IO SONO L'ULTIMO MARZIANO

Io sono l’ultimo marziano.


di Maria Elena Corrias


So we’ll go no more a roving So late into the night, Though the heart be still as loving, And the moon be still as bright.1 (George G. Byron)


La raccolta Cronache Marziane, pubblicata nel 1950, contiene ventotto racconti scritti da Ray Bradbury - molti dei quali già usciti su riviste di narrativa fantascientifica - inseriti nella medesima cornice narrativa, la colonizzazione di Marte: l’autore stesso ha definito Cronache Marziane “un libro di storie che finge di essere un romanzo”2. La struttura del volume, in cui ciascuna delle vicende - che si svolgono tra il 1999 e il 20263 - ha un tono e un genere proprio, si presta ad accogliere una notevole varietà di temi: dalla critica all’imperialismo e al razzismo alla polemica contro la burocrazia e la censura, dalla psicologia dei rapporti familiari alla guerra, al rispetto per l’ambiente, per il passato e per la cultura, dall’odio per la violenza e la guerra, alla riflessione su Dio, sulla scienza, sull’arte. Bradbury affronta questi temi, attuali in ogni epoca, con lo sfondo dei paesaggi marziani, tra razzi da vacanza ed esseri multiformi, ma conservando sempre un’atmosfera, fatta di gesti, comportamenti e reazioni, squisitamente umana; si volge così ad illustrare il complicato significato di “essere uomo”: non è mai chiaro chi sia veramente degno dell’attributo di “umano”, se i marziani o gli abitanti della Terra.


Laggiù, i marziani? Michael cominciò a tremare. Erano là, i marziani, nell’acqua del canale che ne rimandava l’immagine. Erano Tim, Mike, Robert, la mamma, il papà.

(Ray Bradbury, Cronache Marziane, p. 271)


Fu Giovanni Schiaparelli, nel 1877, il primo ad ipotizzare, dopo l’osservazione di quelli che lui definì “canali”, la presenza della vita su Marte; dopo di lui Percival Lowell, astronomo britannico, alimentò le speculazioni in merito con numerosi testi di tipo “scientifico”. Nella feconda produzione fantascientifica che trasse ispirazione da questo, Ray Bradbury fu influenzato in modo particolare dalle opere di Edward Rice Burroughs, fra cui A Princess of Mars e John Carter of Mars, ma anche dal suo Tarzan, riadattato da Harold Foster nel 1931 per i Sunday Comics: “So bene che Cronache Marziane non sarebbe mai venuto alla luce se Burroughs non mi avesse colpito in quel momento della mia vita”4. Un’altra dichiarata fonte di ispirazione, soprattutto per la struttura del volume, è stata Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson5. Ancora, delle proprie letture giovanili, Bradbury scrive: “Io sono cresciuto leggendo e amando le storie di fantasmi tradizionali di Dickens, Lovecraft, Poe, e poi di Kuttner, Bloch e Clark Ashton Smith” e ancora “Poe ha passato degli anni a guardare da sopra una spalla, mentre Wells, Burroughs e quasi tutti gli scrittori di Astouding e Weird Tales guardavano da sopra l’altra spalla.” (Bradbury, Lo zen nell’arte della scrittura, p. 41) Fortissimi sono, del resto, anche i collegamenti con la biografia dell’autore: se da un lato il nostalgico sfondo che ricorda il Midwest americano è un chiaro ricordo dell’infanzia trascorsa a Waukegan in Illinois, dall’altro è carsico il riferimento al ruolo della famiglia, spesso presente nei racconti come via di accesso privilegiata all’intimità personale. I marziani, infatti, per colpire i terrestri, appaiono loro nelle vesti della madre, del figlio, del fratello, come, per esempio, nel racconto Il marziano.


