LASCIARSI

Franco La Cecla

LASCIARSI. I rituali dell’abbandono nell’era dei social network

Milano, Eleuthèra, 2014

pp. 167, € 15,00

ISBN 9788896904688

 

di Paulo Fernando Lévano

 

It’s so easy to love, it’s so easy to hate: it takes guts to be gentle and kind” (I know it’s over, The Smiths)

 

Tú sabes cuánto se ha querido, has abrazado lo mismo que yo” (Estrechez de corazón, Los Prisioneros)

Eu possa me dizer do amor (que tive): que não seja imortal, posto que é chama mas que seja infinito enquanto dure” (Soneto da fidelidade, Vinicius de Morães)

Sei tu! Sei tu! Sei tu chi può darti di più!” (Per me lo so, CCCP)

 

“Se n’ me la vù dà, che t’ se puzza frac’cà” (stornello di Arsita, TE)    

 

L’amore è, in teoria, eterno ed indimenticabile. Chi scrive (bene) di amore è, molto probabilmente, l’autore di un’opera imperitura. Tempi lunghi, tempi molto lunghi sono richiesti per parlare di amore, inoltre ci vuole una certa vocazione per la confusione, per affrontare pazientemente una trama ordita da detto e non-detto, il che spiega perché è così importante la qualità dell’autore in questione. Una prova di ciò? Che ne pensate di una poesia di amore che parli dell’inconvenienza di scrivere poesie di amore? Largo a William Butler Yeats:

 

«Oh l’amore, che cosa storta! / Nessuno poi è così saggio / da scoprirne tutto il contenuto / giacchè finirebbe per pensare all’amore / fino a quando le stelle non sarebbero fuggite via / e l’ombra non si fosse inghiottita la luna» (Brown penny, 1910)

 

Messaggio ricevuto: l’amore è un sentimento così nobile che non bastano i nostri tempi, non basta la caducità dei nostri corpi, non basta il raggio limitato delle nostre parole. Nell’amore come da nessun altra parte, verba volant, scripta (per)manent. Le parole vivono nel loro venire pronunciate, portano con sé il vero e il falso (parafrasando il maestro Ezio Raimondi) ed è l’impossibilità di determinare da fuori quale di questi due prevalga, il motivo preciso che rende il sentimento amoroso una questione complicata (non è affatto una coincidenza che “è complicato, sai?” sia una sorta di riflesso proposizionale nei momenti estremi di un rapporto, alla domanda “state insieme?”), il motivo preciso che spiega la necessità di sostituire le parole alla scrittura, al messaggio leggibile ed intelligibile che comincia e finisce in momenti determinati.

 

Alla fine si tratta di una questione di chiarezza: più chiari si è e più velocemente le cose tornano alla normalità. Certo che dove si sceglie di non usare più le parole, cala drasticamente la possibilità di essere chiari, a meno (è chiaro) che non si sia un grande scrittore o poeta, in tal caso parte di nuovo la bufera di sentimenti. Del resto, il caso si chiude quasi sempre con l’impressione che la barca dell’amore sia comunque capitanata da un paio di irresponsabili che confondono le falesie del quotidiano con moli di sensatezza (parafrasando un po’ Uzhe vtoroj di Vladimir Majakovskij, 1930). E la chiarezza può fiorire laddove iniziamo a parlare la stessa lingua, quindi lasciamoci dietro (con molti sensi di colpa, però) lo Yeats e il Majakovskij e lottiamo contro quella che Franco La Cecla aveva già nel 2003 definito ignoranza dei congedi, ovvero quella necessità di tirare fuori il peggio di noi, lo squallore senza precedenti della perentorietà per chiudere il sipario e farla finita con qualcuno qualcosa...

 

Un buon punto di inizio sarebbe la visione di Hedwig and The Angry Inch di John Cameron Mitchell (2001), innanzitutto per cogliere l’opportunità di imparare una nozione una volta per tutte: non c’è un atteggiamento “tipicamente” maschile/femminile, bisogna iniziare a parlare seriamente di lasciante/lasciato (guardate il film e capirete a cosa mi riferisco) invece di avviare delle generalizzazioni poco garantite come “troverò qualcun altro” oppure “non ho più nessuna speranza di ricominciare”. Temo che si tratti di un musical, genere poco gradito, ma penso che la lezione di redenzione-attraverso-accettazione venga fuori molto più chiaramente in narrazioni che subiscono interludi musicali; cosa pericolosa, affidarsi a una colonna sonora, ma sono sicuro che sia meglio avere un personaggio che, nella storia, componga e canti la propria colonna sonora e, anzi, costruisca tutta la storia del film attorno alle proprie canzoni. Giusto per segnare le distanze che dividono Hedwig and the Angry Inch da altre storie di amore che sembrano più “assemblaggi” di amore, come mi sembra sia il caso di 500 days of Summer di Marc Webb (2009), un ripescaggio di canzoni con testi che vanno dal particolarmente straziante all’ingenuamente ottimistico per cercare di contenere nello scorrere di liste di riproduzione tutto il complesso ventaglio di emozioni che si scoprono in mezzo all’inizio e alla fine di un rapporto amoroso.

