L'AMBIENTE NEL MONDO ANTICO

Lukas Thommen

L'AMBIENTE NEL MONDO ANTICO.

Bologna, Il Mulino, 2014

pp. 184, € 15,00

ISBN 9788815252791

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«A che citare fatti che solo chi li ha visti potrà crederli veri, semplici privati che spostano monti e colmano i mari, quasi, si direbbe, a ludibrio della propria ricchezza, quasi volessero dilapidare oltraggiosamente quei beni che avrebbero potuto impiegare a fini onorati?» (De coniuratione Catilinae, XIII)

 

Questa citazione di Sallustio compare come riferimento bibliografico a p. 77 e a p. 132 del volume che stiamo recensendo. Come ricorderanno bene i classicisti, il De coniuratione è un'opera che, nel tentativo di fornire un documento storico del disordine istigato da Lucio Catilina (62 a.C.), rappresenta un resoconto allarmante di quanto critica sembrasse la situazione a quegli antichi romani che si ispiravano ancora ai valori fondamentali della vecchia res publica, proprio l'ordine che allora sembrava fare acqua da tutte le parti: la ricerca sfrenata del lusso era un sintomo della decadenza di quei tempi, e solo attraverso essa poteva venire pensata la deliberata modifica del paesaggio.

 

Lukas Thommen sceglie questo passo sallustiano come esempio degli atteggiamenti critici nei confronti del «lusso distruttivo delle classi superiori» nella vecchia repubblica. Il concetto di lusso spicca come il principale motivo critico in un'ipotetica “coscienza ambientale” degli uomini della classicità greco-romana. Tracciare le idee “ambientalistiche” degli antichi sembra un compito difficile. Addirittura, si direbbe, irrilevante per i problemi ecologici di oggi, completamente diversi? Eppure, lo stesso autore mette in guardia sulle nostre attuali possibilità di adempiere a tale compito: «per un approccio ecologico scientifico, la storia antica mette a disposizione solo dati e possibilità limitate. I resti materiali permettono esclusivamente affermazioni parziali, mentre spesso le fonti scritte rendono possibili solo conclusioni indirette sulle condizioni del mondo antico. Fino a oggi è stato difficile arrivare a interpretazioni coerenti su uomo e ambiente nell'antichità» (p. 15). Ciò nonostante, questo libro rappresenta un'ottima opportunità per ripensare le dimensioni temporali che siamo soliti adottare per i nostri resoconti storici dell'attualità; non a caso, le battute conclusive del monumentale libro di storia della storiografia di Pietro Rossi, Il senso della storia (2012), esprimono un buon augurio per il futuro del mestiere dello storico, ossia che ai tempi della storia della civiltà si aggiungano i tempi della biologia e della geologia, in modo tale da chiudere il cerchio e superare qualsiasi settorializzazione esagerata dell'oggetto di studio della storia: «se il rapporto con la genetica ha permesso di procedere all'indietro, alla diffusione della specie umana sulla terra, quello con l'ecologia consente di considerare il mondo contemporaneo nella prospettiva delle conseguenze della rivoluzione industriale per le possibilità della sua sopravvivenza» (p. 453).

 

Allungare i tempi storici per avere uno sguardo più comprensivo: le genealogie di ciò che chiamiamo “uomo” e ciò che chiamiamo “natura” sono molto più chiare se ci rifacciamo all'idea che esse non sono venute a intrecciarsi in modo problematico soltanto nei nostri tempi. Leggere i problemi che l'insediamento della cultura greco-romana ebbe nel bacino del Mediterraneo man mano che si espandeva, da Gibilterra fino all'Asia Minore, conferma che alcuni problemi sorgono proprio dal modo in cui il comfort deve abbinarsi allo spazio abitativo, soprattutto a questi specifici livelli di sviluppo campagna-città. Volete dominare un popolo? Dominate le fonti di acqua nelle vicinanze. Volete assicurarvi la fedeltà di un popolo? Costruite un'acquedotto che vi faccia arrivare l'acqua nella piazza principale (alle case di ogni abitante, si può pensare sempre dopo). Solo quando il vanto di questo potere (modificare la natura per vivere meglio) diventa vizio di alcuni specifici individui, si trova il lamento della natura, malinconica per essere rimasta vittima dei capricci di un ricco membro di nobile stirpe.

