ABBONDANZA, PER TUTTI

Nicola Costantino

ABBONDANZA, PER TUTTI. Contro la scienza triste della scarsità

Roma, Donzelli, 2014

pp. 137, € 17,50

ISBN 9788868430689

 

di Paulo Fernando Lévano

 

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«Ogni sistema che incoraggi, per via di incentivi straordinari, un investimento eccessivo del capitale della società in un particolare tipo di industria, oppure che scoraggi, per via di restrizioni straordinarie, l’investimento di capitale da un particolare tipo di industria nella quale sarebbe stato investito, tale sistema in realtà sovverte il grande proposito che vorrebbe portare avanti» (Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Libro IV, cap. 9)

 

Abbondanza, per tutti? Va bene. Abbondanza però, per quanti? A pagina 46, l’ingegner Costantino ipotizza una cifra, provvistagli dai calcoli della demografia: nove miliardi di terricoli. Sembra alquanto utopico, ma ce la possiamo fare, soprattutto se cavalchiamo la più recente ondata di ottimismo futurologico che parte dalla lettura di Abbondanza. Il futuro è migliore di quanto pensiate (Codice, 2014) di Peter Diamandis e Steven Kotler e arriva fino a questo libello che oggi presentiamo.

 

Leggiamo un po’ il brano più programmatico contenuto in questo libello, ne vale la pena per capire adeguatamente dove vuole andare a finire questo discorso dell’abbondanza per nove miliardi di persone: «numerosi studi concorrono nel farci ritenere che fattori di sviluppo essenziali, quali acqua, cibo, riparo dagli agenti atmosferici, energia, educazione, telecomunicazioni, salute e libertà siano, o possano diventare, relativamente abbondanti: sufficienti cioè a soddisfare adeguatamente le necessità e i desideri di una popolazione mondiale stabilizzata intorno ai nove miliardi di individui. Perché però queste condizioni si verifichino è indispensabile che al progresso tecnologico in corso (a ritmi – in alcuni campi – particolarmente accelerati) si uniscano interventi sostanziali relativi agli stili di vita, alla distribuzione dei redditi, alle politiche economiche e, ancor più ambientali» (p. 71). Quindi, cibo c’è, acqua c’è, casa c’è, servizi ci sono, scuola c’è, libere espressione e condivisione di idee ci sono, sanità c’è, tempo libero c’è, e ci saranno ancora quando raggiungeremo la cifra di nove miliardi sul pianeta; l’unica cosa, la clausola nascosta, è che bisogna essere pronti per la tecnologia, più o meno allo stesso modo come bisogna fare catechismo prima di fare la cresima. Capiamoci: ciò che l’ingegnere Costantino suggerisce non è che una revisione dei nostri ritmi consumistici e delle decisioni dei nostri rappresentanti politici sia semplicemente desiderabile; quello che suggerisce anzi è che il nostro stile di vita e i nostri politici siano i soli pezzi a tenere la pentolaccia insieme; una volta che saremo migliori utenti e che avremo migliori regolatori, giù verrà tutto il dolciume del progresso tecnologico; se il colpo è giusto, la pentolaccia si rompe; ma la forza e l’accuratezza del colpo, come sempre, dipendono solo dal marmocchio con gli occhi bendati. Cioè, noi.

 

Ma se si tratta di noi e delle nostre deludenti scelte politiche e/o abitative, allora perché esordire chiedendo un Einstein per le scienze economiche? «Dobbiamo chiederci – spiega Costantino – se una scienza economica, nata per studiare la gestione delle sole risorse scarse, sia ancora valida nel momento in cui una gamma sempre più ampia delle stesse risorse, in primis il lavoro, risulta abbondante. Dobbiamo chiederci, cioè, se non sia giunto il momento di costruire le basi per un’economia dell’abbondanza, rispetto alla quale l’attuale economia della scarsità risulti valida solo in maniera (più o meno ampiamente) circoscritta, così come la legge della gravitazione universale di Newton è inclusa nel più ampio schema concettuale della teoria di Einstein» (p. 13). Ecco che una risposta inizia a fare capolino: Costantino vede la tristezza dell’economia nel fatto di contare ancora sull’antropologia di homo oeconomicus per spiegarsi il fenomeno economico. Quindi, per l’ennesima volta, bisogna scagliarsi contro l’idea che l’uomo sia un piccolo consumatore che parte da poco e massimizza l’utilità delle proprie azioni, in vista del proprio interesse; bisogna smettere di ignorare che accanto a questo piccolo homo una serie di cose nuove si prestano al suo servizio: «il galoppante progresso tecnologico permette di prefigurare un mondo che, senza ricorrere necessariamente a processi di decrescita, più o meno felice, ma distribuendo più equamente le ricchezze, ridefinendo la qualità – e il livello di immaterialità – dei prodotti, e investendo in tecnologie di sostenibilità ambientale, ci consenta di sfuggire alla condanna» (p. 135).

