FELICE DI VOLARE

Amelia Earhart
FELICE DI VOLARE. Ricordi della mia vita in volo e di altre aviatrici Roma, Elliot, 2015
pp. 188, € 17,50
ISBN 9788861928282

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Il suo promotore (poi suo marito) giudicò che il suo aspetto e la sua personalità la potessero far diventare una sorta di Lindbergh al femminile» (R.G. Grant, Il volo. 100 anni di aviazione, 2003; p. 130)

 

Arianna Ricci ha tenuto per qualche tempo lo sguardo rivolto in alto, seguendo la vicenda di Samantha Cristoforetti, la prima italiana nello spazio; è cosa buona leggere quanto ha da dire, per non dover pensare alle scie chimiche ogni volta che si scruti il cielo. In questa sede, invece, vogliamo tenere i piedi per terra e guardare nelle profondità dell’Oceano Pacifico, scambiamo volentieri il dileguarsi della pressione atmosferica per l’incrementarsi della pressione idrostatica: andiamo alla ricerca di Amelia Earhart, scomparsa i primi del luglio 1937 cercando di compiere il giro del mondo in un Lockheed 10 Electra (d’ora in avanti, 10E) assieme a Fred Noonan, specialista in navigazione aerea con poco più di un lustro di esperienza volando per la scomparsa Pan Am.

 

La versione originale di Felice di volare uscì nel 1933, quando Amelia era all’acume della sua popolarità; proprio come Saint-Exupéry, Amelia era una superstar dell’aviazione, la nuova attività che emergeva tra le grande conquiste delle tecnoscienze nel XX secolo. Molto si è detto e molto si è scritto sulle nuove concezioni del tempo e dello spazio che andarono consolidandosi nei primi decenni del Novecento, con la comparsa dei primi transatlantici, delle prime reti di trasporto ferroviario, della bicicletta, dell’automobile, della radio, del telegrafo, del telefono, dei giornali a tiratura massiva e del telegiornale al cinematografo. Eppure, con tutti questi prodigi della scienza e della tecnologia a portata di mano, la generazione dei nostri bisnonni (in alcuni casi, dei nostri trisavoli) trovava ancora modo di stupirsi del fatto che una “donna” facesse qualcosa “da uomo”: niente di male, in fondo non siamo mai stati moderni.

 

«La tradizione non è meno d’intralcio della moda. Un tempo si credeva che bambine e ragazze dovessero starsene ferme e buone, e persino al giorno d’oggi, ogni volta che esse si cimentano in attività nuove o diverse dalle solite, queste vecchie convinzioni tornano a farsi sentire. Che siamo fisicamente in grado di fare quello che fanno i maschi resta da dimostrare; se si è in forma, però, non risulta che tennis, equitazione, golf e altri sport sortiscano effetti avversi» (p. 13). Le parole di Amelia Earhart tornano in mente ogniqualvolta i giornali, per riempire le loro sezioni dedicate a scienza e tecnologia, propongono “studi scientifici” che dimostrerebbero il fatto che uomini e donne sono differenti; in fondo, i giornali sanno che si tratta di una gallina dalle uova d’oro perché sanno pure di rivolgersi a un pubblico che ha elevato questo tema alla categoria di “grande mistero dell’umanità” e si è convinto che c’è bisogno di indagare “seriamente” sull’interrogativo primordiale: “che cosa ci rende così differenti e in quale misura questa differenza spiega le nostre azioni?”. Ecco da dove sorge questo ricchissimo cocktail di discussioni sull’evoluzione, sulla psicologia, sulla microstoria e persino sulla sociologia della scienza: a un certo punto della nostra indagine dimentichiamo che, quando entrambi siamo in forma, le differenze diventano irrilevanti.

