BREVE VITA DI PASOLINI

Nico Naldini

BREVE VITA DI PASOLINI

Parma, Guanda, 2015

pp. 150, € 13,00

ISBN 9788823511866

 

di Andrea Germani

 

Ha senso oggi scrivere qualcosa su Pasolini? Meglio, ha senso scrivere ancora su Pasolini? Mi viene spontanea una terza domanda che potrei fare a me stesso, in qualità di recensore di un libro su Pasolini; ha senso domandarsi, ancora, nell’incipit di uno scritto, se vale davvero la pena scrivere su un intellettuale di tale portata? Ne sono pieni i libri di apologie di sorta; a leggere prefazioni, premesse e varie note dell’autore sembra quasi che ognuno si senta di dover dire «Io ho dei motivi concreti per scrivere, ancora, su Pasolini», e di cosa si tratta di grazia? Interpretazioni originali? Analisi di campi della produzione pasoliniana poco battuti dalla critica precedente? Aspetti curiosi, scabrosi, fastidiosi dell’intellettuale italiano? Forse faremmo prima a liquidare la questione appellandoci alla “sacralità” che circonda Pasolini, all’immortale valore della sua produzione artistica e letteraria, oppure, dato che ultimamente va tanto di moda, alla sua attualità. Di un autore del genere non-si-può-non-parlare, verrà detto sempre troppo poco e sempre in maniera troppo poco approfondita, «Mi verrebbe da dire che Pier Paolo Pasolini è stato lo scrittore più importante degli ultimi sessant’anni. Ma so di non poterlo affermare in maniera così apodittica, perché, probabilmente, non è vero». (R. Carnero, Morire per le idee, Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini, 2010, p. 7). Forse farei meglio a non interrogarmi oltre sulle vere ragioni – se ve ne sono – che sottendono la scelta di scrivere su Pasolini; se dovessi trovarne dovrei perdere tempo e inchiostro a giustificarle e se non dovessi scorgerne alcuna dovrei trovare qualcosa, qualsiasi cosa, da inserire all’inizio di questa recensione. Credo di aver appena risolto il mio problema con quest’ultima frase, il racconto può cominciare.

 

Domenico Naldini ha delle ottime ragioni per scrivere una biografia su Pasolini: ha vissuto in prima persona alcuni dei momenti salienti della vita dell’intellettuale, sin da quando frequentava la scuola elementare; non ha avuto bisogno di avventurarsi nelle trattorie romane per conoscerlo, né di collaborare con lui o perdersi in una discussione con il poeta, Naldini ha semplicemente avuto la fortuna di essere nato da Enrichetta Colussi in quel di Casarsa della Delizia nel 1929. Otto anni prima Susanna, sorella di Enrichetta, si era sposata con Carlo Alberto Pasolini, un giovane militare, un uomo tutto d’un pezzo, un fascista: di più, il fascismo gli apparteneva «biologicamente», «apparteneva alla sua vanità, al suo evidente vitalismo, all’ombrosità del suo sguardo» (E. Siciliano, Vita di Pasolini, 1978, p. 35); dalla loro unione erano nati Pier Paolo e Guido Pasolini, cugini di Naldini. Difficile dire quale sia il primo ricordo che Nico ha di suo cugino Pier Paolo, saranno la zia e la madre a raccontargli delle primissime interazioni fra i due, come quando il piccolo Pier Paolo pestò con il piede un escremento che l’infante Nico aveva lasciato in giro per la casa, arrabbiandosi moltissimo. Naldini nel suo libro ci accompagna lungo tutta la vita del cugino, dalle prime estati casarsesi sino alle otto del mattino di quella maledetta domenica, una giornata qualunque, segnata da poche parole comunicate al telefono da Laura Betti, «Hanno ammazzato Pier Paolo, vieni qui»; e poi il raduno di familiari e amici, il riconoscimento della salma all’obitorio, il dolore del ricordo e, forse ancor più doloroso, il persistere di strumentalizzazioni da parte di giustizieri, amici e amanti dell’ultima ora. La casa di Casarsa divenne meta di un vero e proprio pellegrinaggio, presunte conoscenti arrivavano da ogni parte d’Italia animate più che da un’intima adorazione forse da una malcelata mitomania, se non addirittura da una curiosa forma di necrofilia. «La legione dei “io lo conoscevo” si è andata assottigliando, ma non si è del tutto estinta» (p. 123), ora tocca a noi, quelli che non hanno potuto conoscerlo, ma hanno comunque qualcosa da dire su di lui.

