AL SERVIZIO DEL REICH

Philip Ball

AL SERVIZIO DEL REICH. Come la fisica vendette l’anima a Hitler

Einaudi, 2015.

pp. 275, € 32,00
ISBN 9788806223045

 

di Elisa Baioni

 

«Svolgete un lavoro fondamentale, che porta avanti le frontiere della conoscenza, ma spesso lo fate senza riflettere molto sull’impatto del vostro lavoro sulla società. Continuano a essere diffuse massime come “la scienza è neutrale” o “la scienza non ha niente a che fare con la politica”. Sono resti di una mentalità da torre d’avorio, ma la torre d’avorio fu finalmente demolita dalla bomba di Hiroshima»

[J.Rotblat, Conferenza per il premio Nobel per la pace, 1995]

 

Una delle idee più diffuse e al tempo stesso più difficili da scardinare è quella della pretesa apoliticità della scienza, che vorrebbe che «Nella maggior parte degli studi scientifici le questioni di bene e male, di giusto o sbagliato svolg[a]no al più un ruolo secondario [...]. La vera responsabilità di uno scienziato, come tutti sappiamo, è nei confronti dell’integrità e del vigore della sua scienza» (Oppenheimer, p.266). Eppure sono molti gli scienziati che si sono soffermati sulle implicazioni politiche della loro disciplina, che hanno scelto sulla base della propria coscienza i progetti a cui partecipare e che hanno lavorato perché il loro contributo portasse un miglioramento della qualità della vita di tutti, senza che ciò implicasse una rinuncia sull’integrità e il vigore del sapere. In poche parole, non solo si può fare ottima scienza anche fuori dalla torre d’avorio, ma è proprio riconoscendo la natura politica della scienza, il suo essere perennemente immersa nell’agorà, che si può sperare di formare nuove generazioni di scienziati consapevoli del loro ruolo sociale, e di cittadini consci di ciò di cui la ricerca necessita per ottenere risultati di qualità. «La scienza e la società non possono essere né separate né unite del tutto. Solo l’apparente contraddizione delle due narrazioni le rende contemporaneamente vere [...] Nessun sapere è garantito se [...] non si chiudono con cura le porte per tutto il tempo necessario a pensare e a costruire delle esperienze pertinenti. [...] Ma nello stesso tempo [...] è impossibile limitarsi al laboratorio. Appena entrati [...] bisogna uscire di nuovo per convincere altri colleghi, interessare dei finanziatori e degli industriali, insegnare agli studenti, soddisfare la fame di sapere della gente. Ed eccoci di nuovo all’agora» (B.Latour, Cogitamus, p.143).

 

È questo il nodo centrale attorno a cui si sviluppa il libro di Philip Ball. Secondo l’autore, l’importanza del dibattito pubblico o la competenza etica non trovano posto nella formazione dei futuri uomini di scienza, malgrado l’impatto sociale di nuovi settori, come l’ingegneria genetica o le nanotecnologie, sia visibile a tutti. Altrettanto chiaro è il desiderio di partecipazione alle discussioni da parte dei non addetti ai lavori, sempre più sentito come fondamentale per una democrazia sana. Affermare l’estraneità della scienza a tutto ciò significa rimanere su posizioni dannose in primis per gli stessi scienziati. Ecco perché la riflessione etica e sociale della scienza non dovrebbe limitarsi ai codici di comportamento professionale.

 

