TRA SAUSSURE E HJELMSLEV

Cosimo Caputo
TRA SAUSSURE E HJELMSLEV. Ricerche di semiotica glossematica Roma, Carocci, 2015
pp. 183, € 19,00
ISBN 9788843076406

 

di Paulo Fernando Lévano

 

L’intellettuale peruviano Marco Aurelio Denegri ha discusso, nella sua trasmissione televisiva La función de la palabra, di una questione fondamentale e dalla quale ci piacerebbe iniziare per recensire queste Ricerche di semiotica glossematica. Si tratta della seguente domanda: in quali situazioni diciamo le parolacce?

 

La risposta di Denegri è duplice. In primo luogo, diciamo le parolacce quando non possiamo parlare, ovvero quando non siamo in grado di esprimerci dopoché ci ritroviamo sopraffatti da un’emozione molto forte che ci impedisce di formulare in parole il senso compiuto di ciò che vogliamo esprimere. Ma a ben vedere, c’è anche un secondo caso in cui diciamo le parolacce, ovvero quando non vogliamo parlare e permettiamo volentieri all’emozione di sostituirsi alla nostra capacità di esprimere il senso compiuto delle cose. E tutta la casistica che sicuramente vi sarà venuta in mente, cari lettori, il professore Denegri la sintetizza in una considerazione profondissima: a veces, un “carajo” bien puesto vale pues por muchas palabras y por una exposición de ideas.

 

Quando scoprite di aver dimenticato le chiavi (o il telefonino o la tracolla) in biblioteca, quando arrivate alla fermata con l’autobus che ormai sta chiudendo le porte ed è in partenza, quando volete scaricare subito una persona che vi importuna per strada, quando volete rispondere ad un professore che vi ha appena messo in difficoltà al colloquio di esame: apporre una parolaccia al nostro parlato quotidiano è un’attività che scappa ad ogni tentativo di spiegazione puramente linguistica. Prendete per esempio il caso in cui voi siete il bersaglio di una parolaccia: non si tratta soltanto della forma e della sostanza dell’insulto che vi viene indirizzato, poiché a volte non è necessario scendere nella scurrilità per fare in modo che qualcuno si senta a disagio e l’effettività del nostro insulto non poggia su una certa autorità del termine impiegato (ancora un esempio, in quei contesti in cui dare del “dandy” a qualcuno è offensivo, poco cambia se gli do del “dandy”, del “bellimbusto”, oppure dello “spaccone”).

 

Questa gradazione delle parolacce non è qualcosa di fisso e stabile, ma qualcosa in continua trasformazione; prova di ciò è l’impossibilità pratica dei bambini a non imparare le parole proibite. «Le lingue si acquisiscono, o si imparano, non basta il gene della lingua per parlare una lingua. I piccoli umani imparano una lingua che è già parlata, la apprendono sulla bocca di altri; non basta un certo corpo, occorre qualcosa di esterno ad esso, occorre una società» (p. 123). Ai bambini non si insegna a parlare attivando certi tasti buoni e isolando quelli cattivi affinché non vengano premuti. Questo perché il linguaggio non si tratta soltanto di forma e di sostanza, ma anche di espressione e contenuto, e ne segue che un elenco di parole da non dire è rivolto a forme e sostanze di quelle particolari parole, ma nessun effetto si verificherà sulla capacità di esprimere contenuti: una volta scoperto il significato di “dire corbellonaggini”, certi contenuti che erano rimasti inespressi inizieranno a salire a galla nella partita a game- boy che si tiene dopo scuola nel cortile dietro la scuola.

 

Questo tipo di riflessione sulla parolaccia e sull’insulto è un esempio di come veniva caratterizzato il linguaggio nella riflessione di Louis Hjelmslev.(1899-1965), fondatore della semiotica glossematica, che il professore Cosimo Caputo dell’Università del Salento presenta come una «scienza integrata della comunicazione e della cognizione» (p. 79). Attraverso una bibliografia veramente ampia che comunque non si distanzia mai dal riferimento all’opera del linguista danese, il prof. Caputo mette sugli scaffali un’eccellente opportunità per parlare di metalinguaggio in una prospettiva nuova, oltre dualismi che ormai potrebbero suonare come “euristicamente inadeguati”. Ora possiamo parlare di parolacce, che in fondo è parlare di linguaggio, e non si può parlare del linguaggio se non attraverso il linguaggio stesso.

