CRIMINI CONTRO L’OSPITALITÀ

Donatella Di Cesare

CRIMINI CONTRO L’OSPITALITÁ. Vita e violenza nei centri per gli stranieri

Genova, Il Melangolo, 2014

pp. n°, € 8,00

ISBN 9788870189513

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Ci sono battute che fanno ridere e battute che non fanno ridere; si tratta perciò di imporsi come scopo di vita quello di non venire mai ripresi o registrati mentre si fa una battuta che non fa ridere. Purtroppo, alla Bundeskanzlerin Angela Merkel (come, del resto, può capitare a qualsiasi politico nelle sue esibizioni in pubblico) non è andata bene recentemente, quando ha fatto addirittura piangere un’extra-comunitaria in età adolescenziale dopo averle rammentato l’impossibilità politica di dichiarare aperti i confini tedeschi per i richiedenti asilo politico e i profughi che scappano dalle loro nazioni punite dalla guerra. «Wir können ja nicht alle in Deutschland willkommen heißen, sondern unsere Aufgabe politisch heißt eben auch, in den anderen Ländern wieder gute Bedingungen zu schaffen. Und da hilft Deutschland auch»*. Il primo motivo per il quale la battuta non fa ridere è, naturalmente, che la lingua in uso è il tedesco. Come secondo motivo si può addurre che era troppo scontata: non sorprende più che ci siano un po’ di lacrime e temi impopolari in un happening politico-mediatico come quello in cui sono comparsi la Merkel e l’infelice ragazzina. Il terzo motivo è che normalmente le battute a sfondo politico quasi mai fanno ridere.    

 

Anche se non fa ridere, cercherò di dire una battuta nello stesso spirito, per alleggerire le tensioni. Un filosofo entra in un CIE. “Una soluzione per il problema dell’immigrazione, grazie!” – ordina. A consegna fatta, il filosofo abbandona il CIE sentendosi «a un tempo colpevole e minacciato, persecutore e vittima: per un verso complice di un crimine politico perpetuato a suo nome, per l’altro possibile bersaglio di una futura politica criminale» (p. 97).

 

Lo so, la barzelletta non funziona così: si entra in un bar e si chiede qualcosa che susciterà una situazione esilarante. A risata fatta, la scena del bar si dilegua e tutto torna alla normalità, con una storiella in più da raccontare agli amici. Ma questa non è una barzelletta, purtroppo le cose sono un po’ cambiate da quando scrivevo il copione per il cinepanettone di Deckard e pensavo alla sera di Capodanno per andare in giro a festeggiare un anno in meno di tempo per realizzare tutti i miei sogni (compreso quello di diventare un filosofo per davvero). Non è poi che parlarvi di libri non mi va più, è che vorrei proprio non dover recensire questo libro, non essere mai venuto a conoscenza di quanto raccontato in questa non-barzelletta. Perchè alla fine una filosofa è davvero andata a un CIE e, come era da aspettarsi, la battuta conclusiva del suo racconto non fa ridere. Anzi.

 

Vi racconto subito la morale che non fa ridere della storia che racconta Donatella Di Cesare (Utopia del comprendere, 2003; Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, 2012): «quel che l’hitlerismo ha lasciato in eredità è, fra l’altro, l’idea che si possa scegliere con chi abitare» (p. 67). E che scomoda eredità. Il problema di chi condivide questa eredità è che non gli passa mai per la testa che magari nessuno vuole abitare con lui. Ad ascoltare la non-barzelletta della prof. Di Cesare, rimaniamo con l’amaro accorgimento che in questi tempi in cui tutto cambia, anche il razzismo è cambiato, per meglio adattarsi ai razzisti di oggi. Un razzismo nuovo, per razzisti nuovi: ne parlava Martin Barker (New racism. Conservatives and the ideology of the tribe, 1981), ne riparlava con maggiore profondità Pierre-André Taguieff (La force du préjugé. Essai sur le racisme et ses doubles, 1987), poi a scorgere di nuovo il pericolo fu Teun van Dijk (Elite discourse and racism, 1993), ma non è servito a (quasi) niente e alla fine oggi tutti stanno parlano del tema nell’ottica di uno scontro fra civiltà buone e civiltà cattive, producendo in me la sensazione con cui esordisce Urlo di Allen Gingsberg (1947). Razzisti nuovi forti di una versione chiusa della storia, in cui ci sono dei vincitori e dei vinti, razzisti che ora mettono in discussione il buon vecchio valore dell’ospitalità. «Come mai, da che mondo è mondo, non si dà riparo allo straniero? Che paese è il nostro [vostro, vostro, scusate], in cui la paura condiziona e pregiudica l’ospitalità? Ne fa addirittura un crimine, sanzionando chi ospita un immigrato irregolare? Mentre allo Stato è consentito perpetrare crimini contro l’ospitalità?» (p. 99)

 