 

Perché dire no alla scarsità? Per due motivi: «a) il potere ottimizzante del mercato garantisce la massimizzazione della produzione complessiva, ma non l’equità della sua ripartizione tra coloro che hanno contribuito alla sua formazione; b) la quasi totalità dei nostri scambi si sviluppa in mercati d’altro tipo (monopolio, oligopolio, più o meno collusivo, concorrenza monopolistica, monopsonio ecc.) per i quali la “pubblica virtù” dell’insieme degli egoismi privati non è assolutamente dimostrabile» (pp. 18-19); qui Costantino muove le sue osservazioni verso il concetto di concorrenza perfetta ed equilibrio perfetto del mercato, cioè gli artifici concettuali che permettono di pensare una situazione ideale in cui i prodotti disponibili in un mercato sono perfettamente bilanciati fra domanda ed offerta; artifici che funzionano un po’ come i gas perfetti della termodinamica, cioè modelli di come le cose si comportano in condizioni sperimentali (cioè manipolabili), che successivamente permettono di capire qualcosa sul comportamento delle cose effettivamente verificatosi. Il problema sarebbe allora che i nostri modelli economici non ci permettono di capire più l’andamento dei fenomeni economici, proprio per i due motivi di cui parlavamo poco fa.

 

Per “potere ottimizzante”, Costantino si riferisce al talismano del credo dell’economista neo-liberale contemporaneo: “nel mercato, gli investimenti arrivano verso le nuove opportunità nel miglior modo possibile”; il ché vuol dire  che se dopo la comparsa di un prodotto nuovo, l’equilibrio fra domanda ed offerta si vede alterato dall’emergere di nuovi produttori e nuovi (potenziali) compratori, la concorrenza, quale divina provvidenza vichiana, normalizza la nuova situazione man mano che i capitali di investimento e i capitali di ritorno si ri-configurano attorno alle nuove attività, da ciò segue che i migliori investimenti risultino quelli che più ne traggono profitto: il miglior imprenditore è quello che prima o poi riesce ad attirare gli amici ricchi verso il proprio operare. Oggi, a sette anni dal crac finanziario, grazie anche a un filone distinto nel cinema recente che guarda nelle vite dei personaggi coinvolti in questo settore delle attività economiche, sappiamo che il “potere ottimizzante” del mercato ha lo stesso significato di “postilla salvifica” che ci rassicura quando, fra la pianificazione dell’ottenimento di uno scopo e l’effettivo esordio delle azioni, collochiamo un proverbiale “che Dio ce la mandi buona”. Ma a questo punto Costantino cambia completamente il senso della sua critica dell’economia politica: «il fattore, in un certo senso patologico, “redditi superiori alla concreta capacità di essere utilizzati per l’acquisto” pesa in maniera superiore a quello fisiologico, dei “motivi precauzionali” e di accumulo per futuri acquisti: poche famiglie accumulano grandi ricchezze, che non riescono a spendere, nonostante l’illimitatezza dei desideri (non a caso le griffes del gran lusso sono tra le pochissime categorie merceologiche a non aver risentito della crisi degli ultimi anni)» (p. 38 passim). I “dati freschissimi” di cui parlava D’Elia tre anni fa resistono il passo del tempo: l’idea del mercato perfetto vive ancora nei freeports di beni di lusso in aree internazionali (cfr. p. 107), anche se Costantino si limita a menzionare oggetti di collezione, in posti completamente staccati dalla realtà del mondo, il mondo che ci è più familiare, quello dove spesso cibo non c’è, acqua non c’è, casa non c’è, servizi non ci sono, scuola non c’è, libere espressione e condivisione di idee non ci sono, sanità non c’è, tempo libero non c’è.

