IL DECLINO DELL’ECONOMISTA

György Dalos

IL DECLINO DELL’ECONOMISTA

Rovereto, Keller, 2014

pp. 223, € 15,00

ISBN 9788889767610

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Sospese del tutto la frequentazione dei bar dove prendeva il caffè, cosa che non gli risultò troppo difficile dato che ne vedeva sempre meno in giro. Sparivano lasciando spazio a ristoranti e trattorie che erano di certo più redditizi. Il caffè lo poteva bere anche a casa, lo comprava a buon prezzo al mercatino di piazza Klauzál o all’emporio cinese. A casa lo preparava con la vecchia caffettiera Karaván dei suoi genitori. Quando fuori era abbastanza caldo, andava in cortile con una sedia, sorseggiava dalla tazza immaginando di essere seduto sulla terrazza del Caffè Gerbeaud» (p. 193).


Recensendo la collettanea a cura di Elisa Grandi e Deborah Paci La politica degli esperti, ci eravamo imbattuti nella diagnosi che Juan Carlos Villamizar (La influencia de la Cepal en Colombia, 2013) aveva fatto di tutta una generazione di giovani latinoamericani, recatisi negli Stati Uniti per studiare economia con l’unico scopo di tornare nei rispettivi paesi con ricette da sostituire all’inefficacia della politica locale. Andava forte sulla radio Wind of change degli Scorpions (1990) e fra questi giovani sicuramente trovò larga accoglienza: the wind of change blows straight into the face of time / like a storm wind that will ring the freedom bell for peace of mind / let your balalaika sing what my guitar wants to say. Ogni tanto, qualcuno di essi imparava pure le parole della versione in spagnolo: el viento hará sonar la campana de la libertad / ya no hay tiempo que perder, hay que girar hacia la paz / canta con tu balalaika ya lo que mi guitarra quiere gritar. Mai la versione in russo però, poteva sembrare o sospetto o autolesionistico, dato che verso quegli anni era già chiaro quale dei due blocchi avrebbe vinto; alla domanda “cos’è una balalaika?” infatti sarebbe stata data la solita risposta “uno strumento musicale, una sorta di chitarra che usano quelli del blocco comunista” e poi si tornava subito al famoso fischiettio per festeggiare l’avvento di un nuovo mondo libero dalle dittature monopartitiche che l’Unione Sovietica aiutava a tenere in vita.

 

A distanza di un quarto di secolo, quelli che allora erano “i bambini del domani” del ritornello oggi sono lo schieramento perdente di quella che Henry Giroux chiama la guerra contro i giovani, combattuta sul campo di battaglia della vita in città: oggi questi ex-bambini del domani sono gente fra i trenta e i quarant’anni intrappolata fra i motti “studia quello che ti piace fare” e “fatti sempre pagare per quello che sai fare”, gente a cui il vento di cambiamento degli Scorpions sembra ormai una remota flatulenza, effimera ma indimenticabile in quanto associata ad una ricetta nociva per la digestione. Wind of change infatti era una sorta di ballata rock ispirata ai processi di democratizzazione avviatisi nei paesi dell’Europa dell’est, che fino a quegli anni erano pesantemente condizionati dalla loro affiliazione al Patto di Varsavia; una visita a Mosca bastò al cantante degli Scorpions per farcire la sua canzone con due fotografie da cartolina della città e la profezia del mondo libero menzionato prima (e la balalaika, non dimenticate quella), una scelta retorica inevitabile dopo aver visto i giovani cittadini dell’Unione Sovietica vogliosi di entrare nello stile di vita che divampava oltre la cortina di ferro.

 

Oltre la cortina, i giovani economisti di Villamizar parlavano ancora di politica; torneranno a preoccuparsi di questioni economiche soltanto quando, qualche lustro dopo, faranno parte dello schieramento vincente della guerra contro i giovani menzionata prima. Parlando di politica, con Wind of change di sottofondo, pensavano a quanto fossero rimasti rimbambiti dal potere assoluto i dirigenti del PCUS, tanto da negare caparbiamente l’unico diritto che all’epoca sembrava inerire alla sola gioventù, cioè il sacrosanto diritto al panem et circenses; parlando di politica, pensavano a quanto fosse bello stare dalla parte giusta della cortina e vincere la Guerra Fredda con un concerto di glam metal, genere che in quegli anni costituiva una grossa parte della colonna sonora ufficiale del mondo libero: delle rockstars capellute e con vestiti attillati si erano accertate della falsariga sulla quale Wind of change era scritta, cioè che nel blocco orientale c’era una grossa fetta di mercato che ora era desiderosa di venire soddisfatta, posto che prima non pensava ci fosse nemmeno la possibilità.

