LASCAUX

Georges Bataille

LASCAUX. La nascita dell’arte

Milano, Abscondita, 2014

pp. 142, € 19,00

ISBN 9788884164131

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Fra gli appassionati di storia della scienza, il nome “eoanthropus dawsoni” provocherebbe più di un sogghigno. “Certo!” – direbbero – “Una batosta che ogni disciplina deve subire per non sedersi sugli allori!”. Altri tempi, insomma, in cui si parlava di anelli mancanti e circolavano interpretazioni molto libere della teoria dell’evoluzione, tempi passati, posizioni superate, discussioni tagliate via dal presente dalle forbici del tempo che recidono volti e fanno la nebbia di sempre.

 

Eoanthropus dawsoni fu per qualche tempo la superficie luminosa dalla quale partiva la luce riflessa per farci prendere l’abbaglio, la pista falsa che avrebbe potuto confondere persino il più grande detective. Tutti infatti guardavano a eoanthropus dawsoni, detto anche homo piltdowniensis dagli inglesi più entusiasti, orgogliosi di aver trovato un antenato preistorico degli uomini moderni. Non è tutto: “l’uomo iniziò a uscire dall’animalità proprio in Inghilterra”, o almeno “in Inghilterra sono rimaste tracce fossili di questo fondamentale passaggio”, affermazioni queste due che erano rese lecite dalla scoperta del fossile: se uno osservava la “forma umana” della scatola cranica di e. dawsoni e la “forma scimmiesca” della mandibola. C’era, però, un grosso problema in questa interpretazione della storia della specie umana: homo piltdowniensis era una truffa e per peggiorare le cose, non avevano ancora inventato il CICAP nell’Inghilterra post-edoardiana.

 

Un falso storico non arriva mai nel momento giusto. Nel 1924, Raymond Dart scopriva  il cranio del “bambino di Taung”, che era un cucciolo di Australopithecus africanus: a suo favore, il bambino di Taung aveva il pregio di essere effettivamente esistito. L’attenzione che la scoperta di Dart meritava però fu stroncata dall’inizio, dall’egemonia di e. dawsoni sulla cultura epistemica allora dominante in paleoantropologia. Secondo gli studiosi che si fidavano dell’autenticità di e. dawsoni, la nostra scatola cranica aveva preso la sua forma odierna prima che lo facessero le nostre mascelle, per il semplice motivo che, nella loro idea di “storia dell’essere umano”, era naturale che il cervello si fosse sviluppato prima di aver imparato a fare “bene” qualsiasi cosa, e dopo il nostro corpo è andato adattandosi alle nostre primordiali “buone maniere”; la “scoperta” di e. dawsoni non faceva altro che “confermare” l’ipotesi più popolare nella comunità scientifica anglofona di allora. Il testo più scorrevole e più esaustivo che si possa proporre sull’argomento è Piltdown. An appraisal of the case against Sir Arthur Keith, un saggio di cinquanta pagine uscito nel 1992 su Current Anthropology #33. Qui, Phillip Tobias, legittimo erede teorico di Dart, tira le somme di tutta la faccenda, quasi quarant’anni dopo che tecniche di laboratorio più precise permisero di rilevare la truffa; dopo aver esposto esaustivamente le vicende, Tobias si mostra favorevole all’ipotesi che a concepire e portare avanti la bufala siano stati Artur Keith, antropologo membro della Royal Society, e Charles Dawson, archeologo senza credenziali; il loro stratagemma fu di comporre il “fossile” con una scatola cranica umana e una mascella di orangutan, adempiendo quello che Tobias chiama “materializzazione di una concetto particolare dell’evoluzione umana”. E. dawsoni fu l’anello mancante fra l’uomo e la scimmia, e lo fu persino quando ancora non era chiaro a tutti che questo anello mancante era di per sé una nozione molto inesatta, e così nella seconda metà del secolo scorso, l’uomo di Piltdown si dileguò, lasciandoci dietro soltanto una scienza più rigorosa e seria. Allora era diventato chiaro: un anello mancante non era né necessario né sufficiente per spiegare quel passaggio (anch’esso molto inesatto come nozione) dall’animalità alla piena umanità.

