MATEMATICA CONGOLESE

In Koli Jean Bofane

MATEMATICA CONGOLESE

Roma, 66thand2nd, 2014

pp. 245, € 17,00

ISBN 9788896538814

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Questa è la storia di come un libro può influenzare la vita del protagonista, il Compendio di matematica a uso del secondo ciclo di Kabeya Mutombo (1967). Recensendo I grandi problemi della matematica, eravamo arrivati alla conclusione che la matematica era più una questione di sensibilità che di capacità; certo, poi l’abilità viene dopo, con la pratica e lo stimolo verso modi sempre più nuovi di implementare il linguaggio matematico nei problemi che compongono la realtà circostante.

 

In questo senso, “Celio Matemona” (detto “Celio Matematik” nella sua combriccola) è una felice conferma di tale conclusione. Guardate: se stessimo parlando di semplici capacità, non scapperemmo da una certa retorica che ci accompagna sin da quando siamo entrati nelle nostre rispettive scuole; se l’insegnamento della matematica si trattasse di una semplice trasmissione di capacità dal maestro all’allievo, non potremmo capire fino in fondo la storia di Celio. Infatti se uno è “capace”, stando alla retorica ufficiale del nostro sistema educativo, allora deve prima o poi imbattersi nel “successo” e, a prescindere dalla strada percorsa, si dirà comunque che questa sarà stata abilmente percorsa. “Capace” e “abile” sono attributi che tendiamo ad associare quasi istintivamente poiché il senso comune ci indica che l’essere abile implica l’essere capace, e tutto il resto è fortuna, provvidenza, coincidenza, fato inevitabile, ecc.

 

Come sempre, può aiutare uno sguardo fuori da quello che convenzionalmente chiamiamo “la nostra realtà”. Bofane presenta la storia di Celio Matematik con la franchezza del racconto quotidiano, senza porre di mezzo fantomatiche capacità che nel momento giusto verrebbero fuori; anzi, potrebbe parlarsi di “abilità risultante da incapacità” o meglio di “fallimento del corso consueto delle capacità”. Per ripescare però terminologie che abbiamo già usato, si parlerà di “dimensione creaturale delle persone abili”, cioè delle persone vere che svolgono la loro vita in sintonia con i propri contesti, senza dover riportare la loro vicenda allo sviluppo di un qualche valore universalmente umano. Celio è abile semplicemente perchè, impressionando le persone giuste con le parole giuste, riesce a guadagnarsi un posto di lavoro in una spietata dittatura militare da terzo mondo e in tutta la storia non lo vedremo calcolare un’integrale nemmeno una volta.

 

Sì, proprio una dittatura militare che censura le comunicazioni e spia i propri cittadini, patteggia con mercenari per mantenere l’ordine pubblico e fa scomparire le informazioni scomode per il regime (giustamente, scompaiono anche i detentori di tali informazioni). Quale scenario migliore allora per le capacità represse di individui abili? Proprio questo è il ruolo del Compendio nella vita di Celio: unica cosa che gli resta delle proprietà di suo padre dopo l’uccisione dell’intera famiglia (torneremo su questo violento fatto), il manuale accompagna Celio durante tutta la sua infanzia in un orfanotrofio gestito da missionari, gli aiuta a tenere il passo quando decide di continuare a frequentare le lezioni universitarie anche se sprovvisto della solvenza economica necessaria per concludere ufficialmente gli studi. Proprio per la prossimità sensibile fra Celio e il suo tesoro, il nomignolo “Matematik” però arriverà lo stesso, conferito non da un magnifico rettore ma dagli amici, quelli con storie molto più simili alla sua; tutta un’altra storia invece per l’altro nomignolo che gli verrà posto, nkolo makambo, maestro degli affari, allorchè inizierà a prendere ordini direttamente da “Gonzague Tshilombo”, responsabile della propaganda del regime che a sua volta prende ordini direttamente dal “presidente” (sebbene il suo nome non venga mai fatto, ci sembra di capire che si tratta del nefasto Mobutu Sese Seko, quindi Tshilombo sarebbe ispirato, in qualche misura, a Dominique Sakombi Inongo).

 

Non c’è molta differenza finora con il personaggio di Leonardo Di Caprio in The wolf of Wall Street di Martin Scorsese (2013): ragazzi intelligenti, sanno fare i calcoli giusti, possono tenere una buona conversazione, insomma si tratta di gente abile che cerca di arrivare sulla vetta; si aggiungerebbe addirittura che “sii spietato nel grande gioco”, applicato al piccolo gioco delle penny stocks, sia tanto un destino triste per una capacità di calcolo quanto lo è “aiuta a umanizzare la società”, agendo però nelle vesti di un funzionario in un’istituzione sociale disumanizzante come lo era il Ministero dell’Informazione negli anni di Mobutu. E in maniera analoga a quanto fatto da “Jordan Belfort” negli anni delle deregulations, Celio Matematik andrà a lavorare all’ufficio di informazioni e intelligenza del regime congolese con l’idea di restituire un livello di vita più giusto a un popolo le cui aspettative sono lo strumento prediletto del regime stesso per mantenersi in vita (e a questo punto ce la sentiamo di consigliarvi, per sapere di più su Mobutu, un bellissimo libro di Jeanne Haskin, The tragic state of Congo, 2005).

