Eliot, consistente in una citazione dall’Inferno: entrambe le scelte dei due giganti della poesia in lingua inglese sono esempi della profonda influenza che il dolce stil novo ebbe in quella rielaborazione del lessico e della metrica in lingua inglese che fu l’imagismo; i classici non possono (non devono) mai arrivare a noi in una qualsiasi forma definitiva, con tutte le conseguenze nefaste che questo può avere per chi pensa che basti qualche ora di letteratura a settimana. Pound imparò l’italiano non per capire i manuali critici su Dante ma per capire la sua stessa poesia, uno sforzo che si può sempre risparmiare ma a patto di riconoscere che «la letteratura non appartiene ad alcun singolo uomo, e le traduzioni delle grandi opere andrebbero forse fatte da una commissione di traduttori. Siamo ormai tagliati via (a causa di un sistema economico imbecille ecc.) dalla vecchia abitudine di stampare un commento insieme al testo» (p. 163). È davvero così importante rispettare i tempi del calendario scolastico o risparmiare sui manuale da usare? È davvero così semplice tirare fuori Dante e Cavalcanti dalla loro epoca e presentarli come semplicemente “imprescindibili nel bagaglio culturale”?

 

Ovviamente, noi siamo del parere contrario: a fare queste traduzioni, non soltanto dal toscano all’inglese ma dal linguaggio del Medioevo al linguaggio dei giorni nostri, facciamo bene a dare ascolto a Pound, che non si limita ad apprezzare la fantomatica “importanza per i posteri” di Dante ed esplora invece la concreta officina poetica dei toscani, scevro di pregiudizi verso quelli che, molto comodamente, venivano considerati “anni bui” oppure “idilli pre-moderni”. Non bisogna prendersi l’abitudine di apprezzare la bellezza del prodotto finito, stampato e ristampato, proposto e riproposto (anzi, esercitate il vostro diritto a scegliervi i vostri classici); quello che conta è ricordare, come appunto vide bene Gilson, che la poesia dei trovatori italiani è espressione di quel mondo affascinante che fu il basso Medioevo, con i conflitti fra clero e ordini minori, teologi e filosofi, fra guelfi e ghibellini, e soprattutto con una generazione di poeti che fece strada all’irruzione della “virtù” nella semplice plastica metrica ereditata dalla poesia degli antichi, con i loro distici elegiaci, epodi, giambli e chi più ne ha più ne metta.

 

Procuratevi una copia di questo Dante, un libro che ha aspettato decenni per uscire dai progetti personali dell’editore Vanni Scheiwiller e che oggi, nelle vetrine luminose, vuole parlarci di un mondo in cui l’unica illuminazione pubblica nei comuni nati da poco era la poesia. Pound non vuole portarvi una statua da lodare, ma un lume per vedere oltre l’immediato, come quelle lampade UV degli ispettori dei film che permettono di vedere il sangue sui muri; provate anche voi, magari trovate la scritta “Dante, Guido e Lapo sono stati qui”. Lasciamo concludere allo statunitense (per fortuna che non ha voluto parlare anche di cucina): «un “filosofo naturale” del Medioevo troverebbe questo mondo moderno pieno di incanti, non solo la luce nel bulbo della lampada elettrica, ma il pensiero della corrente nascosta nell’aria e nel filo riempirebbero la sua mente di forme fuor di color o dotate di ipercolori. Il filosofo medioevale sarebbe stato probabilmente incapace di concepire il mondo dell’elettricità e non concepirlo come un mondo di forme» (p. 96).