 

Pier Paolo Pasolini, poeta, cineasta, saggista, romanziere (forse sarebbe meglio dire: intellettuale), bolognese, friulano, romano (meglio: italiano), nacque a Bologna il 5 marzo 1922. Nel 1959 pubblicherà il suo secondo romanzo, Una vita violenta, dopo essersi trasferito a Roma dal Friuli da qualche anno. Il titolo del libro è significativo, ci permette di comprendere le ragioni di questo brusco salto cronologico, perché quella di Pasolini fu davvero una vita violenta. Pasolini si ritrovò immerso dalla testa ai piedi nella violenza in ogni sua forma, fu oggetto di aggressioni fisiche e verbali, fu ostracizzato, demonizzato e malmenato in ogni occasione in cui i suoi detrattori trovassero un motivo per dargli addosso. Nel 1949 viene espulso dal PCI dai dirigenti della sezione udinese, improvvisatisi censori e moralizzatori dei costumi; quella sarà la prima di una lunga serie di tentativi di emarginazione coatta di Pasolini e della sua arte. Nelle rassegne cinematografiche romane premunirsi da un meditato attacco di giovani neo-fascisti era la prassi, Pier Paolo arrivò a essere talmente stufo di essere aggredito da diventare aggressore, sfogandosi su due dei suoi aguzzini durante l’ennesimo tentato pestaggio. Politici, giornalisti e tutori dell’ordine si adoperarono a distruggere la sua immagine pubblica: il sindaco di Cutro lo querelò per diffamazione a mezzo stampa, per aver parlato di un paese abitato da banditi e ‘ndranghetisti descrivendolo come un paese abitato da banditi e ‘ndranghetisti (perdonate la reiterazione...); ... un ex-deputato di nome Salvatore Pagliuca lo querelò per aver dato il suo nome a un ladro nel film Accattone del 1961 con il chiaro intento di nuocergli politicamente; a rendere ridicola la pretesa non è tanto la figura dell’ex-onorevole Pagliuca, semi-sconosciuto all’elettorato democristiano, ma il fatto che il nome in questione è incredibilmente diffuso in Campania, terra natale del Pagliuca. Ho pescato a caso fra le dozzine di procedimenti a carico di Pasolini che sfiorano il grottesco e potrebbero qui proporsi molti altri: l’accusa di rapina a mano armata mossa da un barista cui il poeta aveva fatto qualche domanda amichevolmente, le varie accuse di vilipendio alla religione, la perizia dello psichiatra Aldo Semerari che, analizzando Pasolini, delinea il profilo di un maniaco sessuale, un pervertito, un uomo incapace di intendere e di volere. Unico filo conduttore di tutte le accuse mossegli: la sua omosessualità.

 