L’opera di Bradbury si colloca nel panorama della narrativa fantascientifica novecentesca con il pregio indiscusso di aver influenzato il pensiero dei suoi lettori con immagini e temi (basti pensare alla fortuna di “Fahrenheit 451”), nel solco della “tradizione che muove dalle origini stesse di quella letteratura (con le storie meravigliose di Charles Brockden Brown e Washington Irving) per arrivare al genio di Hawthorne e Poe”, dei quali riprende motivi e spunti, ma soprattutto “un uso del fantastico come ricreazione del reale e una volontà di affrontare il meraviglioso che non perdono di vista le sue implicazioni psicologiche” (Cronache Marziane, Introduzione, pag IX).


Il primo personaggio che appare è una marziana, Ylla, che viene sconvolta dal sogno dell’arrivo dei primi terrestri sul suo pianeta. Senza saperne spiegare la ragione, Ylla ripete una canzone in una lingua che non conosce, l’inglese: Drink to Me Only With Thine Eyes, le cui parole sono tratte dal poema To Celia, scritto da Ben Jonson nel 1616. La delicatezza dei toni mista all’ansia che invade i protagonisti di questo racconto si ripete immutata in La notte estiva, in cui, ovunque su Marte, in tutti i teatri, in tutte le case, l’angoscia della premonizione di qualcosa di terribile si concretizza nell’innaturale canto di una melodia sconosciuta, terrestre, il cui testo è stato composto da George G. Byron nel 1813:


She walks in beauty, like the night

Of cloudless climes and starry skies. [6]


I terrestri narra l’arrivo della Seconda Spedizione e il primo incontro fra uomini e alieni: l’intera vicenda assume un tono comico - i terrestri appena sbarcati, infatti, sono molto delusi del disinteressamento dei marziani di fronte all’eccezionale evento - che tuttavia si rovescia in un finale disarmante e tetro: gli umani vengono presi per malati di mente, rinchiusi in manicomio e infine uccisi dallo psichiatra, il signor Xxx, che li crede manifestazioni allucinatorie e che, per sostenere la sua tesi, finisce per suicidarsi. Dato il fallimento della Seconda, viene organizzata una Terza Spedizione, il cui allucinante esito è descritto nel racconto omonimo: al momento dell’atterraggio il capitano Black ed il suo equipaggio si trovano nella surreale riproduzione della loro città natale in Ohio. Ma il particolare più stupefacente sono gli abitanti: ogni astronauta riconosce i propri cari morti da tempo e, dimentico della spedizione, convinto che Marte offra agli esseri umani una seconda occasione di vivere, viene accolto a cena dai nonni, dal fratello, dai genitori. Durante la notte, dopo un improvviso attimo di consapevolezza, i terrestri vengono uccisi dai marziani, che li avevano ingannati con le loro capacità telepatiche. Lo sbarco della Quarta Spedizione, descritto in And the moon is still as bright (il titolo è un verso di una poesia di Byron, So, we'll go no more a roving, del 1817) trova Marte deserto, la civiltà marziana scomparsa, gli abitanti morti da poco, infettati dall’umano morbillo; il paragone con la colonizzazione europea delle Americhe è dichiarato: “Ricorda cosa accadde al Messico, quando Cortés e i suoi scherani arrivarono dalla Spagna? Un’intera civiltà distrutta da avidi e devoti bigotti. La storia non perdonerà mai Cortés” (Bradbury, Cronache Marziane, p.85). Questa drammatica scoperta, enfatizzata dall’atteggiamento sconsiderato ed irrispettoso del resto dell’equipaggio, induce Jeff Spender a criticare l’impatto dell’uomo sulla natura di entrambi i pianeti e ad elogiare la civiltà marziana.


Lei dice che non riusciremo? Noi terrestri abbiamo il genio di rovinare le cose grandi e belle. La sola ragione per cui non abbiamo messo delle bancarelle di hot dog nell’antico tempio egizio di Karnak è perché si trova fuori mano e commercialmente non serve a nulla.


