COSCIENTE-MENTE

Diego Napolitani

COSCIENTE-MENTE 

Milano, Guerini e associati, 2015 

pp. 238, € 23,50 

ISBN 9788862505545  

 

di Francesca De Simone

 

A due anni dalla morte di Diego Napolitani, viene pubblicato Cosciente-mente, a cura di Claudia Napolitani, Patrizia Mascolo e Maria Giovanna Campus: una raccolta di saggi e articoli, anche inediti, degli anni dal 1981 al 2000, dello psichiatra e psicoanalista fondatore della SGAI (Società Gruppoantroponalitica Italiana)

La storia della nascita di questo libro dà già indicazioni sul suo autore. Come ci racconta la collega e figlia Claudia nel suo saggio di presentazione, il lavoro (iniziato con Diego) sulla scelta degli articoli, sulla loro riorganizzazione e sull’ordine con cui presentarli, era sembrato per anni molto simile al lavoro di Penelope. Non è difficile capire il perché: alla luce della varietà e a volte della complessità dei riferimenti, dell’ampiezza dei temi trattati e della molteplicità degli ambiti di riflessione in cui Napolitani si avventura, si producono infatti in lui continue rielaborazioni teoriche. Risulta evidente che l’intento costante di Napolitani è quello di pensare criticamente certi presupposti della psicologia e della pratica terapeutica (vedi i capitoli Psicoterapia?, Inconscio? dove già la scelta di usare il punto interrogativo indica l’intento di mettere in questione) con la volontà di creare uno spazio più ampio in cui possano convergere gli apporti di discipline diverse. 

 

Uno tra i più importanti interlocutori di Napolitani, l’epistemologo Mauro Ceruti, ha usato, riprendendo Morin in un saggio degli anni ’80 (G. Bocchi, M. Ceruti, La sfida della complessità, 2007) , l’espressione sfida della complessità per indicare il ripensamento della riflessione scientifica cartesiana, cioè l’abbandono della divisione soggetto-oggetto e degli ideali della previsione e dell’onniscienza, verso la trasformazione dell’epistemologia della rappresentazione in un’epistemologia della costruzione: è il tema della conoscenza della conoscenza che emerge nell’opera di Morin e che richiama ad un pensiero multidimensionale e dialogico, cioè alla considerazione dell’essere umano in termini di unidualità, in quanto soggetto biologico e in quanto soggetto culturale. Napolitani ha accettato la sfida e se ne fa pienamente carico, tanto che nella sua opera confluiscono apporti provenienti anche dall’ambito dell’antropologia come quelli di Arnold Gehlen, Ernst Cassirer, della Daseinsanalyse di Binswanger (che approfondiremo più avanti), dalla teoria della complessità e dell’autopoiesi di Francisco Varela e Humberto Maturana, così come dalle neuroscienze e dalla biologia. 

 

È contro il riduzionismo biologistico della psicologia classica che Napolitani si muove, e così, non solo riprendendo i temi dell’analitica esistenziale di Heidegger, ma anche confrontandosi con le personalità più importanti del panorama psicoanalitico, Wilfred Bion e Donald Winnicott, giunge alla formulazione di un universo, il gruppo, che restituisce all’individuo la sua complessità; una morfologia sfaccettata di cui uno studio parziale, uno sguardo rivolto da un solo punto di vista, non può rimandare l’immagine. Come spiega Patrizia Mascolo, la teoria di Napolitani nasce a partire dalla considerazione del gruppo «non solo come strumento terapeutico ma come radicale dimensione umana. […] Con il termine “Gruppanalisi”, adottato dall’autore nel 1980 per il proprio modello teorico-clinico, egli intende riferirsi a quelle che definisce “gruppalità interne” e che vede come fondamento dell’individualità stessa» (pp.21-22).

 

Negli ultimi anni di lavoro e di studio di Napolitani, nel passaggio dalla teoria gruppanalitica a quella antroponalitica, vediamo proprio prendere compiutamente forma tutte quelle riflessioni e quegli orientamenti che sono già presenti in nuce in Cosciente-mente.