 

Ma prima, qualche precisazione del prof. Caputo intorno alla materia che si discute: «non si ripropone una “filosofia linguistica” secondo la quale i problemi filosofici nascono dal linguaggio, ossia dalle sue imperfezioni, opacità o fraintendimenti, sì che questi problemi debbono essere eliminati dalla filosofia stessa attraverso la chiarificazione del significato delle parole o attraverso una esplicita comprensione del modo in cui il linguaggio funziona al di là della sua apparenza grammaticale oppure sostituendo al linguaggio storico naturale un linguaggio perfetto, artificiale in cui i problemi filosofici siano riformulati come problemi scientifici» (p. 44). A Hjelmslev non basta pensare il linguaggio come uno strumento più o meno efficiente né come espressione di una forma di vita eccezionale, e questa insoddisfazione parte soprattutto da quello che forse è l’avvenimento filosofico più importante della prima metà del secolo scorso: la scoperta dei limiti del sogno di creare un linguaggio artificiale formalizzato. «La logica non riesce a cogliere o a descrivere tutto il linguaggio. Ridurre il linguaggio o il semiotico ad articolazioni escludenti vuol dire coartarne la natura e il funzionamento, o adottare punti di vista non del tutto pertinenti» (p. 100).

 

Senza un metalinguaggio perfetto, tutto il progetto di ridurre filosofia a metodo scientifico (oppure scienza a postura filosofica) è inauspicabile: il metalinguaggio è anche esso un linguaggio, un linguaggio che parla di sé. Tornando all’esempio delle parolacce, dicevamo che era praticamente impossibile tenere le parolacce fuori dalla portata dei bambini; forse quello che davvero si vuole evitare non è l’occorrenza stessa della parolaccia, ma l’eventualità che il bambino capisca l’effetto che crea l’impiego di tale parola e incominci a urlarla a squarciagola in qualsiasi occasione. Perché, perché? Ecco, quando capisce l’effetto delle parolacce, inizierà ad ascoltarle nel discorso degli adulti e capirà ulteriormente come usarle, come farne un uso variegato, ma soprattutto come crearle. Imparerà insomma a mettere qualcosa di verbale qualora non abbia né l’intenzione né le risorse per esprimere un contenuto (¡ha sido dificil escribir esto en italiano, carajo!), e da lì a esprimersi come Selvaggia Lucarelli sulla ricerca scientifica, i passi sono pochi.

 

Ecco, il problema di scegliere parole e proibirle (e in fondo il problema di ogni tentativo di censura sul linguaggio) è che poter reprimere la metalinguisticità riflessiva tipica dell’essere umano che fa uso del proprio linguaggio è un’illusione. Ogni volta che una parola proibita gira l’angolo, si trova davanti una variante, una trasformazione, una cosa che non sembra una parolaccia ma lo è proprio perché aggira il poter o il voler dire una cosa poco elegante: «questa attività garantisce la flessibilità e la creatività delle lingue storico-naturali, la loro incompibilità e illimitatezza vengono coartate dai linguaggi formalizzati: costrutti rispondenti all’esclusivo criterio della coerenza formale, astratti dalla prassi comunicativa. E tuttavia, quando si parla di linguaggi formalizzati non va dimenticato che non sono calati dal cielo, come dimostra la storia delle scienze» (p. 144). Ogni moderazione del vocabolario invece cala dal cielo, sempre.

 

Denegri, dal punto di vista della linguistica storica, nota bene questa vitalità delle parolacce nella lingua castigliana (meglio conosciuta come “spagnolo”), che eludono la caduta in disuso e mantengono pressappoco la stessa forma (carajo è un buon esempio che lo stesso Denegri usa). Non usiamo il linguaggio soltanto per precisare teorie che portino sempre a fenomeni nuovi, usiamo il linguaggio anche per cose molto meno nobili (ma anche perfettamente comprensibili, come quelle che sorgono quando il conducente della macchina di fronte a voi non sa imboccare le rotonde*) che ci capitano in giornata. «L’umano è natura, è il nodo delle relazioni vitali in cui il bios, la materia o la corporeità vivente prende una piega più complessa, sottraendosi alla pressione diretta e costrittiva dell’ambiente e diventando capace di contatti (letture) non usuranti con il mondo, di produrre cioè strumenti materiali e astratti (simboli)» (p. 79).

 

 

* Cosa!? State leggendo mentre guidate?