UNITÀ DI MISURA

Emanuele Lugli

UNITÀ DI MISURA. Breve storia del metro in Italia

Bologna: Il Mulino, 2014

pp. 197, € 18,00

ISBN 9788815252739



di Francesco O. Caccioni


Il metro e la sua introduzione soltanto raramente attirano l'attenzione degli studiosi, nonostante abbia rappresentato un cambiamento epocale nella storia dell'umanità. Emanuele Lugli – professore del dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di York – si interroga in questo saggio sul perché di tanto “snobismo” mostrato dagli esponenti dell’ambiente accademico; può darsi forse che sia dovuto ad un pregiudizio di origine romantica? Di fatto, le unità di misura furono malviste dallo stesso Goethe - che le riteneva semplici “tecnicismi da burocrati”, piccole cose di poco conto – e sbeffeggiate dagli scritti satirici di Dickens e Ruskin. Chi potrebbe contraddire questi mostri sacri dedicando tempo ed energie ad uno studio impegnativo, pieno di dettagli tecnici e apparentemente tanto privo di poesia?


Solo una monografia di questo genere, scritta in maniera efficace e scorrevole, può superare i vecchi preconcetti e gli ostacoli della comunicazione scientifica, coinvolgendo anche un pubblico non specializzato. L'autore si addentra infatti nelle vicende legate all'innovazione del sistema di misura ed alla sua diffusione nell'Italia dell'Ottocento, illustrando i vantaggi che queste comportarono per tutti gli italiani nei più svariati campi, dall'economia allo sport, dalla farmaceutica all'architettura; percepito come conseguenza dello spirito illuminista e della volontà di razionalizzare il mondo, il metro diventò un mezzo per proiettare la società in una nuova dimensione, da misurare con squadra e righello.


Si capisce infatti perché i santoni della meditazione trascendentale possono facilmente affermare che ci manca del tutto la consapevolezza verso ciò che ci circonda, visto che non ci rendiamo mai conto di quanto siano importanti, nelle loro variabili dimensioni, le unità di misura nella nostra vita quotidiana; soltanto il cambiamento, la cesura rispetto al vecchio sistema di riferimento, acquista risalto e desta interesse. Prendiamo un esempio a noi familiare – o, almeno, a quanti di noi siano eredi degli anni '90 – come quello del passaggio dalla Lira all'Euro. Era il 2002 e ognuno reagiva come poteva di fronte alla nuova valuta: vi era chi non perdeva tempo e faceva lunghe file alle banche pur di convertire le 1.000 lire stipate nei salvadanai; c’erano pure gli improvvisati economisti che, calcolatrice in pugno, si aggiravano tra gli scaffali dei supermercati calcolando i nuovi prezzi, prodotto per prodotto; altri ancora, più romantici, ammiravano affascinati l'Uomo Vitruviano sulla moneta da un Euro.


Possiamo allora solo immaginare quale sconforto misto a curiosità provarono i nostri antenati quando, nel 1861, il metro fu introdotto ufficialmente in tutto il Regno d'Italia. Qualcosa che rivoluzionava non solo il momento dell'acquisto come il moderno Euro, ma l'intera quotidianità. Con un semplice decreto veniva spazzava via la moltitudine delle unità di misura - frutto delle differenze culturali che si erano sedimentate in secoli di conflitti - e si forniva così agli scienziati un linguaggio comune con cui potevano finalmente condividere i risultati degli esperimenti senza difficili processi di conversione, agli architetti una proporzione da applicare per tutti i paesaggi. La storia, tuttavia, è da sempre costellata dai tentativi di creare una misura “universale” di pesi e misure. O, quanto meno, dal Medioevo: nel VIII sec. Carlo Magno e Liutprando proposero come

riferimento la misura dei loro stessi piedi, provando in questo modo a uniformare la “babele” di metri che erano nati nei loro regni. Il progetto fu tuttavia fin troppo lungimirante e non riuscì a sbarazzarsi delle abitudini del popolo perché, per dirla con Montesquieu in L'espirit des loix, ci sono certe idee di uniformità che talvolta colgono i grandi spiriti ma che colpiscono infallibilmente i piccoli.


