SORELLA MORTE CORPORALE

Francesco Agnoli

SORELLA MORTE CORPORALE. La scienza e l’aldilà

Torino, Lindau, 2014

pp. 112, € 11,00

ISBN 9788867370382

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Ti si dà oltremisura per farti debitore: eppure, chi ha una sola cosa che non ti appartenga? Tu paghi i debiti senza dovere nulla, e li condoni senza perder nulla. E noi, mio Dio, mia vita, mia divina dolcezza, che cosa abbiamo detto? Che cosa può mai dire, chi parla di te? Eppure guai a chi di te non parla, perché parla ed è muto» (Agostino, Confessioni I)

 

Questo libello si propone di affrontare scientificamente il tema delle near-death experiencies (NDE) e le out-of-body experiences (OBE), affinchè riceva l’attenzione che merita, con la serietà del caso. In particolare, Agnoli ci mette in guardia contro chi voglia presentare il tema come se fosse esclusivo di quelle “visioni del mondo” annoverabili sotto la dicitura new age: «occorre una grande cautela nello scartare a priori ciò che non è scientificamente spiegabile come nel trarre conclusioni affrettate di segno contrario, sia, infine, perché non mancano coloro che, pur di vendere e destare scalpore, sono pronti a inventare le esperienze più stravaganti, magari prendendo come spunto anche racconti veri, reali o quantomeno sinceri» (p. 59).

 

Sincerità. Qui dobbiamo ammettere che Agnoli ci lascia, quantomeno, perplessi. Racconti “veri o reali” e argomenti “scientificamenti spiegabili” sembrano  collegabili, anche in modo molto intuitivo, proprio perchè l’intuito ci suggerisce che gli scienziati, facendo scienza, vogliono parlare di stati di cose reali o comunque possibili; può pure venire in mente che ci sia qualcosa di affine, nel metodo scientifico, alla verità o alla realtà delle cose. Ma se si vuole dire che un dato suscettibile di “elaborazione scientifica” abbia la proprietà di essere “sincero”, che cos’è allora quella che si sta cercando di spiegare scientificamente? Come si fa a conoscere a priori la sincerità di qualcuno o di qualcosa? E soprattutto: come sarebbe mai possibile rispondere a quest’ultima domanda senza slittare nel new age?

 

Eppure, bisogna andare di fiducia in questi temi. Basta dare uno sguardo, per capire le nostre perplessità intorno alla sincerità e alla fiducia come criteri di ricerca, a un documentario della BBC, The day I died di Kate Broome (2002), che in 54 minuti combina le dichiarazioni di Sam Parnia, medico specialista in rianimazione (e menzionato nella monografia di Agnoli) e altri colleghi con interessi affini, con le testimonianze di molti pazienti che sono riusciti a far tornare indietro la barca di Caronte: ecco, l’ultima volta che qualcuno è tornato dalla traversata dell’Acheronte, delle sue vicende ci lasciò un bellissimo poema allegorico in terzine, non precisamente un compendio di osservazioni attendibili ed empiricamente verificabili. I pazienti che hanno avuto una NDE si esprimono anche essi in termini allegorici, dunque (come era da aspettarsi) i termini in cui gli “scienziati” trattano scientificamente le loro testimonianze sono di un registro pressappoco simile: “percezione massimizzata”, “assenza della percezione del tempo”, “sensazione di armonia e pace interiore”, “intuizione di ciò che è veramente reale”, (ovviamente) “la luce alla fine del tunnel”, ecco ciò che Parnia (ma anche Peter Fenwick, neuropsicologo, e Raymond Moody, filosofo e psicologo, entrambi fra le fonti di Agnoli) impiega come dispositivi teorici per poter parlare della certezza che ci sia una vita dopo la morte e che siano solo le nostri menti, svincolandosi dai nostri corpi, a passare la soglia verso l’aldilà.

 

Non pensiamo di essere puntigliosi nell’indicare questo dettaglio: tutta questa indagine viene portata avanti sulla base di interviste a persone che, dopo l’arresto massivo delle funzioni vitali, sono state rianimate e, se scampate al sogno eterno, in seguito intervistate sui loro ricordi nei momenti in cui le macchine indicavano al personale medico la “fine” della vita del paziente. Ecco che scatta la clausola della sincerità, elemento imprescindibile per ogni relazione stabile che punti all’eternità: il ricordo della (così configurata) NDE diventa l’unica evidenza (è il termine che più usano i coniugi Long, fondatori della Fondazione per la ricerca sulle esperienze di pre-morte, chiaramente a posteriori ) per l’esistenza effettiva di un posto dove le nostre menti vanno dopo la morte; se è menzognera, tutto lo sforzo logistico per costruire l’evidenza viene a meno. Se dipende dalla sincerità di persone che stavano sull’orlo di lasciarci le penne, ci prendiamo il rischio che passi per mancanza di cortesia la nostra innocua obiezione: e se ci fosse qualcosa di non rilevabile dalle macchine? E se ci fosse un qualche segno vitale che non sia stato ancora codificato?