Prima di proseguire è necessario specificare che con l’espressione «la scienza è neutrale», tanto l’opinione pubblica quanto una parte del mondo scientifico intendono, in realtà, cose diverse, che proveremo a riassumere in quattro punti: a) la natura è neutrale — altri preferiscono ‘indifferente’ – rispetto ai valori morali: si tratta dell’assunto base, da cui si trae la conclusione che, per traslazione, anche le formule e i dati ricavati dalla sperimentazione conservano uno statuto super partes; b) la scienza è politicamente neutrale: in questo caso, neutralità sta ad indicare non solo l’irrilevanza delle posizioni politiche all’interno delle discussioni scientifiche, che nei valori fondanti negano qualsiasi pretesa di autoritarismo di fronte alla rigorosità dei ragionamenti, ma anche la necessità di proteggere la libertà intellettuale e i contenuti delle discussioni scientifiche dalle influenze nefaste di altri fattori (politici, religiosi, economici, ecc.), che potrebbero intaccare la qualità dei risultati o limitare la creatività della ricerca; c) la scienza è moralmente neutrale: con ciò si intende che la ricerca di un particolare meccanismo insito alla natura è sconnesso dal modo in cui, poi, altri ne faranno uso. Non solo gli scienziati non possono prevedere chi e come impiegherà le loro scoperte, ma non possono essere responsabili di un loro utilizzo scorretto, dato il libero accesso al sapere e la loro — presunta o meno — impossibilità di impedire un tale uso. A ciò si aggiunge la convinzione che rinunciare al sapere per paura delle possibili conseguenze, specialmente quando da determinate acquisizioni scientifiche si possono trarre ingenti benefici oltre ai potenziali rischi, comporti una perdita per l’intera umanità; d) la scienza è socialmente neutrale, cioè separata dalla politica, dall’economia, in definitiva dalla società: questo assunto si era sviluppato in un’epoca — il XIX secolo — in cui la scienza era effettivamente caratterizzata da una relazione non organica tra ricerca all’interno delle università e mondo politico e industriale, che le garantiva una decisa autonomia sull’impiego dei fondi e sugli obiettivi di ricerca. Ball assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti di almeno tre dei punti sopra citati, quelli che riguardano la presunta apoliticità, amoralità e separazione dal resto del mondo. Guardando alla storia, infatti, questi tre assunti messi assieme si sono rivelati un cocktail disastroso:«[q]uando le scienze si sono confrontate con la politica, spesso si sono ritrovate a farlo con un tipo di approccio ingenuo e platonico in cui l’azione politica si svolge in qualche sfera astratta dove esistono a stento questioni di giusto e sbagliato. [...] questa tendenza perniciosa [...] sui ruoli sociali della scienza, [è] pien[a] di immagini in cui uno statista pratica la sua arte sull’insieme dei cittadini ma in cui non si individua mai alcun epicentro di scelte morali. Lo scienziato, frattanto, vaga con un innocente timore reverenziale tra le meraviglie della natura, non coinvolto dalle conseguenze» (p.265), e ancora «[...] singoli scienziati hanno spesso dato mostra di un’erronea convinzione di poter manipolare ai propri fini chi era al potere, per poi accorgersi che erano loro a venire usati e poi scartati» (p.265).

 

Per argomentare queste posizioni, Ball ha scelto di raccontare la vita di tre illustri scienziati, che operarono nel Reich tedesco durante gli anni del nazismo: Peter Debye, Werner Heisenberg, Max Planck. «[...] [N]essuno di loro fu entusiasta del regime hitleriano, eppure furono in posizioni di preminenza nella scienza tedesca — come organizzatori, come studiosi e come ispiratori — e ognuno svolse un ruolo importante nell’impostare il tono della reazione della comunità fisica al nazismo. [...] Di fronte alle interferenze e alle pretese dei nazisti, Planck si affliggeva e tergiversava. Heisenberg cercava l’approvazione ufficiale ma al contempo rifiutava di ammettere le conseguenze dei suoi compromessi. Debye [...] era [...] lo “scienziato con la S maiuscola”, veramente “apolitico”, nel bene e nel male, per quanto riguardava la sua devozione alla ricerca» (pp.7-8). La loro vita mostra quanto sia difficile essere cittadini e scienziati e pretendere che questi due mondi non si mescolino, quasi si possa vivere due vite parallele, mai intersecanti. Invece, durante il Terzo Reich la scienza non fu né separata dalla società né amorale né apolitica: non solo la supremazia degli intellettuali tedeschi rispetto ai colleghi francesi, inglesi e italiani era da sempre stata al centro dell’attenzione dei governi tedeschi ma, con la presa di potere da parte di Hitler, il nazionalismo si impose non solo sulla scelta delle persone da collocare in posizioni di spicco nella scienza tedesca, ma anche sui contenuti che questa doveva trattare. Se ciò fu accolto con sdegno da un’ampia fetta della comunità, è vero anche che molti scienziati ne fecero una vicenda personale, valga per tutti il caso della fisica ariana capeggiata dai premi Nobel Philipp Lenard e Johannes Stark. Anche l’astratta apoliticità in cui si rinchiusero molti scienziati che, per dimenticare l’epoca nera in cui stavano vivendo, si immersero a capofitto nella ricerca, unica attività capace di confortarli, è per Ball una mera ipocrisia: l’esca del nucleare fu da molti sfruttata per portare avanti ricerche nei settori più disparati, sfruttando i soldi generosamente investiti dal regime. Emerge, dunque, quanto «le dichiarazioni degli scienziati tedeschi di essere “apolitici” non impedissero alla politica di infettare le stesse idee scientifiche e quasi di sopraffarle. Ma, cosa forse più importante, questa storia annichilisce il mito confortante che le scienze isolino dall’estremismo e da una profonda irrazionalità» (p.89). Dunque, per Ball la generale condiscendenza del mondo scientifico nei confronti del nazismo fu favorita proprio dall’assenza di una solida riflessione etica e da una chiara ed inequivocabile presa di posizione da parte della comunità scientifica. 

 

Ancora oggi, ritenere la ricerca del sapere «”una missione superiore” con maggior voce in capitolo sulle scelte di impegno e lealtà rispetto agli altri aspetti dei rapporti umani» (p.X) rende gli scienziati impreparati al confronto politico e lascia campo aperto all'influenza dei gruppi di interesse, anche nei paesi democratici. Un rischio che non dobbiamo correre.