 

Allora, la tristezza dell’economia sta nel dare una descrizione triste di come viviamo sulla terra, sempre secondo Costantino: è a questo punto che dobbiamo confessare, in questa sede, di non capire quale sarebbe l'utilità di usare la retorica di “felicità” e “tristezza”. L'unica felicità che si configura nella futurologia di Costantino è quella di ogni discorso futurologico, come ha osservato lo storico della tecnologia David Edgerton (The shock of the old, 2007): la felicità che poggia su una smisurata fiducia nel progresso tecnologico e nella sua tempestività per cacciare via i guai. Questo meccanismo perverso scatta dall'asimmetria con cui pensiamo all'innovazione e all'implementazione della tecnologia, e ci mette nella posizione di dover camminare su questa terra condannati a provare entusiasmo ogni volta che le tecno-scienze (vogliate passare questa reminiscenza latouriana) fanno una promessa, e condannati a provare la disperazione di vedere la persistenza di problemi che accompagnano da secoli noi e i marchingegni che di continuo riusciamo a mettere su per renderci la vita più facile. Insomma, non si sfugge a nessuna di queste due condanne, né con la postilla neo-liberale né con la postilla di Costantino, è inutile se prima non pensiamo alle differenze che si verificano fra investire nell'innovazione e investire nell'implementazione. La cosa buffa è che questa non è nessuna novità: già nel 1989 Paolo Sylos Labini riconduceva le difficoltà che trovano le innovazioni per venire implementate alla questione dello «scrutinio economico del mercato e della profittabilità» poiché «le innovazioni che esigono dimensioni non piccole di produzione (le economie di scala) non possono essere attuate fino a quando il mercato non diventa sufficientemente ampio» (Nuove tecnologie e disoccupazione, p. 206). Quale tecnologia ventura potrà salvarci, se il profeta stesso ammette che «il prodotto è sempre meno il risultato di un “lavoro” e sempre più l’effetto di un “investimento”» (volume recensito, p. 111)?

 

Quando Costantino scrive che «l’elaborazione di parametri di misura dello sviluppo economico differenti dal Pil, assoluto e pro capite, dimostra che il benessere umano (la “felicità”) è positivamente correlato al reddito disponibile solo in un range di livelli relativamente bassi di quest’ultimo» (p. 30), egli esaurisce la forza critica della “tristezza” nei confronti della scarsità; Smith e gli economisti hanno (nella mente perversa di questo collaboratore) una sorta di vendetta sull'ingegnere quando ci rendiamo conto che alla fine la scarsità dell'economia non ha nulla a che fare con la tristezza o la felicità degli attori del mercato, ma con il modo in cui ci poniamo davanti a ciò che può sembrare un buon investimento. Sperare nell'implementazione futura significa anche questo: fare la scommessa di Pascal sulla possibilità di soddisfare fra qualche decennio il barcone contenente tre miliardi di nascituri che alcuni hanno avvistato. Né felice né triste, questa è una questione politica. «L’economia politica è indirizzata alle economie alle prese con la scarsità, quando alcune risorse limitate limitano le capacità delle economie di soddisfare la domanda dei propri beni prodotti, risultanti in domanda insoddisfatta. Se queste risorse scarse fossero più abbondanti, più bisogni sarebbero soddisfatti; se fossero meno abbondanti, ci sarebbero meno soddisfazioni». (Edmund Phelps, Political Economy. An introductory text, 1985; p. 9).

 

Abbondanza, per tutti? Certo! Ma la volete oggi? Vi dico io dove trovare l'abbondanza oggi: fate la fila davanti agli erogatori automatici di biglietti di treno alla stazione Milano Centrale, e aspettate i ventenni e i trentenni che si offriranno a pulsare tutti i pulsanti necessari per risparmiarvi lo sforzo di sfruttare l'interfaccia. L'abbondanza è anche questo: abbondanza di individui che la società non riesce a integrare. E alla fine che potete fare voi? Elargire qualche euro o andare via: non è un problema vostro in senso stretto, ma è un problema politico, e quindi è anche un problema vostro, felici o tristi che ci rimaniate.

 

*A Gery Diaz, economista peruviano dell’Università di Bologna.