 

Davvero può una dittatura controllare tutto? La grande lezione di questo libro è che, per quanto abbia senso parlare di biopolitica e di coercizione collettiva, un dittatore non può avere la meglio sulla sensibilità delle persone che riescono a percepire l’odore di marcio; un’altra lezione è che la persecuzione di nobili ideali come “libertà civili per tutti” sono racconti che sembrano vuoti qualora ci si soffermi a guardare le reali condizioni in cui gli individui con le proprie abilità cercano di sconvolgere un regime dittatoriale. Com’è possibile che si possano perseguire i sommi traguardi della società civile e liberale in piena convivenza con stregoni e coretti da nganda (cioè bar di pessima qualità)? Bofane ci invita ad apprezzare la creatività degli oppressi piuttosto che la violenza degli oppressori; invito da accettare, poiché “opporsi alla violenza” è un valore talmente universale al giorno d’oggi che si camuffa facilmente nei nostri tentativi di caratterizzare la nostra sfera privata come non violenta. Conservare la sensibilità in contesti violenti, conservare la sensibilità nel raccontare contesti violenti: consigli utili, cari lettori, per iniziare ad esplorare la letteratura che viene fuori dall’area nord-atlantica.

 

Abbiamo a cuore sottolineare il fattore geografico poiché l’idea di Africa che viene iniettata nell’opinione pubblica italiana è quantomeno inopportuna: nessuna animosità da parte di recensori extra-comunitari, è soltanto che si fa davvero fatica a trovare un posto dove non ci sia una Tv accesa con il telegiornale a tutta marcia, rammentandoci di quanto sia drammatica la situazione in Africa e di come l’unica cosa rimasta da fare sia proporre soluzioni che liberino finalmente l’Europa dai barconi. La vostra piattaforma crossmediale di divulgazione scientifica e filosofica però ha qualcosa da ridire su tutto ciò: l’aspetto veramente drammatico dell’Africa non è la sua situazione attuale ma le condizioni che l’hanno resa tale e quindi non essendo costretti a pensare l’Africa come un problema da risolvere, possiamo sempre indagare sui cinquantaquattro stati che compongono il continente. Soltanto così diventiamo complici di Bofane quando ci presenta, a cavallo di due capitoli, il geniale parallelo della quotidianità di Tshilombo e del maresciallo “Bamba Togbia”, rispettivamente l’uomo che sceglie chi deve scomparire e l’uomo che va a fare il lavoro di “rimozione”: anche gli apparati gerarchichi indirizzati alla repressione dei diritti dei cittadini hanno queste sfumature espressive, c’è sempre un funzionario altolocato che ascolta Romantic Warrior (interpretata da Chick Corea, Al Di Meola e Stanley Clarke) al di sopra del individuo banalmente cattivo che si ascolta canzoni di Papa Wemba mentre si prepara a giustiziare senza processo un cittadino. Opporsi alla violenza va bene, ma bisogna conoscere sempre la realtà di ciò che vogliamo caratterizzare come violento, altrimenti si finisce per concepire lo studio storico delle vicende violente come unica risorsa per imparare qualcosa sulla violenza e si rinuncia a priori al tentativo di snaturalizzare ciò che è violento oggi e restituirlo alle sue componenti contestuali (come sembra sia la posizione di un altro scrittore extra-europeo Nobel di letteratura, il peruviano Mario Vargas Llosa, nel suo bellissimo Il sogno del celta, 2011).

 

Ignorare l’abilità di non essere violento in una società violenta, trasformare un manuale di matematica in un manuale per vivere la vita, scoprire che esistono delle capacità represse anche in coloro che reprimono. Alla fine, basta ricordare che una storia da miracolo economico come quella di Jordan Belfort è perfettamente plausibile senza spietatezza animale e senza miracoli economici. Concludiamo con un brano di Matematiche congolesi che forse riuscirà ad essere più chiaro della nostra breve riflessione. Buona lettura e tika biso makelele! «Gli esclusi dal miracolo economico producevano e maneggiavano derrate rare, dal valore inestimabile, destinate a una tecnologia di punta che, in alcune sue applicazioni, aveva soltanto lo scopo di asservirli ancora di più. I circuiti integrati avrebbero prodotto immagini e concetti per continuare a convincerli che sarebbero sempre stati gli ultimi del pianeta, e che tutte le loro battaglie utopistiche non avrebbero mai sortito alcun effetto ed erano comunque votate al fallimento. I metalli preziosi, una volta fusi, sarebbero stati lanciati nello spazio allo scopo di sorvegliarli, come bambini ormai cresciuti, sotto il controllo costante di sofisticati satelliti. Nel caso in cui alcuni aspetti di questa globalizzazione fossero stati percepiti male da quelle popolazioni, quello stesso rame sarebbe immancabilmente tornato sotto forma di incamiciatura di proiettili calibro 7,62, sputati con astio da qualche kalashnikov ribelle. Se è vero che questo avrebbe fatto ammalare qualcuno, a partire da quegli stessi materiali sarebbero stati sviluppati efficaci dispositivi medici. Purtroppo i loro prezzi sarebbero stati inversamente proporzionali al ribasso della quotazione delle materie prime, nonché responsabili dell’aumento sconsiderato del dollaro, diventando di conseguenza inabbordabili per il pover disgraziato curvo sotto il suo giogo quotidiano. Ma che importava, finché ci metteva l’anima, niente era ancora perduto, almeno così gli promettevano» (pp. 100-101).