IL FANTASTICO LABORATORIO DEL DOTTOR WEIGL

Arthur Allen

IL FANTASTICO LABORATORIO DEL DOTTOR WEIGL. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich.

Torino, Bollati Boringhieri, 2015

pp.357, euro 25,00

ISBN 9788833926582

 

di Elisa Baioni

 

Grandi circa tre millimetri e di color grigio-marrone, i pidocchi sono insetti, artropodi. Vivono sull’uomo e si nutrono di sangue, pompato meccanicamente attraverso una minuscola proboscide esoscheletrica che li aggancia alla pelle dell’ospite. Malgrado l’aspetto li faccia apparire come creature grezze, sono molto esigenti in fatto di temperature: non meno di 36°C, non più di 38,9°C, o si cambia casa. La loro giornata tipica non è particolarmente movimentata: mangiano e defecano, per lo più contemporaneamente. Se, però, devono cercare un luogo confortevole ove deporre le uova, dette lendini, arrivano a compiere anche un metro e mezzo in un’ora. Si distinguiono due sottospecie principali: i pidocchi del capo, che trovano gradevole alloggiare e riprodursi tra i nostri peli, e quelli del corpo, che si acquartierano tra le pieghe degli indumenti, e mal sopportano il caldo eccessivo della testa. Le due varietà sono molto simili ma, per motivi ancora ignoti, i primi costituiscono esclusivamente un pruriginoso contrattempo, i secondi sono il veicolo di trasmissione di un organismo micidiale: la rickettsia prowazekii

 

Con rickettsia si individua un genere di batteri intracellulari di piccole dimensioni e origini antiche, tra cui i più famosi sono le r. prowazekii, portatrici della malattia che più «ha giocato un ruolo nelle grandi tragedie e nelle pagine più orribili della storia» (p.12): il tifo. All’epoca della sua scoperta, l’incidenza di morte per tifo era inferiore al 20%, ma il decorso della malattia era terribile, anche per coloro che prestavano assistenza. Così l’ha descritto un dottore russo: «Una corsia piena di malati di tifo alla seconda settimana assomiglia più a un reparto di degenti psichiatrici gravi che a una corsia d’ospedale […] Alcuni pazienti languono in uno stato assopito e comatoso, altri vaneggiano a squarciagola, altri ancora, avvicinandosi al periodo critico, giacciono scossi dai tremiti evidenziando in maniera spiccata carfologia e subsultus tendinum» (p.35). Il tifo è la malattia della disperazione, che «sopraggiunge quando una popolazione è allo stremo delle forze. I suoi prerequisiti sono la fame, il freddo, la paura e la spossatezza» (p.26). Perché si scoprisse che erano le feci di pidocchi a trasmettere l’infezione bisognò aspettare la fine della Prima Guerra Mondiale, quando si scatenò la peggior epidemia della storia, che si stima abbia causato tre milioni di morti. Per evitare una nuova catastrofe, in tutto il mondo fu lanciata una campagna militare contro i parassiti, che chiamò alle armi scienziati ed igienisti, i primi nel tentativo di trovare un vaccino, i secondi nell’applicare massicce operazioni di disinfestazione fra le truppe e i civili.

 

Quando i nazisti diedero via al secondo conflitto mondiale, i loro sforzi si distribuirono equamente tra la guerra agli uomini e quella ai pidocchi. Presto, però, si comprese che il modo più efficiente di concentrare l’impegno contro i due nemici era far sì che l’uno implicasse l’altro. Così il tifo divenne la malattia dei giudei e la disinfestazione dai pidocchi la soluzione finale. A riassumere bene questo concetto è il capo della Gestapo, Heinrich Himmler, in un discorso per le SS del 1943 «Sbarazzarsi dei pidocchi non è una questione ideologica […] È una questione igienica. Allo stesso modo, l’antisemitismo per noi non è una questione ideologica, ma un problema di igiene, che ben presto sarà risolto. Saremo presto disinfestati. Ci sono rimasti 20000 pidocchi, e poi la faccenda sarà conclusa in tutta la Germania» (p.171). Le principali misure adottate dai nazisti per contrastare il morbo furono la spasmodica produzione di vaccini, e la reclusione degli ebrei nei ghetti o nei lager, cosa che contribuì allo scoppio di epidemie ancora più gravi. A una concezione faziosa della malattia, andavano affiancando una concezione faziosa della scienza, concepita più che altro come strumento per giustificare i discorsi del fürher. La conseguenza fu che i soldati tedeschi si ammalarono e perirono lo stesso, e chi fu chiamato a produrre vaccini per proteggerli, poté sabotarli senza essere scoperto, come accadde a Rudolf Weigl e Ludwik Fleck.