 

Si badi bene: quei nuovi venti di libertà che soffiavano a est della cortina di ferro non erano affatto nuovi; a mo’ di prova contundente, basti pensare al gruppo new wave russo Kino, attivo negli anni Ottanta e autori di vere e proprie perle (se vi piacciono i New Order oppure i Joy Division) come Zakroj za mnoj dvjer’, ja ukhozhu o Gruppa krovi (entrambe del 1988). Il disagio e lo sdegno davanti agli abusi del potere non erano allora (non lo sono mai stati, a dire il vero) idee che la gioventù del blocco comunista aveva imparato dal fiorire delle libertà civili nel mondo dall’altra parte della cortina; ma i giovani economisti di Villamizar non avevano allora scelta: essi dovevano elevare a mito il Moscow Music Peace Festival del 1989 (oltre agli Scorpions, parteciparono i Bon Jovi, gli Skid Row, i Motley Crue e Ozzy Osbourne), erano tenuti ad apprezzare la genialità della trovata dato che, per loro, dall’altra parte del muro, suonava forte la balalaika, si gettavano i bicchieri di vetro contro il muro e basta. Si trattava di un grosso malinteso: non avevano vinto né la musica che unisce gli uomini né uno stile di vita dignitoso, avevano vinto invece strategie di marketing più redditizie, proprio come i ristoranti e le trattorie che soppiantavano i bar di Budapest negli anni a cavallo fra i Novanta e i primi Duemila, quando Dalos inizia a raccontare la storia del protagonista de Il declino dell’economista, Gábor Kolosz, “bambino del domani” quando i venti di cambiamento soffiavano dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma invece di Wind of change la colonna sonora del futuro era Oĉi ĉjornye (anche se ancora c’era pure chi, a metà fra il sospetto e l’autolesionismo, canticchiava in ungherese Fekete szemek).

 

Il dottore Kolosz non ebbe un figlio glam-metallaro poiché di figli non ne aveva, del resto si era lasciato con sua moglie percependo il matrimonio come un vincolo che reprimeva il suo essere un “bambino del domani”, una giovane promessa, scelto dai burocrati del Partito per andare a studiare a Mosca con una borsa di studio per le sue conoscenze della lingua e della letteratura russa. Nella capitale dell’Unione Sovietica però, si ritroverà studente di economia e, come i giovani di Villamizar una volta rientrati in patria, con tutte le speranze poste nel far carriera in politica. Uno a uno, i cittadini più desiderosi di riforme economiche profonde nelle nazioni del cosiddetto “blocco comunista” vedevano i venti di cambiamento chiusi fuori dalla finestra dopo che l’ordine moscovita aveva abbassato le tapparelle; il Gerbeaud, il caffè più alla moda di Budapest, restava dov’era e continuava ad avere clienti, ma un’intera generazione doveva invece cantare már nem járok a Gerbaud-ba (“il Gerbeaud non lo frequento più”), il progresso economico lasciava indietro gli economisti giovani che avevano puntato il loro futuro alla sopravvivenza del regime.

 

In un simile contesto di speranze infrante, il dottore Kolosz si ritrova a dover nascondere la morte di suo padre, per continuare a riscuotere il vitalizio che gli era stato concesso in qualità di sopravvissuto alla shoah. Ancora una volta, tragedie personali e andamento della società si incrociano nelle vicende di un individuo buffo, buffo perché sconfitto, senza esserne pienamente consapevole, da un mondo in movimento che lo lascia sempre più indietro, economista in un’economia dove la preservazione del modello aveva la precedenza sulle effettive capacità dei giovani professionisti di costruirsi una società più giusta.

 

Come il dottore Kolosz, ogni generazione porta con sé delle storie che il racconto dominante lascia fuori dai mega-concerti di glam metal, gli sconfitti della guerra che combattono chi va a scuola e chi decide quanti soldi vanno all’istruzione. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratta di una questione di libertà o di politica, tutti discorsi facilmente riconducibili a melodia, e per estensione a CD sui quali la Mercury e la Columbia hanno fatto affari: si tratta di economie e di mercati o, meglio, di economisti e di consumatori che ogni volta percepiscono di più le loro scelte come dettate dal modo in cui funzionano le cose e che cercano disperatamente un evento nella propria vita per identificare un momento di svolta e poi applicare la legge di Murphy a tutte le cose successive. Il declino dell’economista è un romanzo divertentissimo, con una lezione davvero importante: in quegli anni in cui il programma di storia contemporanea della scuola non arriva mai, in quei paesi che vengono identificati riduttivamente come “satelliti”, proprio lì possiamo iniziare a capire come mai l’unica cosa che la globalizzazione riesce a tenere insieme è il disagio dei giovani e la funesta impressione che l’unico rimedio per combattere una certa amarezza insita nell’essere adulti è l’opulenza e l’ostentazione. Possiamo dirci liberi oggi dalla possibilità di passare per lo stesso declino del dottore Kolosz, abbandonato ai propri elettrodomestici vecchi, dimenticato dalle nuove istituzioni del mondo libero? Dobbiamo ammettere che il momento più alto della nostra storia recente è condensato in questo scempio di videoclip, pastiche politologicamente inaccurato?


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