MICROFISICA DELLA MEMORIA

Giuliana Benvenuti
MICROFISICA DELLA MEMORIA. Leonardo Sciascia e le forme del racconto
Bologna, Bononia University Press, 2013
pp. 266, € 25,00
ISBN 9788873958802

 

di Paulo Fernando Lèvano

 

«Oibò! Vergogna! Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? Assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de' fulmini e non del pane» (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XIII).

 

La letteratura può servirci come punto d'appoggio per resistere allo scientismo dei giorni d'oggi e allo stereotipo troppo facile che vuole la letteratura un territorio sotto il dominio esclusivo della fantasia scatenata. Conviene ricordare le parole di Maurice Blanchot, quando ci ricordava che la letteratura non è al di là del mondo, ma non è comunque il mondo: nulla nella fantasia sorride gratuitamente al proprio creatore, è sempre possibile trovare l'aggancio con la realtà. Soprattutto se parliamo del romanzo storico, proprio il genere a cui approderemo oggi, recensendo questa bellissima monografia di Giuliana Benvenuti, professoressa di letteratura italiana contemporanea all'Alma Mater Studiorum.

Tema centrale dello studio della Benvenuti è il manzonismo di Leonardo Sciascia, figura indispensabile nella scena letteraria siciliana della seconda metà del XX secolo; così facendo, l'autrice riesce a porre in evidenza tanto l'identità isolana della produzione sciasciana quanto il suo collegamento con la più ampia tradizione letteraria italiana, attraverso il motivo principale della sua opera, ovvero la narrativa microstorica a due dimensioni: una dimensione letteraria che si presenta come il giallo (a noi così familiare e caro, se pensiamo a Il giorno della civetta del 1961) e una dimensione giudiziaria, che trascende la gara tra il lettore e il personaggio-investigatore per interpretare le vicende del caso da una molteplicità di punti di vista, facendo speciale attenzione ai mondi interiori dei diretti coinvolti. La prof. Benvenuti dà quindi una validissima caratterizzazione del mestiere dello scrittore così come lo concepiva Sciascia: se realtà e letteratura devono porsi come commensurabili (come ognuno si aspetta dal proprio romanzo storico), allora bisogna pure ammettere che è la letteratura che detta alla memoria i criteri per delimitare la realtà stessa. Da tale accorgimento otteniamo una concezione del potere come proprietà emergente della realtà e una concezione della letteratura come reazione.


Per leggere Sciascia, bisogna abbandonare ogni pretesa di stabilire un limite fisso fra realtà e discorso sulla realtà, tra documento e finzione; anzi, queste polarizzazioni «semmai intrattengono rapporti che non conducono mai a privilegiare né l'uno né l'altro, e tutte mirano a un certo genere di rifiuto nei confronti di una successione degli eventi e delle cose che passa per naturale e per ovvia» (p. 65). E' un esercizio che vale la pena, quello di scandagliare la memoria con gli strumenti della microstoria, la sola a permettere di scorgere nell'opera di Sciascia una rivalutazione della storia nel presente, più o meno come quando il maestro Paolo Rossi incoraggiava a studiare il passato come un altro presente. Se la letteratura non reagisce, il potere prende d'assalto la memoria e vi si infiltra sotto forma di racconto dominante; «se la scrittura serve a decretare il mondo, un mondo che ripete, degradandoli, i suoi archetipi letterari, la scrittura può servire anche a rendere giustizia alla memoria di un uomo, alla sua dimensione creaturale, può essere scrittura del riscatto, riscatto dal racconto dominante» (p. 240)


Per leggere Sciascia dunque bisogna resistere al racconto dominante, provare la nevrosi che appunto Manzoni subì durante la sua vita (ne parla Paolo D'Angelo in Le nevrosi di Manzoni. Quando la storia uccise la poesia, 2013), proprio come lo stesso Sciascia racconta in Manzoni e il linciaggio del Prina, dove ipotizza che l'episodio narrato nel XIII capitolo de I promessi sposi (quello dove il vicario rischia il linciaggio) può aver avuto genesi nel linciaggio effettivamente subito dallo sfortunato Giuseppe Prina il 20 aprile 1814, un ricordo che continuò a perseguitarlo lungo tutta la sua vita, anche se la canzone ispirata ai fatti non vide mai la luce. Ecco come funziona il miracolo della scrittura: Manzoni, sotto la lente microfisica di Sciascia, «voleva dunque dimenticare; dimenticare quello che aveva visto e sentito nelle ore pomeridiane di quel 20 aprile (...). Ma dimenticare non poteva (...). Non è insensata l'ipotesi che gli avvenimenti dell'aprile 1814 insopprimibilmente agissero nella sua memoria, nella sua coscienza, a rappresentare una commiserazione del mondo, della storia, della natura umana, di sé, in cui il romanzo [I promessi sposi] consiste e a cui soltanto può arridere – gratuito e imperscrutabile – l'intervento e l'ausilio divino» (cito dalla raccolta edita da Bompiani nel 1991, p. 932).


Infatti, leggiamo nel XIII capitolo dell'indimenticabile classico l'episodio in cui Renzo guardava da lontano il comportamento disperato del vicario sul soffitto della propria casa, proprio come Manzoni vide fare a Prina nei suoi ultimi momenti da vivo: «quel che facesse [si intende, il vicario arroccato nella propria casa] non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna c'è avvezza» (cito dall'edizione di Mursia del 1984, p. 157). La storia va a recuperare i corpi di Prina attraverso Manzoni, di Aldo Moro ed Ettore Majorana attraverso Sciascia, e va a cercarli non nella memoria, sempre sospetta di aver lasciato entrare il racconto dominante dalla finestra; va a cercarli nel linguaggio, punto d'incontro inevitabile delle cose e delle persone, sgabuzzino dove le cianfrusaglie attendono di tornare creature. Il romanzo storico trova quindi nella storia delle mentalità il meglio che gli studi storici hanno da offrire alla letteratura; possiamo quindi prendere per buone le parole di un altro professore di letteratura italiana a Bologna, scomparso di recente: «attraverso [Renzo e Lucia, due anonimi della storia] sradicati dai propri “monti” si compone a poco a poco, scardinando la vecchia struttura del romanzo come idillio, il ritratto potente di un'epoca fosca e vitale, ai confini del mondo moderno. La sua faccia segreta è l'intrigo tragico della Colonna Infame, l'inferno terreno degli untori e della tortura, l'orrore della violenza sulla carne inerme e innocente» (Ezio Raimondi, La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana, 1990, p. 39). La coscienza storiografica dell'autore di un romanzo storico consiste nell'essere consapevole che la parola che emerge dalla memoria porta con sé il vero e il falso, senza che uno possa prevalere sull'altro in modo ineccepibile: verità e finzione entrano in dialogo per arricchire la parola stessa, con una matrice di dubbio tenuta insieme con impazienza gnoseologica; così arricchita, la parola penetra nel silenzio attraverso l'immaginario e realizza l'invenzione del possibile.


Lasciamo concludere la prof. Benvenuti, certi che il ricordo del prof. Raimondi vive ancora: «la microfisica implica un'attività metariflessiva posta in essere dall'osservatore, consapevole di essere parte del processo conoscitivo, co-implicato con l'oggetto che la sua analisi ritaglia, artificiosamente, che tenta di isolare dalle molteplici relazioni nelle quali è immerso. Un processo, come si vede, prossimo a quelli della memoria. E come per la microfisica propriamente detta, anche nelle analisi del potere e nei processi della memoria esiste un limite invalicabile oltre il quale può spingersi unicamente

l'immaginazione» (volume recensito, p. 19).