IL MONTE BIANCO NON È IN ITALIA

Olivier Marchon

IL MONTE BIANCO NON È IN ITALIA. E altre bizzarrie della geografia

Firenze, Clichy, 2014

pp. 213, € 13,90

ISBN 9788867991433

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Andate a controllare il sito web di Olivier Marchon, se vi capita (e se sapete il francese come Edoardo). Oltre all’annuncio del suo ultimo libro, l’Atlas de la France incroyable (Autrement, 2014), c’è un intervento a proposito della pubblicazione di questo libro, dove Marchon scrive di essere lieto che il titolo in italiano abbia rispettato la logica di marketing concepita dall’inizio: in francese infatti, il libro è intitolato Le Mont Blanc n’est pas en France!, in riferimento alla storiella che dà il titolo all’intera raccolta, per un totale di trenta curiosità della storia della geografia politica, divise in racconti sulle enclaves, racconti sui territori simbolici, sui territori contesi, sui territori a statuto speciale, sui territori utopici... Che aspettate? Prendete l’atlante geografico (attualizzato, gentilmente) che preferite e via con le esplorazioni geografiche, teneri Indiana Jones da divano.

 

Prima però, cerchiamo di dire qualcosa di serio a proposito della geografia; intanto, per il semplice motivo che partire da una nozione semplicistica di geografia come quella che magari ci è stata inculcata a scuola non ci aiuterà a trarre il meglio da questo divertentissimo libro. Si ha sempre a che fare con le mappe, è vero, ma pensiamo che qui sarebbe il caso di ricordare la formula di Ferdinando Scianna per la fotografia e modificarla leggermente: oltre a “scrittura della Terra”, possiamo anche intendere la geografia come scrittura con la Terra. Usiamo lo spazio per costruire le nostre mappe prima che le mappe stesse ci dicano come è fatto lo spazio: inizia ad essere più chiaro i limiti che pone una concezione della geografia come semplice mnemotecnica delle mappe?

 

Non è poi un segreto che ora le mappe si fanno al computer, sempre più precise nel dettaglio, al punto tale da far sembrare la cartografia una sorta di scienza esatta (cfr. Cartography and the impact of the Quantitative Revolution, a cura di Colette Cauvin, Francisco Escobar e Aziz Serradj, 2010), ma con ogni medicinale viene sempre una controindicazione. In questo caso, le riserve teoriche venivano da un’opera giovanile del riconosciuto geografo inglese David Harvey, intitolata Explanation in geography (1969); contro ogni tentativo di ridurre il mestiere del geografo a puro calcolo statistico, diventata allora la consuetudine fra i suoi colleghi, Harvey decide di ispezionare la propria disciplina alla luce di un dibattito che allora teneva occupati i filosofi della scienza, ovvero il problema della spiegazione scientifica (e così li tiene finora, cfr. Raffaella Campaner e Maria Carla Galavotti, La spiegazione scientifica. Modelli e problemi, 2013). Che cosa spiega la geografia e di cosa si serve per farlo? Naturalmente, in questa risposa doveva figurare lo spazio. «I concetti geografici di spazio sono fondati sull’esperienza. In parte, quell’esperienza è comune a tutti i membri della società in cui il geografo si trova a fare il proprio lavoro. Dipende cioè dall’esperienza fisica effettiva e dall’esperienza culturale accumulata in una specifica società. Diventa impossibile comprendere concetti geografici di spazio senza il riferimento ai concetti di spazio sviluppati nel linguaggio, nell’arte e nelle scienze di una determinata cultura. Particolari nozioni geografiche intorno allo spazio sono impresse nella più ampia esperienza culturale» (pp. 227-8).

 

Per usare un po’ di terminologia che piace agli entusiasti di questo tema della spiegazione scientifica, lo spazio che compare raffigurato sulla mappa è un explanandum piuttosto che non un explanans e memorizzare quanto vi dice equivale a lasciarsi scappare da sotto gli occhi tutte le bizzarrie che stanno dietro alle loro raffigurazioni. Parlando dell’enclave di Cooch Behar, una costellazione di insediamenti indiani e bengalesi in territori limitrofi, Marchon ci racconta: «all’epoca coloniale, mentre stava tracciando il confine tra le regioni di quella zona, un ufficiale britannico completamente ubriaco avrebbe rovesciato l’inchiostro sulla carta geografica. I suoi sottoposti, che dovevano realizzare il confine sul territorio, avrebbero rispettato scrupolosamente la posizione delle macchie d’inchiostro, creando così quell’incredibile rete di enclave che esiste ancora oggi» (volume recensito, pp. 28-9). Il bello è che, parlando di geografia, non dobbiamo curarci molto dell’autenticità di questa storia, né delle intenzioni di chi l’abbia messo in circolazione. Possiamo solo notare (con un po’ di disagio, dobbiamo ammetterlo) che, per quanto possano esserci dubbi sull’origine dell’abitudine di bere al lavoro, lavorare con le mappe almeno è un’esperienza squisitamente europea (e che esperienza!).

 

Se le mappe diventano le parole dello spazio, allora ciò che costruiamo con esse, vale a dire i confini, è una sorta di schizofrenia, nel senso del termine che impiega Marchon per parlare di Arbezia, un principato indipendente nato da un hotel costruito proprio sulla linea di confine tra la Francia e la Svizzera, in piena valle di Dappes: «se sulla carta la spartizione del territorio tra francesi e svizzeri appare semplice ed equa, sul territorio è molto meno evidente, per il fatto che la linea di confine, che si dice sia stata tracciata da Napoleone in tutta fretta, non rispetta gli appezzamenti di terreno: alcune proprietà si ritrovano tagliate in due da quella linea arbitraria, tra la costernazione degli abitanti» (p. 201) ma non solo costernazione. Max Arbez, padre fondatore dell’Arbezia nel 1921, è ricordato per aver aiutato spie e soldati del bando degli Alleati, nonché aver facilitato la fuga di ebrei dalla Francia occupata. Marchon osserva che in fondo non si tratta di una cosa seria, questa indipendenza dell’Arbezia, e forse non è motivo di biasimo non conoscerne la posizione nella mappa o le principiali attività che compongono l’ammontare del loro Pil, ma «l’esistenza dell’Arbezia (...) non è certo priva di senso: ci ricorda infatti che nessuna resistenza è possibile senza disobbedienza» (p. 206), altrimenti come pensate che le mappe cambino in tempi non geologici e quindi visivamente percepibili? Oppure, l’Ecuador e il Perù (ovvero, casa mia) hanno risolto un conflitto lungo mezzo secolo con la cessione di 1 km2 di territorio, che sulla cartina politica del Sudamerica non riconoscereste mai, ma questo basta per compensare la dignità dello schieramento meno fortunato (p. 88). Quindi che cosa vuol dire che un confine sia definitivo: quando mai nella storia un confine è stato intoccabile?

 

I nostri confini non sono importanti, se prima non si conosce ciò che c’è dentro di essi. Perciò, bisogna apprezzare i racconti di Marchon, che riscattano la dimensione creaturale, umana, viva del sapere della geografia. Le mappe sono stabili nella misura in cui ci sono delle realtà stabili dietro ad esse e, quando le realtà diventano stabili, esse diventano anche, in maggiore o minore misura, cultura. Non viceversa.