 

L’impasse non è finito; ci sarebbe da discutere sulla sezione più seria di Piltdown, intitolata “Keith, Piltdown e Taung”, in cui Tobias spiega molto pazientemente che la resistenza di Keith ad accettare la scoperta di Dart poggiava non solo sulla sua volontà di evitare che la frode venisse a galla, ma poggiava anche su una convinzione: quella che l’uomo anatomicamente moderno fosse europeo come il waltzer (o almeno mediterraneo come il cous cous), e che successivamente si sarebbe diffuso per il mondo, il che spiegherebbe le grandi divergenze che dividono le civiltà europee da quelle extra-europee. Come sarebbe mai che gli Australopitheci dell’Africa meridionale, con denti più umani, avessero un cervello più piccolo se in Europa girava già un ominide con un cervello più grande ma un morso ancora scimmiesco? Come vedete, si finisce presto in vicoli ciechi e giochi sporchi a voler portare avanti una discussione sull’uomo in base a temi molto seri, misurazioni cerebrali e pregiudizi geografici; ma visto che alla fine Deckard si deve a una discreta ma fedele audience di appassionati di storia della scienza e di fantastorie, con questa recensione vogliamo proporre un altro fossile per la collezione: l’uomo di Lascaux di Georges Bataille, che prende il suo posto d’onore nell’evoluzione della specie umana per via della sua invenzione, l’arte. Per richiamare subito la vostra attenzione, eccovi la più esplicita formulazione dell’ospite sublime che questa volta ci accompagna: «l’umanità deve aver avuto la sensazione di distruggere un ordine naturale introducendo l’azione ragionata del lavoro; agiva come se dovesse farsi perdonare l’attitudine calcolatrice che le conferiva un autentico potere. È questo il significato dell’assillo per i poteri magici, che si contrappone ai comportamenti direttamente comandati dall’interesse» (p. 115).

 

Ossia, Dawson e Keith avrebbero guastato un gioco, indirizzandone l’esito con l’inganno. Più o meno come lo avrebbe fatto qualche decennio dopo non un altro paleoantropologo ma uno scrittore, André Breton: nell’appendice al volume recensito, Bataille racconta dell’occasione in cui Breton andò a vedere la Grotta del Pech-Merle e fece come quei turisti che spesso vengono colti in flagranti cercando di toccare i dipinti e le statue nei musei (lo sport più praticato alle sale 10-14 della Galleria degli Uffizi); ci riuscì, insudiciando però il proprio pollice (per il rapporto dell’autore del Manifesto del Surrealismo con il patrimonio archeologico francese, rimandiamo a Mark Polizzotti, Revolution of the mind, 1995; pp. 580-4). Ora, come abbiamo visto con i crani dei nostri antenati e fanta-antenati, decidere questioni di autenticità e di rigore cronologico è cosa seria: si tratta di imprescindibili precisazioni formali che conferiscono ad ogni discorso sull’argomento proprio la sua “serietà”, con la “s” di “scientifico” (ma non con la “s” di scientismo). Bataille propone di guardare al Paleolitico Superiore con altri occhi e di non entrare nella grotta seguendo il percorso che oggi abbiamo costruito per goderci lo spettacolo, con tanto di illuminazione elettrica lungo il sentiero: «la luminosità elettrica è fredda, come senza vita; la fiamma dolce e vacillante delle candele è più vicina a quella delle lampade paleolitiche» (p. 63). La storica dell’arte statunitense Rosalind Krauss ci chiederebbe, per tenere fisse le distanze fra Bataille e Breton, di parlare di “primitivismo morbido” e “primitivismo duro” (cfr. il primo capitolo del suo L'originalità dell'avanguardia e altri miti modernisti, 2007); il primo alla ricerca di un’estetizzazione dell’arte preistorica attraverso la trasfigurazione e la perfezione della forma, il secondo alla ricerca della trasgressione della forma come unico gesto che veramente può render comprensibili queste prime ore di vita dell’uomo contemporaneo, quest’alba della civiltà dopo quella che Bataille, con un’espressione penetrante, definisce la lunga “notte animale” in cui assomigliavamo più agli “uman bestioni” della Scienza Nuova di Vico.