Cambiamo da “razza” propriamente detta a “condizione di regolarità”, quindi. Io pensavo sinceramente che, per quanto riguardasse la divulgazione scientifica in lingua italiana, non c’era più nulla da dirsi dopo L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana (2006), ma evidentemente mi sono distratto e ora la questione è diventata biopolitica. Ma evito una tale sottigliezza, poichè non sono in animo spiritoso e voglio finire subito di recensire: mi dedico esclusivamente all’ospitalità. Per “ospitalità” intendo quella ritualità che sussiste nei buoni rapporti fra esseri umani (di qualsiasi provenienza) in ogni momento in cui si trovano a condividere lo stesso spazio abitativo. Quindi, se i miei ospiti iniziano a cucirsi la boca per non mangiare i pasti con cui imbandisco la tavola, posso anche chiamarlo “poca volontà di ospitare” ma solo a patto di ammettere che forse sto esagerando (soprattuto se accade due volte in poco più di un mese, il 21/12/2013 e il 25/01/2014). Se l’idea era fare capire agli ospiti che non sono benvenuti a tavola, allora evidentemente non basta il timbro di espulsione sul passaporto: bisogna arrivare alle istanze di dover lasciare orribili cicatrici su coloro che hanno richiesto ospitalità. Una cosa è essere cattivi anfitrioni, un’altra è muoversi nella direzioni dei crimini contro l’ospitalità, ma questa è una distinzione che la Tv e i giornali, quando ne parlano, non tengono a sottolineare: per fortuna, la prof. Di Cesare condivide questa opinione, quando rileva la segretezza nella quale, nei CIE, accade la demolizione del sé di ogni detenuto.

 

«Il video shock, mandato in onda dal Tg2 il 16 dicembre 2013, in cui gli immigrati, in fila nudi, nel centro di Lampedusa, vengono “disinfestati” con spruzzatori antiscabbia – sequenze che per qualche giorno hanno scosso l’opinione pubblica – non è che un caso specifico della più complessa demolizione del sé e va letta in tale contesto» (p. 47). Alla luce di tale contesto, la prof. Di Cesare invita a non considerare le bocche cucite come semplice “autolesionismo” ma come storie di opposizione contro un simile stato di cose; non come semplice spettacolarità della propria causa ma come reazione alla fragile memoria dell’opinione pubblica, che trasforma la barbarie in brevi scosse elettriche, con il catodo delle testate giornalistiche e l’anodo dei servizi televisivi; insomma, non è che quel giorno sono arrivati troppi barconi e le docce erano piene, e non è che il rischio dell’ebola rendeva la dignità un suppellettile. Non ci sono preamboli da fare, la verità è che «non è possibile umanizzare una istituzione che porta in sé inscritta la violazione dell’umanità» (p.102).

 

Le recensioni devono puntare (di norma) al concetto più interessante o quello più carico di significati incluso nel libro; dal punto di vista della storia della scienza, il concetto più denso usato dall’autrice è quello di extraterritorialità sanitaria, componente fondamentale della prassi dentro alle mura del CIE. Anche questo tema mi preoccupa poiché si tratta di qualcosa di “scientifico” che deve lasciare una cicatrice divulgativa sulla memoria. Si tratta di professionisti medici ingaggiati in una dinamica perversa: «per il medico l’immigrato è un simulatore, un imbroglione, un nevrotico, un paranoico; prevale così la diffidenza verso il malato che seguita a dirsi tale, pur essendo giudicato guarito. L’immigrato sembra in effetti contestare l’ordine razionale della medicina che vede compromessa la propria neutralità. L’autorità medica reagisce allora con la pretesa di guarire la rivendicazione morbosa» (p. 55). E come si curano le malattie che non si hanno ma si rivendicano soltanto? Con benzodiazepine, con anticolinergici sedativi, con antidepressivi, con euforizzanti, insomma demolendo quanto di solido possa esserci alla base della personalità di una persona. Un medico, il vessillo del progresso scientifico occidentale, ridotto a vivere la vita di uno spacciatore che non deve venire mai arrestato (e si sa come fanno gli spacciatori per scampare all’arresto). Mi sembra assurdo dover proporre questo paragone fra un medico e uno spacciatore, quattro anni dopo che è uscito in italiano lo studio di Jeff Schonberg e Philippe Bourgois, Reietti e fuorilegge. Antropologia della violenza nella metropoli americana (2011), sugli eroinomani senza tetto e i programmi sociali di recupero nella periferia di San Francisco. Eppure eccomi qui, e questa recensione non finisce più.

 

Decontestualizzare i fatti dei CIE, isolarli per poi parlare di eccessi isolati, scioglierli nella soluzione della memoria mediatica, non chiedersi più se veramente valgono la pena le cause che motivano tutto il meccanismo di detenzioni amministrative a tempo indeterminato, porre il tutto in termini di “vuoi o non vuoi risolvere il problema urgente dell’immigrazione?”: aveva visto bene Michel Foucault nel 1979 quando diceva che sicurezza e libertà sarebbero state alla base dell’economia del potere della democrazia liberale (cfr. La questione del liberalismo, in Biopolitica e liberalismo, 2001), al punto tale di permettere dentro di sé l’esistenza di un infra-diritto amministrativo dove regna la discrezionalità di agenti dell’ordine indottrinati per non provare nemmeno la minima briciola di ospitalità. Se il CIE è il male minore per coloro che non hanno obiezioni contro ciò che accade là dentro, allora fa bene la prof. Di Cesare a rammentare che «chi sceglie il male minore si dimentica presto di aver scelto già il male in sé» (p. 101). A male minore scelto, c’è solo da rassegnarsi che sulle case di coloro che si sono affidati alla barbarie per risolvere un problema, non regnerà mai, pura di strage, la pace.

 

 

 

* “Non possiamo mica ricevere tutti in Germania con le braccia aperte, invece il nostro compito ha anche un significato politico, quello di ripristinare delle buone condizioni di vita in altri paesi. E la Germania fa la propria parte in ciò”. Speriamo che la parte della Germania in ciò sia più curata di quanto non lo siano stati di recente alcuni numeri relativi alla loro produzione nazionale di Maggiolini.