La vergogna provata da Spender per il comportamento dei suoi compagni lo porterà ad ucciderli, per salvaguardare la bellezza antica e desolata di Marte. L’arrivo in massa dei terrestri, paragonati alle locuste, una delle piaghe d’Egitto, sconvolge il pianeta: si susseguono le vicende di Benjamin Driscoll, dedito alla semina di intere foreste per migliorare la qualità dell’aria marziana; di Tomàs Gomez, unico caso di incontro pacifico tra uomo e marziano, entrambi convinti dell’attualità della propria storia, della propria vita e dell’impossibilità dell’esistenza del mondo del proprio interlocutore; ancora di Padre Peregrine, che, a capo della prima missione di preti Episcopali su Marte con lo scopo di convertire gli autoctoni ed individuare nuove forme di peccato da condannare, si trova di fronte ad un’altra, inaspettata, faccia della Verità, raffigurata da sfere di fuoco azzurro. Questo racconto é l’unico di cui la genesi sia stata descritta nel dettaglio dall’autore: l’idea delle sfere di fuoco nasce dal ricordo delle lampade cinesi che il piccolo Ray aveva acceso una volta con il nonno, sulla cui figura è plasmata quella di uno dei preti della missione [7]. In uno dei racconti che seguono, Su negli spazi azzurri, l’autore si sofferma sul tema del razzismo, ineliminabile persino nel più spinto panorama fantascientifico. Il bianco Teece si impunta nel trattenere il suo apprendista di colore che, insieme con la gente del suo popolo, sta lasciando la Terra per ricominciare una nuova vita su Marte. L’improvviso spaccato sugli stati americani del Sud lascia al lettore l’amaro in bocca: in un futuro capace di raggiungere altri mondi, l’odio verso il diverso non è passato, ma è divenuto qualcosa da importare, come gli hot dog e i centri benessere. Nei due intermezzi I musici e L’imposizione dei nomi emerge, seppur disciolta in un’atmosfera estraniata e sospesa, l’arroganza umana, esemplificata dal vandalismo dei bambini nelle città abbandonate e dal battesimo innaturale di luoghi che già avevano un nome. La storia che segue, Usher II è una delle più fantasiose della raccolta. Il riferimento all’altro capolavoro di Bradbury, Fahrenheit 451, è evidente: il signor Stendhal, fuggito dalla Terra dove tutti i libri di fantasia sono stati bruciati nel Gran Rogo, costruisce, traendo ispirazione dai racconti di E. A. Poe, da Il meraviglioso mago di Oz e da numerose altre fiabe, un’enorme Casa Usher nella quale consuma la sua vendetta contro i membri della “società benpensante”, impegnata nella censura alla fantasia e alla libertà di pensiero. L’ultimo incontro fra umani e marziani, ne La stagione morta, è il preambolo dell’abbandono del pianeta da poco colonizzato per far fronte all’esplosione della Terra, devastata dalla guerra atomica, che si accende come una stella di fuoco nel cielo di Marte; nello spazio interplanetario appare un messaggio fotoradio: “TORNATE A CASA”. Così sul pianeta evacuato rimangono in pochi: Walter Gripp, protagonista de Le città silenti, alla cui spasmodica ricerca di una compagna pone fine l’incontro con Genevieve Selsor, grassa e appiccicosa di cioccolata, che lo spinge a preferire la solitudine eterna ed Hathaway, membro della Quarta Spedizione, con la famiglia composta di inquietanti e realistici robot costruiti per riempire il vuoto lasciato dalla morte della moglie e dei figli. Torneranno, gli umani, ne La gita di un milione di anni, dopo aver abbandonato la Terra, ormai senza speranze, per ricostruire un’umanità su Marte.


Quando il Viking raggiunse per la prima volta Marte, insieme all’astronomo Carl Sagan lo invitarono al Planetarium del Caltech di Pasadena per passare la nottata in diretta Tv. La mattina dopo, mentre arrivarono le prime foto, un intervistatore della tv fece il furbo: “Lei ha scritto su Marte per tutta la sua vita, sulla sua civiltà, i suoi abitanti. Ora siamo lassù e si vede chiaramente che non c’è vita su Marte, come si sente?”. Bradbury respirò per alcuni secondi, ma non servì a calmarlo. “Idiota”, sbraitò, “pezzo di scemo. Certo che c’è vita su Marte. Guardati attorno, guardaci. Noi siamo i marziani”.

(Lo zen nell’arte della scrittura, Introduzione, p.18)