In cosa consiste il primitivismo duro di Bataille? «Le forme dell’arte hanno come unica origine la festa, e la festa, che è religiosa, si lega al dispiegamento di tutte le risorse dell’arte» (p. 51). La grande scoperta dell’uomo di Lascaux è la festa, nodo insolubile  di manifestazione artistica e manifestazione religiosa, che sta al nostro statuto di essere umani come l’andare in bicicletta sta a chi impara a farlo e non se lo scorda più. E se le forme dell’arte hanno origine nella festa, allora bisogna seguire il consiglio dello stesso autore, di adottare la terminologia coniata dallo storico olandese Johan Huizinga: «il nome di homo ludens non conviene soltanto a colui che con le sue opere donò alla verità umana la virtù e lo splendore dell’arte, ma esso designa con esattezza l’umanità intera. Inoltre, non è forse il solo nome che oppone a [homo] faber, designante un’attività subordinata, un elemento, il gioco, il cui senso non dipende da un altro fine che se stesso?» (p. 46). L’uomo di Lascaux (o chi per lui) si è scoperto un giocatore per la prima volta, e ha scoperto in altri giocatori i suoi simili; giocando, ebbe inizio ogni cosa che oggi si chiama cultura.

 

Nel primo capitolo di Homo Ludens (1938), Huizinga definisce così il gioco (traduciamo dall’edizione in inglese di Routledge del 1949, p. 13): «potremmo chiamarlo un’attività libera posta deliberatamente al di fuori della vita “ordinaria” poichè “non è seria”, ma che allo stesso tempo assorbe il partecipante intensamente e completamente. È un’attività che non è connessa a nessun interesse materiale, e nessun profitto può ricavarsi da essa. [Il gioco] procede entro i propri confini di tempo e spazio, secondo delle regole e in maniera ordinata. [Il gioco] stimola la formazione di gruppi sociali che tendono a circondarsi di pratiche segrete e a sottolineare il loro stare fuori dal mondo ordinario con costumi ed altri mezzi». Si partecipa volontariamente, si pretende di essere persone che di norma non si è, si prendono le distanze dagli orari quotidiani e dai posti comunemente frequentati, si osserva un certo senso dell’etichetta, la si fa come se non ci fosse un domani: questa è una festa a tutti gli effetti, una festa alla quale homo faber non è invitato, una festa nella quale egli semmai sarebbe un guastafeste. Homo faber non gioca poichè non sa come si fa, è ancora animale, sottomesso all’interdetto. «Gli interdetti mantengono – se è possibile e nella misura in cui è possibile – il mondo organizzato del lavoro al riparo dai turbamenti incessantemente introdotti dalla morte e dalla sessualità, ossia dall’animalità persistente in noi, prodotto dalla vita e dalla natura, che sono come un fango da cui usciamo» (pp. 46-7). La scoperta della festa è vincolata alla scoperta della trasgressione: l’animale resta indifferente all’interdetto, gli sfugge, ma l’uomo trasgredisce, attraverso la magia, i ritmi naturali della riproduzione e della morte. Il lavoro di homo faber è l’esigenza di un mondo da abitare, ma la festa che mette su homo ludens è l’esigenza di un mondo più magico, l’esigenza di sostituire al tempo degli interdetti, che garantiscono la sopravvivenza, l’istante sacro che garantisce la vita libera.

 

Il gioco dell’arte è cominciato con il gesto trasgressivo di imbrattare un muro e, con il gesto egualmente trasgressivo di Breton di passare il dito sul dipinto, il gioco si guasta; come l’uomo di Lascaux finiva sporco di pigmenti minerali dopo la sua attività creativa, così Breton restava col pollice lercio. L’arte è tutt’oggi il migliore modo di accertarsi del gioco e della serietà delle cose, l’arte è quindi sin dalle sue origini un indicatore di cultura. In ogni caso, molto meglio dei cranei e dei denti (e molto meglio ancora non confondere pregiudizi odierni con la spontaneità con cui il gioco è arrivato al suo stato attuale). Banale? Ironicamente, no, non è banale, è serio: non si è più sofisticati perchè si va al museo e ci si comporta in modo corretto, al contrario, si è primitivi proprio perchè si va al museo. La prossima volta che vi capita di trovarvi ad un museo e qualcuno vi esige serietà e decoro, seguite il nostro consiglio in modo tale da indurire il primitivismo morbido dello spettatore esteticizzante: tenendo in mente “Joker” interpretato da Heath Ledger (Il cavaliere oscuro, 2008), mettetevi davanti a loro finchè non gli respirate in faccia, e chiedetegli “perchè sei così serio?”.