CANTALAMAPPA

Wu Ming

CANTALAMAPPA. Atlante bizzarro di luoghi e storie curiose

Milano, Mondadori Electrakids, 2015

pp. 125, 14,90€

ISBN 9788891800282


di Sara Gozza

 

Ci sono tanti tipi di storie, storie belle, storie a lieto fine, noiose, divertenti, paurose oppure avventurose. Dove cavalieri sfidano draghi portando in salvo principesse in difficoltà o nelle quali gli animali parlano e compiono straordinarie imprese. Ogni storia è poi ambientata in un luogo magnifico, su un’isola deserta, in castelli magici, in città lontane o in mezzo a chissà quale foresta. Ci sono poi storie e luoghi che non nascono dalla fantasia degli autori ma che sono altrettanto entusiasmanti e incredibili: sono le storie reali. Quegli eventi che sembrano usciti dalla testa di un bizzarro scrittore ma che in realtà sono successe veramente; e chi meglio di due vecchietti giramondo possono raccontarle? Se sono Guido e Adele Cantalamappa proprio nessun’altro. Questi due, infatti, non sono solo turisti un po’ hippie ma veri e propri viaggiatori che ai resort e ai villaggi turistici preferiscono i viaggi di scoperta, a contatto con la gente e le loro storie. Per questo sono tanti i ricordi che portano con sé e tutti conservati in un grande quanto interessante librone dei viaggi. Sarà dallo sfogliare curioso del narratore/bibliotecario che prenderanno vita quindici stupefacenti storie.  

Non è un libro scontato perché parla di utopia, di rispetto, di ricerca di un mondo nuovo, e chi lo legge potrebbe addirittura prendere il morbino che, come spiega Guido, è «una specie di febbre che dà una gran voglia di combattere le prepotenze. Per me è una malattia fantastica, e sarebbe bello se l’avessimo tutti» (p. 30). Ne erano fortunatamente affetti i protagonisti della seconda storia raccontata dai Cantalamappa, Dolcino e Margherita, vissuti vicino a Vercelli tra la fine del tredicesimo e l’inizio del quattordicesimo secolo. Considerati i nostrani Robin Hood e Lady Marion, rubavano ai ricchi per dare ai poveri e organizzarono una vera comunità in cui vi era cibo per tutti, perché «come si fa ad essere liberi se non si è liberi dalla fame?». Di loro però la storia ufficiale non parla perché ostacolarono così tanto i potenti che quest’ultimi decisero di farli affondare nell’oblio, ed avendo in mano tutti i mezzi per farlo, ci riuscirono. È difficile però manipolare del tutto la storia, perché più cerchi di nasconderla e più ci sarà qualcuno che la vorrà svelare ed è per questo che l’intero capitolo è dedicato a Tavo Burat (1932-2009), l’amico dei Cantalamappa, che ha dedicato la sua vita a ricostruire la vita di Dolcino. La volontà di Wu Ming è dunque quella di farci “ammalare” leggendo, della stessa voglia di cambiamento, della stessa voglia di agire. E’ sicuramente un libro per bambini quindi questo filo nascosto ai piccoli non interessa, ma la letteratura può agire in molti modi, dunque è lecito sperare che questo non-detto si sedimenti e dia dei frutti. Sarà questo il vero lieto fine della vicenda.

 

La maggior parte delle storie per bambini nascono con l’obbiettivo principale di offrire con un linguaggio semplice un insegnamento. Per questo i racconti antichi sono spesso, ai nostri occhi, macabri e paurosi, proprio perché dovevano mettere in guardia i bambini dai pericoli del mondo. Oggi si tende però ad addolcire il finale con una bella spolverata di zucchero e miele, in modo che i bambini siano contenti, abbiano una visione un po’ illusa del mondo e i grandi non debbano confrontarsi con le domande che potrebbero sorgere ai più piccoli nel caso in cui il finale non fosse come ci aspetteremmo. I Cantalamappa però ci mettono in guardia sul fatto che non solo le storie belle devono essere ricordate. Non ha alcun senso nascondere ai bambini quello che la stupidità e l’egoismo hanno provocato e Wu Ming si riferisce proprio a fatti che i grandi ricordano come il disastro della diga del Vajont, il ventennio del «Mascellone» Mussolini o la divisione della ex Jugoslavia, chiamata ex Rastovja. Tutti causati da uomini che al benessere sociale hanno anteposto il proprio. E’ importante che vi sia memoria del fatto che a causa di una mera motivazione economica l’imprenditore dal grottesco nome Vittorio Giuseppe Sade Cinevolpe de Smisuratis, fece costruire una diga su un monte chiamato Toc e Patoc (che in dialetto veneto significa roccia marcia) portando alla inondazione e completa distruzione di interi paesi, così come il colonialismo creò danni enormi alle popolazioni africane. Ma anche qui la morale è chiara: in Italia, come nel resto del mondo, i prepotenti non possono passarla sempre liscia, bisogna impegnarsi affinché queste brutte storie non accadano più. Perché come diceva la giornalista Tina Merlin (1926-1991) «la verità fa più paura della frana di una montagna» (p. 86)

 

Le storie dei Cantalmappa però non sono tutte tristi, ce ne sono tante divertenti e avventurose. In tutte però, oltre ad esserci delle illustrazioni molto espressive e colorate, vi è un insegnamento mai banale: il rispetto del nostro pianeta e degli altri nonostante le difficoltà del vivere in comunità. Come quando, alla ricerca del centro del mondo, Guido e Adele scoprono che ogni essere vivente in realtà ha il suo centro del mondo che deve essere rispettato. La pena per questa inadempienza sarà che non riusciremo più a vivere sul nostro pianeta come è successo sull’Isola di Pasqua dove per la smania di costruire moai (tipiche costruzioni in pietra fatte a forma di testa), si sono sacrificate intere foreste inducendo gli abitanti a lasciare l’isola. «Andare a visitare l’Isola di Pasqua - dice Adele - è come guardare in uno specchio magico. Uno specchio che può farti vedere il passato, il presente, oppure il futuro del nostro pianeta. Dipende da come chi lo abiterà deciderà di comportarsi.» (p. 103). Persino il terribile Verme Mongolo della Morte non è un pericolo se non lo impaurisci perché «i mostri, le belve, gli animali feroci se li tratti con rispetto, ti mantieni alla giusta distanza […] non fanno male a nessuno, perché amano starsene tranquilli, come tutti noi» (pp. 25-26). Oppure quando sull’Isola del Tesoro (proprio quella di Stevenson) riconoscono che il vero tesoro non è in monete d’oro e d’argento ma è proprio l’isola stessa, con la sua acqua cristallina, i suoi abitanti e il loro bizzarro mezzo di scambio: il tempo.  

 

Il libro come detto prima è complesso, è per bambini rivoluzionari, come lo definisce Wu Ming. Va detto però che il racconto non appare come un indottrinamento ideologico alla lotta contro l’ordine costituito, ma si pone come portavoce di quegli ideali ai quali le società, reali e non, devono tendere, come la lotta al razzismo, alla guerra, ai conflitti etnici e all’ingiustizia sociale.