GLI UMANI

Matt Haig

Gli Umani

tradotto da Carla Palmieri

Einaudi, 2014

pp. 352, € 19,00

ISBN 9788806218096


di Arianna Ricci


Non è stato facile per me trovarmi qui, ospite inatteso, peso indesiderato, arreso, complici i satelliti che riflettono un benessere artificiale...

[Caparezza, Vengo dalla Luna]


Siamo nell'epoca di Interstellar e The Martian, l'epoca in cui si guarda da lontano Kepler 186f e si trova l'acqua sul Pianeta Rosso: l'epoca in cui noi guardiamo lo spazio, ma cosa accadrebbe se, a nostra insaputa, anche lo spazio guardasse noi e con occhio critico, per giunta? E se, come se non bastasse, decidesse anche di prendere provvedimenti? Gli Umani di Matt Haig si presenta come il resoconto di un antropologo che abbia fatto ricerca sul campo, solo che, per una volta, l'oggetto dell'analisi non è una remota civiltà indigena sconosciuta nascosta nei meandri di una foresta, ma la società intera. Soprattutto quella Occidentale. «Questo libro, il libro che avete in mano, è ambientato proprio qui, sulla Terra. Parla del senso della vita e del nulla assoluto. Spiega come si fa a uccidere qualcuno, e come si fa a salvarlo. Parla di amore e di poeti morti e di burro di arachidi con la granella croccante. Parla di materia e antimateria, di tutto e di niente, di speranza e di odio. Parla di una storiografa quarantunenne di nome Isobel e del suo figlio quindicenne di nome Gulliver e del matematico più in gamba del mondo. Parla, in breve, di come si diventa umani. Prima, però, permettetemi di dire una cosa ovvia. Io non lo ero, umano» (p. 9).

Il matematico in questione è il professor Andrew Martin. La mente geniale del secolo che è riuscita a risolvere l'enigma più ambito: l'ipotesi di Riemann, che studia la cadenza dei numeri primi. Stabilire una regola matematica che dimostri l'esistenza di una logica nella distribuzione dei numeri primi e comprendere se vi è un'aritmia totale in quest'ultima potrebbe avere importanti ricadute sulle applicazioni informatiche odierne e future, dai codici di protezione allo sviluppo di tecnologie che abbiamo sognato soltanto con la fantascienza. Sfortunatamente, gli abitanti del pianeta Vonnadoria, lontano anni luce dal nostro sistema solare, che vivono di sola logica e matematica pura, ritengono che gli umani non siano ancora psicologicamente ed emotivamente maturi abbastanza per sviluppare simili tecnologie. Siamo i teenager dell'universo. Dunque i Vonnadoriani eliminano il professor Martin e lo sostituiscono con un suo doppleganger, un alieno dall'aspetto del professore, che, munito dell'avanzata tecnologia dell'antimateria, ha il compito di togliere di mezzo chiunque sia venuto a sapere della scoperta: «No, non ero quell'uomo. Nei suoi confronti non nutrivo alcun genere di sentimento. Eppure era stato una persona vera, vera come voi e me, un'autentica forma di vita mammifera, un primate diploide eucariota che cinque minuti prima della mezzanotte era ancora seduto alla sua scrivania [...] Una forma di vita che forse – ma forse no – aveva fatto un salto sulla sedia nell'istante della grande scoperta, quando la sua mente era arrivata là dove nessuna mente umana si era mai spinta, al limite estremo della conoscenza» (p. 11).


Il compito dell'alieno che ha preso le sembianze del prof. Martin è quello di arrestare il progresso: distruggere le prove della grande scoperta, che non si trovano soltanto nei computer ma, forse, anche nelle menti di coloro con cui Martin le ha condivise.Nei panni di un extraterrestre per cui tutta la società come la conosciamo è estranea, Matt Haig la analizza con grande profondità, assumendo il ruolo dello specchio attraverso il quale il lettore è in grado di vedere sé stesso, all'inizio ridendo, ma successivamente avendo anche l'occasione di riflettere su quegli aspetti che spesso rimangono sottaciuti: «A vederli così, in branco, con quelle strane sagome vestite, avevano un'aria minacciosa. Sembravano alieni. Questa era la parte più ovvia. La meno ovvia era che per loro l'alieno ero io. E pensare che in apparenza eravamo identici. Forse anche questo era un tratto tipico degli umani. La capacità di rivoltarsi contro sé stessi, di ostracizzare i loro stessi simili» (p. 32).


All'inizio, l'intera narrazione è costellata di termini tecnici scientifici, come la descrizione del caffè, un composto basato su un legame doppio carbonio-carbonio, o lo sguardo umano che viene paragonato al calcolo della radice cubica di 912673, l'interrogarsi su quale sia lo scopo di una carezza o i dialoghi mentali con un cane che sembra avere molto più buon senso di tanti esseri umani in circolazione. Non mancano i dialoghi telepatici con il pianeta d'origine, che funziona come fosse un grande computer di cui gli abitanti sono i terminali, in costante collegamento l'uno con l'altro.Si passa attraverso l'equazione di Drake, atta a calcolare la probabilità che esistano altre civiltà avanzate nella Via Lattea, alla quale il protagonista aggiunge i fattori “civiltà extraterrestri a cui interessa la Terra o comunicare con essa” e “frazione di quelle che l'hanno già fatto ma gli umani non se ne sono accorti”.Andando avanti, il finto professore impara quale sia la frequenza vocale giusta per ipnotizzare, dato che gli umani “di tutte le specie dell'universo sembrano essere i più ansiosi di credere” (p. 59), elemento che gli risulterà molto utile nel corso dell'adempimento del suo compito. Tuttavia, se questa fosse la storia di una missione compiuta facilmente e senza esitazioni, il resoconto del nostro protagonista non avrebbe motivo di esistere. Infatti, è rapportandosi con questa specie così immatura che il finto Andrew Martin scopre la poesia di Emily Dickinson e la musica dei Beatles. Si genera così una riflessione estetica sul fatto che la bellezza, sulla Terra, venga trovata nell'imperfezione all'interno di una struttura compiuta. In seguito il protagonista giunge a scoprire il linguaggio: il linguaggio verbale e tutte le sue sfumature, i sottintesi, le bugie e la verità, e il linguaggio non verbale: «La Lingua dei Sospiri, la Lingua dei Momenti di Silenzio e, più importante di tutti, la Lingua delle Fronti Aggrottate» (p. 137).


La specie umana si rivela essere molto più complessa ed affascinante del previsto, nei suoi profondi difetti (la guerra, la violenza, il punto e virgola) e nelle sue migliori scoperte. Una specie così complicata che ancora non è stata in grado di comprendere sé stessa. Improvvisamente, l'alieno che ha assunto le sembianze del prof. Martin si rende conto che arrestarne lo sviluppo non sarebbe produttivo quanto studiarlo e dare una possibilità a questa specie di imparare dai propri errori. Lo scrittore e giornalista inglese Matt Haig, nella nota dell'autore, spiega che l'idea per un simile romanzo gli è venuta nel 2000, quando soffriva di attacchi di panico e non poteva fare altro che intrattenersi leggendo e scrivendo: «[...] le parole e le storie erano, in un certo senso, mappe per ritrovare la strada che portava a me stesso» (p. 347).


Oggi quelle stesse mappe viene presentata a noi per ricordarci quanto possiamo essere alieni, noi terrestri. Soprattutto per noi stessi.