 

Sincerità, quindi, degli uomini e delle cose. Se non abbiamo entrambe le garanzie, dobbiamo considerare anche il così detto problema duro della coscienza (conscious awareness appunto è il termine usato da Parnia). Facciamo un esempio: cercate di visualizzare la luce alla fine del tunnel; a colpo d’occhio, vi trovate davanti uno sfondo nero e un punto luminoso che immediatamente avvolge nel suo splendore tutto, dandovi l’impressione che siete voi ad avvicinarvi alla sorgente di luce. Visualizzate ancora: cercate di immaginare ciò che vi abbiamo appena suggerito, ma all’indietro. Vedete la somiglianza? (TV effect). Percezioni più intense di una realtà ritenuta più genuina diventano così le poche e ultime cose che riusciamo a cogliere prima di spegnerci del tutto: queste sono le ultime cose, lentamente evanescenti, che diventerebbero poi l’evidenza di una vita dopo la morte, di un mondo senza tempo dove tutto è pace. Pace? Quando si è appena spenta una luce, pace? Il personale di rianimazione ha appena perso un paziente, e se non resuscita non potrà nemmeno rispondere al questionario. Pace, quindi? Niente affatto: infierire, infierire contro il morire della luce!

 

Agnoli ha un gran numero di esempi di uomini di scienza europei che si sono pronunciati sul tema dell’aldilà, i quali non scartavano affatto l’esistenza di un piano spirituale della realtà, un posto dove collocare Dio, i numeri, le figure geometriche, le idee del bello e del giusto, e via dicendo. Perciò, un monito per i lettori: è inutile parlare delle posizioni in materia di teologia di Pascal, di “Liebniz” (sic! p. 16), di Stokes se non si tengono conto di almeno tre secoli di dibattito intorno alla potentia Dei (cfr. William Courtenay, Capacity and volition, 1990); questo semplicemente per ricordarvi che, se è veramente Dio a decidere quando ci scade il permesso di soggiorno in questo regno, allora la rianimazione pone serie questioni teologiche: i paramedici sono lì come Dio ha stabilito o poiché Dio ha deciso di intervenire su ciò che aveva prima stabilito? Inoltre, l’autore dedica gran parte della sua attenzione a Gödel, il grande logico austriaco e poi statunitense, che morì di inedia dopo essersi rifiutato di mangiare, per paura di venire avvelenato, ricavando informazioni soprattutto dal bellissimo studio di Pierre Cassou-Noguès, I demoni di Gödel. Logica e follia (2008), dove si legge, nel capitolo che cerca di mettere in parallelo il lavoro del logico con le sue personali convinzioni sull’incorporeità della mente e sull’aldilà: «beninteso, la tesi di una vita dopo la morte non è una conseguenza del teorema di incompletezza» (p. 145). Ma veramente bastano, per la consistenza degli argomenti a favore della validità delle NDE, i predecessori illuminati?

 

Se è per questo, vogliamo proporvi un altro logico attivo negli anni Trenta, che in quegli anni pubblicava un articolo interessantissimo per la storia della logica degli enunciati (1935), in cui riportava una serie di frammenti della logica degli stoici, nell’intento di rivalutarla a discapito dei pregiudizi di storici della logica vissuti prima dei tempi di Peano e Russell e dunque ignari della logica formale; il frammento riportato è attribuito a Origene: «se sai di essere morto, sei morto (poiché nulla di falso può sapersi); se sai di essere morto, non sei morto (poiché i morti non sanno nulla); quindi non sai di essere morto» (Jan Lukasiewicz, in Selected works, 1970, p. 206). Su cosa poggia quindi la sincerità di una testimonianza di NDE, di una luce che si riaccende sull’orlo di spegnersi? Lasciamo a voi la risposta, dopo aver letto questo scorrevole libro, rammentandovi però di quanto scritto da Agostino: che cosa potrà dire di scientifico sull’aldilà colui che si occupa scientificamente di tenere le vite al di qua? Guai a chi crede alle testimonianze, poichè sceglie di credere ad affermazioni su questioni veramente problematiche e non si rende conto che tali affermazioni riescono ad essere sincere soltanto nel loro essere vacillanti. Ci vediamo dall’altra parte.

 

 

P.S.: che siano affermazioni vacillanti non è una cosa che speriamo ci accettiate per buona. Vi invitiamo a controllare il risultato più recente del gruppo di ricerca capeggiato dal dottore Parnia (qui i riferimenti bibliografici) nel quale, su un campione di 140 pazienti intervistati, soltanto due hanno confermato di avere avuto “consapevolezza cosciente” del mancato approdo sull’altra riva dell’Acheronte, e fra le conclusioni si abbozza la possibilità di ripensare l’uso comune (come per esempio quello del documentario della BBC) che si fa dell’espressione “NDE”.