Gianfranco Contini userà nel 1943, nella recensione della prima pubblicazione di Pier Paolo, la raccolta di poesie Poesie a Casarsa, una parola che ritornerà in innumerevoli occasioni sino a venire usata in maniera ossessiva e isterica dai nemici del poeta: scandalo. L’omosessualità di Pasolini e il suo peculiare modo di vivere i propri gusti sessuali crearono scandalo, e si parlò di scandalo laddove fosse possibile denigrare la figura dell’intellettuale, pederasta, invertito e aspirante transessuale (sarà Gianna Preda in un articolo della rivista Il borghese a parlare del dispiacere di Pasolini di non poter essere “madre” della gioventù italiana). Fu la sua omosessualità dichiarata, mai stata oggetto di vergogna, a condurlo suo malgrado all’interno del turbine di violenza, creata ad hoc nel tentativo di inghiottirlo e portarsi dietro i suoi libri e i suoi film, gettandoli nell’oblio per salvaguardare le generazioni più giovani. Pasolini s’interrogherà sempre sulla violenza, sulle forme in cui si declina, i moventi che conducono all’uso di essa; nei suoi articoli si fa delle domande sul massacro del Circeo, sui fratelli Carlino di Torpignattara, sullo stupro di Cinecittà (vedi Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, 1976), tutti quei casi di cronaca che non interessano più a nessuno, una volta esauriti i dettagli scenici; si chiederà sempre quali sono le reali motivazioni di tali abomini, quale la ricezione delle tragedie da parte del pubblico, quali i giudizi sulla vicenda che emergono. Pier Paolo sembra non temere la violenza, talvolta la sfida nelle sue passeggiate notturne nei luoghi più malfamati del mondo – gli avversari avrebbero detto “se la va a cercare” – talaltra la usa a scopo politico o narrativo, mostrandola nella sua forma più raccapricciante, tanto disgustosa da risultare affascinante, come quella abilmente intrecciata alle parafilie e ai piaceri più proibiti della carne mostrata nel film del 1975 Salò o le centoventi giornate di Sodoma: «protagonista del film è il potere neocapitalistico [che] dissocia l’umanità trasformandola in oggetto, riducendo il corpo a cosa attraverso lo sfruttamento» (p. 85). La violenza si esplica dunque in varie forme, può essere coercizione fisica ma anche subdola imposizione di comportamenti e scelte di consumo, può mostrarsi attraverso un processo di reificazione come tramite una persecuzione da parte di giudici e politicanti; tutti questi elementi vanno a formare l’aspetto più violento della vita di Pasolini, di una vita violenta.

 

Pier Paolo Pasolini, anticonformista, antifascista, antiborghese, comunista. Difficile dire con esattezza cosa Pasolini fosse, più semplice forse dedurre cosa non fosse, con il rischio di cadere nella trappola della contraddizione. La cerchia di critici e intellettuali ne ha fatto un monumento della resistenza alla trionfale avanzata della borghesia, un partigiano dei vecchi costumi, in prima linea contro la borghesizzazione della società; forse lo era pure. Sarebbe comunque un errore dipingere Pier Paolo come un popolano, avverso agli usi borghesi e perfettamente inserito nel piccolo mondo antico della campagna friulana prima, delle borgate romane poi; fu pur sempre un intellettuale di un certo spessore, avvezzo ai salotti buoni e alle discussioni “sui massimi sistemi”, estranee a qualsiasi ambiente pre-borghese. Più che un popolano Pasolini è un figlio della borghesia in fuga dal suo mondo («Una casa pulita, ben arredata, sicurezza da ogni punto di vista, per poi magari rischiare la vita nelle avventure erotiche più audaci», p. 52) ancorato al decoro e all’ordine delle abitazioni della classe media e a una sottile arroganza che gli permetterà di pontificare in ogni occasione, dall’alto della formazione letteraria riservata all’élite, spesso lamentandosi in continuazione di ritrovarsi circondato da imbecilli, di essere fra gli ultimi baluardi della razionalità in mezzo a un mare di idioti; magari aveva pure ragione. Per Pasolini la borghesia è «una classe sociale che corrisponde a una forma di vita, a un modo di comportamento e di pensiero assoluti, che non consentono confronti o vie d’uscita» (M. A. Bazzocchi, Pier Paolo Pasolini, 1998, p. 57). La borghesia è una «condizione generale dello spirito [...] sinonimo di bieca razionalità e di spento grigiore quotidiano, routine abitudinaria dei rapporti e vuoto formalismo dei comportamenti» (Carnero, p. 115). In questo orizzonte la produzione letteraria pasoliniana si pone in maniera conflittuale con la galassia piccolo-borghese, «tutto quanto Pasolini pensa, scrive, produce ha senso solo se inserito dentro questo rapporto polemico» (Bazzocchi, p. 57).

