MOBILITAZIONE TOTALE

Maurizio Ferraris

MOBILITAZIONE TOTALE

Bari, Laterza Editori, 2015

pp.109, euro 14,00

ISBN 9788858119662 

 

di Elisa Baioni

 

Avete mai notato il rapporto contrastato che una buona parte di noi ha con la tecnologia? A sentirci parlare, le nuove generazioni penseranno che soffriamo di una forma acuta di sdoppiamento di personalità! Siamo critici irriducibili della tecnologia, ma ce ne circondiamo in ogni luogo e per qualsiasi cosa, e l’idea di rinunciarvi spaventa tutti, anche i giudici più severi. Consideriamo la tecnologia una conseguenza inevitabile e, in un certo senso, irrinunciabile del progresso umano, ma non abbiamo ancora deciso quanto ciò sia positivo o negativo. Nelle nostre previsioni siamo apocalittici, sia che si imputi alla tecnologia il rischio di portare l’inferno in terra, sia che ci si raffiguri una sorta di paradiso ultra-tech. Mossi da questo sentimento confuso di curiosità, accettazione passiva e timore, facciamo di tutto non per imparare ad usarla coscienziosamente, ma per circoscriverne l’utilizzo. Quando, poi, non possiamo più farne a meno, non abbiamo alcuna forma di autocontrollo, e finiamo ad usarla con la stessa arrendevole spensieratezza con cui un fumatore accende una sigaretta. In effetti, ci comportiamo come fumatori incalliti che predicano moderazione e, per le generazioni future, non siamo molto più utili delle scritte d’avvertimento sui pacchetti di sigarette. Viviamo in questo stato di perenne contraddizione, tra critiche, diffidenza e uso compulsivo. Così, oggi che navigare è un’operazione quotidiana, assomigliamo più a naufraghi su una zattera che a buoni marinai. 

 

Questo atteggiamento ambiguo è destinato ad estinguersi per ragioni biologiche: chi vivrà dopo di noi nascerà nel pieno fiorire dell’era digitale; con o senza il nostro sostegno, imparerà a sfruttare la tecnologia in tutte le sue potenzialità. Non è cinismo, ma storia. Anche Platone, ai suoi tempi, era stato un forte critico della scrittura e dei libri. Con grande lucidità aveva denunciato i rischi connessi a quella nuova forma di tecnologia: lo stravolgimento del sistema educativo, del rapporto maestro-allievo, la diffusione incontrollata di pensieri pericolosi, l’impossibilità di chiarimenti postumi alla stesura, la perdita di capacità mnemoniche e intellettive. Non vi suonano familiari queste preoccupazioni? Non siamo in una situazione poi così diversa. Eppure anche Platone si era servito dei libri per veicolare il proprio pensiero, per donarlo al tempo. E, a fronte dei difetti della parola scritta, era riuscito a inventarsi uno stile che riproducesse nel miglior modo possibile il dialogo orale, trasformando una tecnologia a suo giudizio pericolosa in uno strumento utile. Questo perché aveva colto un punto fondamentale: ciò che rende un pharmakon una medicina piuttosto che un veleno, è il saperlo usare, non l’usarlo poco. Sarebbe ora, perciò, di porsi seriamente alcuni interrogativi: perché la tecnologia è così pervasiva? Che cosa racconta di noi? Da anni Maurizio Ferraris ha posto queste domande al centro della sua riflessione sull’uomo e sulla società, facendone il tema cardine dei propri libri. L’ultimo si intitola Mobilitazione totale e «[...] rappresenta uno svolgimento pratico delle tesi del nuovo realismo [...]» (p.6). Ma, a differenza dei suoi precedenti scritti, Ferraris non è interessato a tracciare un’ontologia sociale, bensì «una antropologia del nostro essere nel mondo. In parole povere: che cosa è l’uomo nel momento in cui la struttura fondamentale della realtà sociale sembra offerta, in modo crescente, dal web» (p.7).

 

Secondo Ferraris la tecnologia è così pervasiva perché svolge due ruoli fondamentali, entrambi legati alla caratteristica fondamentale della nostra specie, cioè la dipendenza costitutiva dall’altro, inteso come strumento tecnico o come essere vivente. Innanzittutto la tecnologia integra ed amplifica le nostre capacità naturali e, nel momento in cui lo fa, ne diveniamo indissolubilmente dipendenti. In secondo luogo, potenzia quel meccanismo di registrazione di atti in documenti che è alla base della microfisica del potere economico, della normatività e della cultura. Ecco che la tecnologia, o più in generale la tecnica, si rivela fondamentale per la struttura stessa della società. Da queste relazioni oggettivate in documenti hanno origine la responsabilità, l’intenzionalità e l’identità di ogni individuo. Sarebbe un errore credere che, per noi, la società sia meno determinante di quel corredo biologico tramandatoci alla nascita dal DNA. 

  

Tra le tante forme tecnologiche oggi in circolazione, il web è la più importante. Esso permette, a bassissimo costo, di registrare e trasferire in ogni luogo una quantità sproporzionata di documenti. Purché io disponga di un terminale collegato alla Rete, posso accedere a banche dati, compiere in pochi click ricerche che altrimenti avrebbero richiesto giorni interi, lavorare in contemporanea con persone dall’altro capo del mondo. E tutto questo, naturalmente, in tempi brevissimi. «Il web è un acceleratore della documentalità, e proprio questo incrocio tra l’ampiezza dell’archivio e la rapidità della trasmissione sta alla base del potere che riesce a incamerare» (p.43). Ecco perché, per Ferraris, esso celebra l’ingresso nell’era della registrazione. Ma se la registrazione sta alla base della responsabilizzazione individuale e della normatività delle azioni, e se il web è capace di decentralizzare e globalizzare questa funzione intrinseca all’uomo, è chiaro perché esso possa dar avvio a una mobilitazione totale. 