 

«Per volare non è necessaria una costituzione fisica speciale; sono sufficienti una capacità di coordinazione normale e una buona salute, come per qualunque attività fisica. È per eccellere che bisogna possedere doti straordinarie» (p. 36). E un velivolo, certo: per volare hai bisogno delle suddette capacità e di un velivolo. Facciamo questa specificazione poiché annusiamo da subito l’avvicinarsi di quella becera e ormai scontata battuta: “Coordinazione? Buona salute? Ma certo! Come potrebbero altrimenti gestire la casa e i figli?”. Amelia avrebbe leggermente ghignato e sarebbe tornata ad aggiustare i motori del suo velivolo, e questa recensione sarebbe finita qui, quindi per piacere, gentilmente, non vogliate nemmeno pensare a questa battuta. Il 10E sarebbe rimasto comunque zitto a ricevere le cure della sua Amelia, ma offeso da una battuta che insinuerebbe un’equivalenza fra gli elettrodomestici e uno dei primi aerei pensati per l’aviazione commerciale, a completa rivestitura metallica e con un’innovativa doppia coda per maggiore stabilità direzionale, innovazione di Clarence Johnson, uno dei nomi più importanti dell’ingegneria aeronautica statunitense.

 

Anche se sicuramente ne andava fiera, ci azzardiamo a dichiarare che Amelia non si sentiva più speciale per essere una donna con un lavoro da uomo, tuttavia avrebbe sicuramente scandito con il piede il ritmo di Woman is the Nigger of the world di John Lennon (1972). Dopo tutto, l’idea sua era che sempre più donne seguissero il suo esempio e gli esempi di Harriet Quimby, di Bessie Coleman, di Bobbi Trout, di Amy Johnson; in questo senso, Felice di volare è la costruzione di un personaggio, Amelia pone la sua storia come qualcosa che potrebbe capitare a qualunque ragazzina, scrivendo che non è stato poi così difficile diventare la prima donna ad attraversare l’Oceano Atlantico (1928, un anno dopo Charles Lindbergh), trattandosi soltanto di raffinare, attraverso velivoli sempre più potenti e aerodinamici, quella millenaria necessità umana di salvare la pelle e rendere il salvataggio qualcosa di emozionante, di divertente. «Nel 1920, due anni dopo l’armistizio, i velivoli non erano costruiti bene come oggi e i motori avevano la brutta abitudine di fermarsi nei momenti meno opportuni (...). Al confronto, i motori di oggi sono un grande passo in avanti: raramente ti piantano in asso e – se ben tenuti – sono di gran lunga più affidabili di un tempo. Di conseguenza, rispetto ai primi anni post-bellici anche l’atteggiamento degli aviatori è molto cambiato» (p. 28). Ed è soltanto dalla parte dei piloti che si può capire quanto fosse diventato affidabile l’aereo come mezzo; era evidente che il seguente passo era trasformare coloro che stavano dall’altra parte, i passeggeri. Amelia prestò la sua immagine femminile a compagnie aeree per incoraggiare più donne a partecipare in voli commerciali, ma soltanto ora capiamo che, così facendo, non parlava l’aviatrice ma la donna: «giustamente o ingiustamente, gli agenti di vendita accusarono le donne di essere la principale causa di resistenza, sostenendo che non comprando il biglietto aereo per sé, di fatto precludevano il viaggio anche alla famiglia. “Mamma dice di no e papà non verrà”» (p. 91). Ma erano gli anni Trenta, era normale che gli agenti di vendita raccomandassero un’aviatrice laddove ci voleva della sana consulenza matrimoniale.

 

Non c’erano più i Pionieri in quegli anni in cui Amelia e Saint-Exupéry rappresentavano il canto del cigno della così detta “Età d’oro dell’aviazione”; figure pubbliche, le voci degli aerei stessi, individui che erano riusciti a portare avanti l’avventura aeronautica superando catene montuose e collegando continenti con i nonni dei nostri aerei contemporanei; le ultime fiaccole solitarie di una notte che finiva, prima che albeggiassero la meteorologia contemporanea, le comunicazioni satellitari e il manuale Jeppesen, e le loro fiamme sarebbero rimaste sopraffatte dall’avvento delle forze aeree nazionali. Insomma, Giulio Douhet, parlando di potere aereo, aveva proprio ragione: per quanto il loro fuoco fosse pacifico e volto a illuminare la strada per gli altri, senza queste fiaccole in tempo di pace non avremmo saputo dove e come collocarci per aspettare il sole sorgere ed offuscare la vista di tutti quanti.