 

Pier Paolo sarà testimone del tramonto della civiltà contadina del Friuli di cà da l’aga, a est del fiume Tagliamento, la cui protesta contro latifondisti e sfruttatori farà maturare in Pasolini una coscienza civica declinatasi, di li a breve, nell’impegno politico con il Partito comunista d’Italia; partito a cui Pier Paolo diede tanto ottenendo in cambio così poco riconoscimento e così tanti capricci. Il contatto vero e proprio con i mostri prodotti dalla borghesia avverà successivamente, durante i sopralluoghi nelle borgate romane, nelle baraccopoli prodotte dallo sventramento del centro storico, fortemente voluto da Mussolini. La borghesizzazione delle periferie, colpevole di un genocidio culturale propedeutico a una progressiva mutazione antropologica in piena regola, ha fatto scomparire accattoni, ragazzi di vita, lucciole e bruscolinari, ha progressivamente condotto all’abolizione della “arte di arrangiarsi” che tanto faceva ingegnare i ragazzetti, in nome della conformazione totale a un sobrio stile di vita fondato sui consumi e il calcolo dell’utile: la macchina, il totocalcio, i pantaloni alla moda, la mercificazione dei corpi. La seconda parte della raccolta Lettere luterane, edita da Einaudi un anno dopo la morte del nostro, concentra le polemiche giornaliere pubblicate sul Corriere della Sera, roccaforte della borghesia liberale, nell’ultimo bienno di vita. Un rapporto aspramente polemico con la borghesia e la classe dirigente italiana, in particolar modo con la gerarchia democristiana, passibile di denuncia e conseguente processo, con il sistema scolastico italiano e il mondo fittizio prodotto dalla televisione, entrambi da abolire hic et nunc. 

Illustrazione di Jacopo Moruzzi

Non meno polemico sarà nei confronti delle sinistre italiane, gli studenti di Valle Giulia, l’organo Lotta continua (cui permetterà di uscire in edicola prestando il proprio nome come direttore responsabile) e ogni altro perseguimento di una via anti-culturale alla borghesizzazione mascherata da via culturale al socialismo; e dunque i capelli lunghi, i jeans, la nuova mitologia americana, gli hippies, la cultura nichilistica delle droghe e il conformismo, il terribile conformismo, di sinistra. La controrivoluzione al ’68 aveva plagiato gli stessi rivoluzionari facendo di loro un esercito di inconsci militanti a difesa delle sicurezze e degli agi piccolo-borghesi. Pasolini colse negli italiani degli anni settanta un atteggiamento razzistico di matrice borghese che nulla aveva da invidiare ai precedenti razzismi fascisti e aristocratici dell’Italia mussoliniana e post-mussoliniana; gli stessi neo-fascisti sono stati soggetti a un’esclusione e a un’interpretazione faziosa del loro essere fascisti, operata scientemente; «abbiamo [...] frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare» (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1977, p. 58). Ciò lo spinse a comunicare con loro, con i fascisti, fossero pure quelli più spietati, quelli delle bombe; come Giovanni Ventura, il neo-nazista estimatore dello stragismo coinvolto nei fatti di Piazza Fontana, con cui avviò una corrispondenza epistolare. Razzista, clericale, fascista, conformista, piccolo-borghese, consumista; questa l’Italia descritta dall’ultimo Pasolini, punto di arrivo di una parabola avviata dalla decadenza del mondo rurale.

 