 

Durante la canzone The origin of love, viene proposta una versione animata del discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, in cui si narra che originariamente gli esseri umani avevano un corpo duplice: c’erano maschio-maschio, femmina-femmina e femmina-maschio, e assomigliavamo a fratelli siamesi uniti dalla schiena, quattro braccia e quattro gambe, due genitali e due facce, ed eravamo forti e potenti; successivamente, gli dèi decisero (come in ogni buon mito che si rispetti) di mettere il bastone tra le ruote ai nostri antenati originali, spaccandoci in due come punizione per qualcosa che hanno percepito come “inammisibile, una cosa che non può più andare avanti”. Ecco spiegato perché si ha la sensazione di andare in giro per il mondo alla ricerca dell’altra metà, della persona che completa le foto in cui veniamo bene. Passare la vita a pensare di poter ricongiungere due anime che erano una prima di ogni tempo, attraverso ripetute performances di congiunzione dei corpi. Tenero.

 

Il personaggio di Hedwig incarna qui la tipica figura del lasciato che si vuole convincere del vecchio mantra che dice “gli amori infelici sono quelli che, se fossero andati bene, oggi sarebbero perfetti”. Ora, pensare l’amore in controfattuali è in fondo pensare a qualsiasi cosa in controfattuali: si tratta di un’operazione mentale. Il prof. La Cecla (e su questa sono d’accordo) rintraccia l’origine di questa sensazione di ripescaggio di futuri anteriori mai accaduti nella sfortunata catena di eventi che portarono alla castrazione del filosofo medievale Pietro Abelardo: «da Abelardo in poi, l’Occidente ritroverà in una visione purificata dall’ottica teologica ragioni per pensare che l’amore puro e perfetto tra due esseri umani sia impossibile e inattingibile se non nella sventura e nella rinuncia (che della sventura è un abile surrogato)» (pp. 72-73). Ecco spiegato perché si ha la sensazione di andare in giro per il mondo convinti di aver capito che ogni rapporto amoroso è, allo stesso tempo, una consapevolezza della serie di rinunce a certe passioni stravolgenti e il progettarsi che questa serie di rinunce porti alla stabilità permanente dell’amore, senza eventi terminali prevvedibili.

 

Ma lasciamo stare Abelardo e Platone (o quello che è rimasto di lui dopo la sua “sventura”, comunque Tullio Gregory ha scritto molto sul tema...) e torniamo a Hedwig. Il lasciato non si preoccupa di altro che dell’inizio della storia, di tornare in quel momento in cui la luce aveva abbagliato tutti, come se si trattasse di dirigersi verso un’area sicura in caso di scosse teluriche; perciò, il lasciato vede con la coda dell’occhio, ottenendo così un’immagine rozzamente delineata. «Mi lasci: perché pensi di averne una ragione, perché pensi di avere ragione, perché vuoi avere ragione di me» (p. 62). Il lasciante invece sintomatizza altro tipo di ragionamento, non meno ingenuo: «una delle cose che la nostra società dovrebbe imparare è che non si fa piazza pulita delle emozioni sorte in una relazione. La relazione può essere sospesa, finita, scaduta, ma il suo valore non è svalutato dalla fine. Ciò non significa cadere in un buonismo dell’amicizia: gli amori non vanno negati nella loro dimensione violenta e nell’odio che contengono. (...) Il problema è che noi siamo ignoranti, analfabeti e balbuzienti nelle storie come nelle conclusioni, perché riteniamo che le seconde vadano gestite come una rimozione, un’operazione a occhi chiusi. Meno dura meglio è!» (p. 126).

 

Ci snaturalizziamo per arrivare a dire che il dolore che ci strazia è stato inflitto per mano divina, provvidenziale, incontrovertibile e di conseguenza pensiamo che le scelte siano due, o essere patetici o essere cattivi-ma-sinceri. Dimentichiamo purtroppo, nella boria delle nostre giustificazioni, che il dolore che proviamo è umano, un protocollo della coscienza per ricordarci che siamo vivi ma che non resteremo così a lungo se il dolore persiste. «Dovremmo imparare a staccare l’idea della fine di un amore dall’idea della morte. La nostra voglia di seppellire gli amori perduti puzza di moralismo. Se gli amori restassero sospesi e viventi, degli agents dormants [il francese è il metalinguaggio  dell’amore, sapete?], allora rischieremmo di pensare che si possono amare più persone alla volta e che siamo degli inguaribili poligami e delle inguaribili poliandriche. Dare una fine netta a un amore ci aiuta invece a schermare l’evidenza che anche gli amori perduti rimangono in parallelo con l’amore che stiamo vivendo attualmente» (p. 152).

 

Lasciamoci pure indietro, insomma, il mito dell’origine dell’amore, cambiamo pure canale se in Tv ci troviamo davanti L’isola di Adamo ed Eva con Vladimir Luxuria e preoccupiamoci invece di crearci una nuova mitologia per la fine dell’amore. Qualcosa che parli di due persone che si arrabbiano per essersi schiacciati i piedi a vicenda cercando di calpestare lo stesso ragno: qualcosa che ci aiuti a capire che la prossimità non è tutto ciò che conta fra due persone che affermano di volersi bene. Forse nessuno vi ha parlato del parallasse, ve ne parlo io ora per concludere: la separazione dei vostri occhi vi aiuta a misurare la separazione che c’è fra voi e i traguardi lontani ed immani che dominano il campo delle cose che avete davanti. La distanza, la separazione, il mondo è fatto di esse: la separazione non è la fine del mondo. Su con la vita!