 

Ludwig Binswanger, che è stato uno dei maggiori punti di riferimento per lo sviluppo della ricerca di Napolitani, ha scritto: «una scienza non comprende se stessa semplicemente chiarendo il suo campo d’indagine, i concetti fondamentali, e i metodi di ricerca che guidano questa indagine; una scienza comprende invece se stessa solo quando sa rendere conto […] dell’interpretazione, espressa nei suoi concetti basilari, della sua sfera d’essere in base alla costituzione fondamentale del suo essere. Questo però non può venire attuato con i metodi di quella scienza, ma solo col metodo della filosofia» (Binswanger, Essere nel mondo, 1973, p. 212). Proprio per questo a partire dalla filosofia di Heidegger e di Jaspers, Binswanger aveva definito la malattia mentale come uno dei modi dell’individuo di essere-nel-mondo, un particolare modo di esistere, e, come tale, l’aveva integrata in una visione più complessa e meno meccanicistica dell’uomo, dando l’avvio a quella corrente chiamata Daseinsanalyse: l’essere dell’uomo non poteva più essere considerato scientificamente come una semplice somma delle sue parti, corpo, mente e spirito. Binswanger può allora essere inserito tra quegli autori che hanno messo in dubbio alcune delle definizioni classiche della psicologia di stampo freudiano, come la distinzione tra individui sani e individui malati, e la ricerca (all’interno della pratica analitica) delle cause della malattia, come se la psicoanalisi potesse comportarsi come una scienza positiva.

 

Napolitani si orienta quindi verso una visione più comprensiva dell’uomo e per questo riprende proprio il significato etimologico del termine anthropos come colui che volge lo sguardo in su, oltre; un orientamento quindi verso la cultura intesa come coltivarsi reciproco di ogni essere umano all’interno delle relazioni. 


Cosciente-mente delinea quindi non solo una visione del mondo, come si potrebbe dire della summa theoriae di molti pensatori, ma una vera e propria visione dell’Uomo, dove l’uomo risulta essere contemporaneamente il soggetto di questa visione, il terapeuta Napolitani, e l’oggetto della visione, l’Altro; o forse meglio sarebbe dire, il suo essere nell’altro e l’essere dell’altro in lui. L’incontro, la reciprocità, il rapporto sono gli elementi centrali del suo lavoro di terapeuta, che non fungono soltanto da presupposti reali delle relazioni con i pazienti, ma diventano lo scopo di queste relazioni: «se l’incontro si mantiene nel suo carattere di reciproca apertura, se è sostenuto da una passione per ciò che può nascere da una relazione nuova, esso è il momento […] in cui per ciascuno si decide dei modi della propria esistenza futura; è il momento sospeso tra la tentazione nostalgica del persistere già noto e la sfida lanciata dall’ignoto e raccolta dalla propria curiosità del mondo, dalla propria heideggeriana gettatezza» (pp. 182-83). L’idea del circolo ermeneutico gadameriano, cioè una struttura in cui mancano i vertici gerarchici e che indica la configurazione sistemica del feed-back, è ciò che definisce compiutamente lo spazio della psicoanalisi ovvero un «dialogo tra co-pazienti» (p.185).


Napolitani ha scritto: «Per lo più psicologi e filosofi, come gli scienziati della natura, hanno apposto un timbro di verità oggettiva, e quindi di scoperta, alle loro invenzioni di senso, dimenticando, loro stessi o i loro lettori, che il senso, il significato, non è una cosa ma la direzione in cui immettiamo le cose nelle loro interconnessioni storiche ed ambientali» (p. 36). E allora su questa strada, nella definizione dell’ermeneutica, dell’interpretazione come arte di creare un senso originale, la sensazione del lettore sarà, alla fine, quella di aver partecipato ad un incontro autentico e singolare in cui ha assunto il ruolo di interprete e di interpretato; Cosciente-mente è un libro che riflette e ci fa riflettere secondo quell’accezione che indica nella ri-flessione un processo di piegamento costante sul già pensato.