Pasolini letterato, critico, romanziere e saggista; preoccupato della crisi della cultura italiana, del consumo di letteratura, «rompendo con ogni riferimento politico alla vita reale, umana, essi [gli scrittori del Gruppo ‘63] confessano la loro impotenza a superare la propria parte di letterati neoaccademici. Alla fine, la loro letteratura viene consumata, dico bene, consumata, non letta» (Pasolini in Naldini, p. 96). Nemico di ogni formalismo e ostinatamente contrario alla commercializzazione della produzione letteraria, che vede in un tomo un oggetto di consumo, Pier Paolo si contrappose alle scelte delle sacre istituzioni della cultura occidentale: Il Nobel di Stoccolma, il premio del cinema di Venezia, il premio Strega. I suoi romanzi e i suoi film furono bersagliati dall’entourage letterario sguinzagliato dal PCI per stanare ogni traccia di un fatalismo anti-rivoluzionario nei suoi scritti; le avanguardie letterarie comuniste pretendevano la nascita in Italia di una narrativa prospettivista, lukácsiana, che mostrasse i germogli delle future rivoluzioni e delle prossime conquiste dei lavoratori. Pier Paolo non vedeva tutto ciò nei luoghi in cui ambientava i suoi romanzi, anzi, era solito attribuire termini «osceni e volgari» alla povera gente, come ebbe a dire Italo Calvino; evidentemente egli «non ama, anzi sicuramente disprezza» certa gente, «come disprezza il partito di cui pretende di essere un leale compagno di strada» (volume recensito, p. 68). Quel partito nato dalle ceneri della resistenza partigiana, che nel Friuli massacrò i suoi stessi figli, come nell’eccidio di Porzus, in cui trovò la morte Guido, fratello di Pier Paolo, partigiano “bianco” fucilato dai “rossi”, intenti ad avvicinarsi a Tito e allontanarsi da Roma.

 

Il PCI, quel partito che Pasolini aveva sempre sostenuto, di cui aveva visto la crescita e il radicamento sul territorio come segnali di ripresa dopo la desertificazione culturale voluta dai fascismi italo-tedeschi, intenti più a distruggere la produzione culturale attraverso una mortifera operazione propagandistica volta a sradicare ogni particolarismo locale, ogni peculiarità del mondo contadino (che rappresentava all’epoca la maggioranza della popolazione e la stragrande maggioranza del popolo), ogni forma di creatività artistica che non fosse omologata all’unico sistema accettato e accettabile. Quel partito lo esulò prima, nel 1949, per la sua omosessualità, lo ostracizzò poi, per le sue vedute poco comuniste (forse meglio dire: poco PCI). Sembra quasi che l’intellettuale si trovasse talvolta fra più fuochi, l’eredità clerico-fascista – che trovava ogni scusa valida per colpire i suoi film, i suoi libri, le sue “perversioni” – e dall’altra l’eterogenea galassia della sinistra italiana, al cui interno i detrattori erano non pochi, così come non pochi erano quelli che non comprendevano e non volevano comprenderlo. Unica protezione dal mondo ostile: Elsa Morante, Sandro Penna, Federico Fellini, Enzo Siciliano, Laura Betti, Dacia Maraini, Alberto Moravia, Maria Callas, insomma gli amici. Ma anche i ragazzi di vita: Ninetto Davoli, Sergio e Franco Citti e Pino Pelosi, quest’ultimo, amico, trasformatosi in omicida.

 

 

Naldini non ammette speculazioni, dietrologie e complotti di sorta; Pier Paolo è stato ucciso da Pelosi, solo e unico assassino, nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia. Nessun complotto ordito da fascisti, che spesso usarono violenza sul povero Pier Paolo, da poliziotti, passati alla storia come amici ma in realtà nemici dell’intellettuale, da padri-padroni della classe dirigente democristiana, da bacchettoni, da reazionari e chi più ne ha più ne metta. Enzo Siciliano fa iniziare la sua biografia su Pasolini proprio da Ostia, dai misteri che aleggiano attorno a quella morte e a quella fatidica notte; Naldini fa finire il libro auspicandosi che nessun’altro si faccia venire, ancora, l’idea di fare del cugino il protagonista, o vittima, di una storia più grande, di un mistero fitto e intrecciato buono per vendere libri e sceneggiature di serie televisive: «Pasolini è morto, come moltissimi altri omosessuali, per l’aggressione di un partner sessuale» (p. 120). Non sta a noi ricostruire situazioni spettacolari, corrispondenti a ciò che avremmo-voluto-succedesse a un personaggio di tale fama e soggetto a una persecuzione così intensa e così duratura; se anche dovesse piacerci inserire Pasolini all’interno di un thriller mozzafiato, non siamo tenuti a farlo. A noi tocca scrivere su ciò che è stato di lui, non su ciò che vorremmo sia stato, senza sapere, o saper elencare, le ragioni per cui stiamo ancora qui, a buttare fiumi d’inchiostro su Pasolini, intellettuale, italiano, perseguitato.