 

La mobilitazione è la risposta alla chiamata, cioè è la risposta a quel complesso di sollecitazioni ad agire che riceviamo costantemente attraverso internet e telefoni. Rispondere all’sms “Dove sei?” è mobilitazione, così come lo è svegliarsi di sabato in piena notte, accorgersi che è arrivata una mail di lavoro, e non frenare l’impulso di sbirciarla. Essa non è che il meccanismo di riflesso con cui si mantiene quell’apparato che è la struttura della realtà sociale e che, ai nostri giorni, prende forma attraverso cellulari, computer o tablet, altrimenti definiti ARMI (Apparecchi di Registrazione e Mobilitazione dell’Intenzionalità). Le metafore belliche abbondano nel libro di Ferraris. Questo perché la struttura sociale è data da una rete di registrazioni mobilitanti composte da uomini interconnessi e perciò capaci di pianificare le proprie azioni e di coordinarsi: una forma di organizzazione che le strutture militari mimano alla perfezione. Ma l’analogia è giustificata anche da altri due argomenti: il primo è il tipo di mobilitazione che l’apparato trasmette dalle ARMI, ovvero il “se puoi, devi”. In questo senso, la chiamata non è un semplice trasferimento di informazioni, ma un’esortazione ad agire, e la responsabilità personale ed emotiva che ne consegue è simile a quella degli ordini impartiti da un comandante al suo sottoposto. Il secondo punto è che, proprio come i comandi militari, la chiamata che prende forma nel web è seguita da una mobilitazione gratuita e spontanea. «La radicalizzazione militare dei tempi di lavoro (in particolare la richiesta di disponibilità a qualunque ora, che fa scomparire il carattere proprio della vita civile) può essere pensata solo alla luce della nuova responsabilità della chiamata. Siamo tutti in movimento, eseguiamo tutti degli ordini, non c’è distinzione tra vita privata e vita pubblica, tra vita civile e vita militare. Quello che vorrei suggerire è che (generalmente) non siamo in guerra, ma siamo militarizzati, e che questo è il carattere originale introdotto dalla chiamata» (p.22). La passività di un atto come la registrazione si trasforma nell’attività di mobilitazione, proprio in virtù di quel nesso profondo che lega l’intenzionalità di ciascuno di noi all’intenzionalità collettiva, intensa come condivisione dello stesso mondo sociale e, dunque, delle sue norme. Questo meccanismo si disvela ai nostri occhi proprio grazie al web: la rete rende assoluta quella trama di interconnessioni che costituisce il funzionamento di ogni società umana; le ARMI sono la struttura attraverso cui l’assoluto si mostra. Ecco, perciò, la risposta alla seconda domanda, ovvero cosa la tecnologia racconta di noi. 

 

Questo costante riferimento alla guerra e alle organizzazioni militari, nonché il continuo richiamo alla dipendenza umana come nostro tratto costitutivo conferiscono al libro di Ferraris un’atmosfera cupa. Tuttavia sbaglieremmo a credere di avere di fronte l’ennesimo profeta di sciagura. Per Ferraris la realtà non è data una volta per tutte. È vero, come Atlante, ciascuno di noi regge sulle proprie spalle quel mondo invisibile di norme e valori che chiamiamo società, e nessun Eracle ci libererà di esso neanche temporaneamente. Ma se svincolarci dal mondo non solo è impossibile ma implica perdere noi stessi, ci è dato ancora scegliere di quale dipendenza essere parte. «Riconoscere la dipendenza significa rifiutare la trasformazione? È vero il contrario. Bisogna mettersi in relazione con il mondo sociale e con la consapevolezza che le sue strutture sono molto più solide e meno trasparenti di quanto non appaia se si segue la via troppo semplice della costruzione sociale, e che dunque la lotta, necessaria, sarà molto più dura di quella che ha luogo in una assemblea condominiale» (p.94). Comprendere com’è fatto il mondo che reggiamo sulle spalle è il primo passo per cambiarlo efficacemente. Agire inconsapevolmente implica che qualsiasi tentativo di trasformazione politica sarà destinato a creare soltanto nuove entità mitologiche contro cui scagliare l’odio sociale, non ad apportare modifiche concrete. La nostra arma migliore, non solo per analizzare la realtà, ma per sfruttare la mobilitazione, è una nuova cultura unitaria, che rinunci alla parcelizzazione dei saperi e ritrovi nelle humanities un fertile collante tra ambiti di conoscenza diversi. «La nostra dipendenza strutturale [...] è anche apertura culturale, e sicuramente oggi, [...] la cultura è accessibile a un numero infinitamente grande di persone» (p.102). 

 

Che ci piaccia o meno, la storia soffia in poppa e noi, brigantini, non possiamo che seguirne il corso. Nessuna rotta tracciata, nessuna meta precisa, e il mare è in tempesta. Dovremo essere buoni marinai per impedire a questo vento impetuoso di squarciarci le vele o alle onde di ribaltarci. Ma qualsiasi forma avrà il futuro su cui approderemo, la tecnologia sarà con noi, sarà la nave. Sia chiaro: abbandonarla è impensabile, chi potrà attraversare il mare a nuoto? Perciò stringiamone il timone senza paura, l’unico modo che abbiamo per cambiare è accettare la nostra natura, comprenderne i meccanismi e sfruttarli per trasformarci. Il web, che amplifica i vincoli sociali, consegnando l’assoluto nelle nostre mani e noi nelle mani del mondo, trabocca di carte nautiche: una cultura unitaria e una rinnovata fiducia nel sapere critico guideranno efficacemente il nostro agire. Navigare necesse est, vivere non est necesse.