Caduta nell'oblio per molte generazioni, l'impresa divenne di nuovo attuale nel Settecento: i philosophes illuministi - attivi nella lotta per l'uguaglianza e guidati dal disprezzo verso il vecchio ordine sociale - decisero di dare vita al nuovo Metro, valido per tutti i popoli del pianeta. All'Assemblea Nazionale del 1790 - in una Francia fresca di Rivoluzione - un comitato composto dagli scienziati più illustri del tempo (e diretto nientemeno che da Lavoisier) diede forma al rinnovamento: ricavato dalla natura stessa, il metro era concepito come una misura lineare, corrispondente alla decimilionesima parte del meridiano terrestre. I vecchi campioni vennero fatti scomparire e i nuovi divennero familiari alla popolazione attraverso manifesti e carte da gioco illustrate. Il processo che avrebbe portato al successo del metro era però ancora lungo: insabbiato

dal turbinìo del Terrore e dalla diffidenza dei francesi, venne successivamente imposto come

strumento di potere da Napoleone, che lo adottò anche nei territori conquistati in Italia. Nella nostra penisola, al tempo c'era un grave caos metrologico dovuto alla coesistenza, in ciascuna città, di decine di unità di misura, impossibili da classificare. Tutto ciò rappresentava un limite per gli scambi commerciali, e già da tempo i mercanti fantasticavano su «un futuro semplice e razionale». Quando la Restaurazione pose fine all'età di Napoleone, il metro era ormai entrato nel quotidiano della popolazione ed era ormai troppo tardi perché i nuovi sovrani potessero sradicarlo dalle costituzioni dei diversi stati: gli italiani – ben prima del 1861 - si erano già infatuati del metro.


Il metro, tuttavia, nel pieno della sua diffusione, si imbattè in un problema imprevisto: nessuno era ancora riuscito a calcolare con precisione assoluta la lunghezza del meridiano terrestre. Senza nessun dato empirico che lo confermasse, il metro rischiava di rimanere un'idea astratta e una delle tante misure decise in modo arbitrario. Quando il sogno sembrava sul punto di svanire, ecco che entrano in scena due cartografi superman, Delambre e Méchain. Scelti per una missione attorno al globo, i due furono incaricati di rilevare le distanze con la triangolazione e fornire dati attendibili. Entrambi erano uomini dotati di una profonda fede nella scienza e – non meno importante – di una

grande resistenza fisica, poiché spesso costretti a fare i rilevamenti in cima alle montagne, nei punti di osservazione più alti, e a percorrere migliaia di chilometri con gli strumenti del mestiere sotto braccio (per chi fosse interessato alle avventure di questi baldi scienziati, consigliamo un libro sull'argomento: M. Ciardi, Esplorazioni e viaggi scientifici nel Settecento, 2008).


Nel frattempo la società in Occidente è in fermento: sono gli anni dell'Esposizione Universale di Londra, un'epoca di grande fiducia nel progresso e nella tecnica, in cui gli scienziati, ormai assuefatti ai microscopi, pretendono che le grandezze siano definite in modo sempre più preciso. Con la Convenzione internazionale del metro del 1875 il metro diventa un'unità di misura davvero universale, indifferente ad ogni demarcazione politica o culturale. L'introduzione del metro poteva sembrare una semplice formalità, inevitabile come la costruzione delle strade o delle ferrovie: un semplice prolungamento della scienza e della sua catalogazione della realtà. Tuttavia, proprio per questo senso di ineluttabilità, nessuno immaginò quante complicazioni potessero sorgere dal punto di vista tecnico, politico e sociale. Una storia densa di ricerche e convegni dietro ad ognuno dei nostri righelli.