 

Dunque, la mancanza di “coscienza ambientale”, così come oggi noi la intendiamo, non deve indurre a pensare troppo facilmente a qualcosa come una superiorità delle vecchie maniere rispetto alle odierne, non deve indurre a pensare a un passato “più pulito” perché “meno industriale”. Anche se mancava la coscienza, i problemi ambientali c'erano, come bene indica Thommen nelle due parti del volume recensito, dedicate rispettivamente al mondo greco e al mondo romano. Per entrambe le civiltà, vengono esaminati lo spazio geografico, il rapporto tra uomo e natura, le pratiche agricole, lo sfruttamento del legname, la manutenzione di giardini pubblici e privati, la fauna, l'alimentazione, le risorse idriche, la sismologia e le attività estrattive; unicamente a Roma è dedicata una sezione sui problemi della grande città e delle ville di campagna. Ovviamente, Thommen prende in considerazione il livello di sofisticazione di Roma rispetto alle poleis greche, e parla di problemi scaturiti proprio dal consolidarsi dei primato della città sulla campagna.

 

Il libro di Thommen quindi sembra dare conferma a quanto scriveva Alberto Caracciolo nel suo L'ambiente come storia: «succede abbastanza spesso che, a forza di insistere sulla imprevidenza e dissipazione ecologica dei giorni nostri, coniugato al prevalere del desiderio di immediata remunerazione e di massimo profitto rispetto al vaglio di rischi futuri, si sia portati a contrapporvi, con un certo semplicismo, la saggezza e la moderazione del passato. Succede che si descrivano con una punta di rimpianto, le imprese bonificatrici degli imperi idraulici d'Oriente o le geometrie dei regni precolombiani d'America o le invenzioni dell'agricoltura mesopotamica, facendone quasi un'apologia, che invece gli esiti finali delle rispettive vicende dimostrano indebita» (Il Mulino, 1988, p. 45). Per l'appunto, il geografo statunitense Bill Denevan pone in guardia chiunque voglia studiare la demografia dei nativi americani, contro quello che lui denominava il pristine myth, che vuole le Americhe popolate da buoni selvaggi in buoni rapporto con Madre Natura (altrimenti detta “Pachamama”) nella prefazione alla seconda edizione del suo The native population of the Americas in 1492 (1992); sulle stesse tracce dobbiamo menzionare una bellissima collettanea a cura di David Lentz, Imperfect balance. Landscape transformations in the precolumbian Americas (2000), dove si fa luce sul talento “naturale” degli abitanti dell'altiplano boliviano-peruviano per la deforestazione.

Ogni grado di sofisticazione di un gruppo umano in un determinato contesto geografico produce certi effetti, che non devono venire considerati differenti da quelli dei giorni nostri, dando come ogni spiegazione che non si dà il caso poiché non siamo più americani precolombiani o antichi romani. Sono forse rimasti pochi giorni al vecchio slogan “nel mio piccolo, posso cambiare le cose” e alla sua applicabilità rispetto a problemi ecologici globali? O forse dobbiamo iniziare a capire che le nostre intenzioni né esauriscono né comprendono minimamente la totalità degli effetti (controllati o meno) che seguono alle nostre azioni?

 

Lasciamo dare l'ultimo suggerimento al prof. Caracciolo: «neppure nel diretto coltivatore o nella famiglia contadina dobbiamo immaginare che ci fossero una coscienza ecologica e una normativa ambientale chissà quanto mature. Sarebbe sbagliato crearsi il mito di una società di “buoni padri di famiglia”, cadendo in semplificazioni sopra la preveggenza del tempo che fu» (p. 46).