 

Weigl, zoologo professore di Leopoli, negli anni Venti aveva messo a punto un vaccino ottenuto dagli intestini di pidocchi infettati tramite iniezioni rettali di rickettsia. Durante il nazismo, il suo laboratorio divenne un rifugio per centinaia di persone, arruolate come alimentatori di pidocchi, cioè come donatori di sangue per le cavie da infettare. «I polacchi che lavoravano per Weigl sopravvissero perché i nazisti temevano il tifo e i pidocchi e attribuivano al prodotto ricavato da questi pidocchi più valore della vita umana stessa. In genere la semplice esibizione dell’Ausweis [un lasciapassare] bastava a esentare il suo detentore da qualunque guaio, soprattutto durante i controlli di routine che spesso erano l’anticamera della morte, della riduzione in schiavitù o della deportazione» (p.165). Altre volte, invece, era Weigl in persona a fare pressione presso le alte cariche naziste che amministravano la Polonia, contando sull’importanza che la propria abilità scientifica rivestiva presso il Reich. Nelle stanze del laboratorio si muovevano l’elité culturare polacca ed ebrea, nonché i membri dell’Esercito nazionale polacco, ufficialmente in esilio a Londra. «L’Istituto di Leopoli ribolliva di attività clandestina, occultata dietro il paravento della produzione di vaccino […] C’era quasi tutta la dirigenza della resistenza». Da lì, negli anni di massima produzione del vaccino, fiale contrabbandate venivano spedite nei ghetti ebraici, dove il nome del professore divenne presto una leggenda. Si stima, per esempio, che nel ghetto di Varsavia giunsero almeno 30000 dosi. Il laboratorio, tuttavia, non era solo questo: sotto la direzione effettiva di Hermann Eyer, membro della Wehrmacht addetto al controllo dell’Istituto, fu prodotta una quantità di vaccino sufficiente a salvare 10000 tedeschi al fronte. Ciò causò non pochi problemi e la damnatio memoriae al professore, soprattutto nella Polonia del dopoguerra. La ragione era che «Weigl [aveva visto] la possibilità di fornire protezione, mediante il preparato a cui aveva dedicato la vita, a due categorie di persone: coloro che ricevevano il vaccino e coloro che lo producevano» (p.322). Evidentemente, non piacque la sua scelta di restare e di collaborare. Poco importa che così facendo salvò se stesso, e molti altri. 

 

Ludwik Fleck, che era stato assistente di Weigl, ebbe una vita molto più travagliata del professore di Leopoli. Mentre assiteva gli ammalati rinchiusi in un ghetto ebraico, sviluppò un vaccino alternativo, basato sugli antigeni presenti nelle urine degli infetti. Quando la notizia trapelò, i tedeschi presero Fleck e lo trasferirono nel campo di concentramento di Buchewald, dove si trovò a servire il Reich nel laboratorio per la produzione del vaccino antitifo che, stando ai gerarchi nazisti, avrebbe dovuto essere riprodotto seguendo, riga per riga, un manuale stilato in un istituto francese. Quando giunse, non impiegò molto a rendersi conto che il presunto vaccino su cui stavano lavorando era falso ma, un po’ per le minacce degli altri detenuti, un po’ per coscienza sua, non denunciò mai l’accaduto. E i tedeschi non si accorsero di alcunché.

 

Pidocchi, malattie, nazisti e scienziati sono proprio i temi chiave de Il fantastico laboratorio del dottor Weigl, che è un’immersione in quella miseria umana che è la guerra e che fu il nazismo. Si può leggere questo libro come la memoria di un periodo che vorremmo poter dimenticare, se  non fosse troppo pericoloso. Ma si può leggerlo anche con un altro spirito: in fin dei conti, parla anche di quanto sia facile contagiare la scienza con ideologie meschine e purulente. E il nostro compito, allora, si fa chiaro: studiare un vaccino; diffonderlo.