LA CURA DELLA MENTE

Karl Jaspers

LA CURA DELLA MENTE. Filosofia della psicopatologia

Roma, Castelvecchi, 2014

pp. 60, € 7,50

ISBN 9788868262150


di Paulo Fernando Lévano


«Per Jaspers, la psicoterapia è il tentativo di aiutare l’infermo per mezzo della comunicazione psichica, affinché questo possa esplorare in profondità il proprio mondo interiore. Questo processo permette al paziente di riottenere qualche grado di libertà, non in senso strumentale ma nella misura in cui gli si provvede con una prospettiva. Di conseguenza, lo psicoterapeuta ha le caratteristiche di un filosofo, e una buona psicoterapia è quella che appare come un processo di chiarificazione che risulti nell’individuo che diventa sé stesso. D’accordo con Jaspers, la migliore psicoterapia diventa sempre una comunicazione esistenziale fra compagni che condividono un destino» (Sabine Herpertz, Psychopathology and psychotherapy in Jaspers’ work and today’s perspectives on psychotherapy in psychiatry, 2014; p. 179).

Il saggio da cui viene questa citazione fa parte di una recente collettanea dedicata al filosofo tedesco di nascita e svizzero per disincanto, curata da Thomas Fuchs, Thiemo Breyer e Christoph Mundt per i tipi di Springer, col motivo dei cent’anni di pubblicazione della Psicopatologia generale, un vero e proprio punto di partenza per qualsiasi discussione che voglia affrontare il tema della salute mentale e di una medicina clinica che se ne occupi. Nello stesso spirito commemorativo esce La cura della mente, con una validissima introduzione di Giovanni Stanghellini, ordinario di Psicologia Dinamica all’Università di Chieti, che non manca di sottolineare la preoccupazione metodologica di Jaspers nel fondare la psicopatologia come scienza.

 

Il prof. Stanghellini invita a prestare la massima attenzione alla distinzione che Jaspers stabilisce fra comprensione statica e comprensione genetica, distinzione che va colta nei termini di presentificazione in cui il terapeuta deve comprendere le affezioni del malato: «la fenomenologia non ha l’ideale degli ideali ultimi. Proprio all’opposto, essa non vuole limitare l’infinità dei fenomeni mentali, ma, per quanto è possibile – e si tratta ovviamente di un compito infinito – renderli comprensibili, evidenti e riconoscibili nei dettagli. (…) La fenomenologia ha a che fare solo con ciò che viene realmente vissuto, solo con ciò che è intuitivo, non con una qualunque cosa che possa essere pensata alla base della dimensione mentale, che cioè sia il frutto di una costruzione teoretica» (volume recensito, pp. 43 – 44). Ci vuole la fenomenologia perché l’unico modo di capire il malato è immedesimarsi in lui e avere un’esperienza empatica di come egli viva il tempo e tutto ciò che lungo il tempo diventa presente nel suo mondo interiore: da ciò risulta che il caso singolo sia molto più importante che qualsiasi tentativo di costruire una teoria generale delle malattie mentali. Se lo scopo che si persegue è quello di delineare un metodo scientifico per la cura della mente, tale metodo però deve svincolarsi da qualsiasi compromesso con caratterizzazioni oggettive di ciò su cui si indaga. Non a caso, nell’introduzione al compendio di Filosofia della medicina (Carocci, 2010), Alessandro Pagnini scrive: «la conoscenza dei sintomi soggettivi è una conoscenza fenomenologica e empatica, e la comprensione in gioco è la comprensione del soggetto come persona che nella contingenza “prova” qualcosa che solo lui o chi ha del suo stato una visione

intuitiva “dal di dentro” può conoscere».

 

La psicopatologia infatti sembrava seguire la propria strada in confronto ai grandi passi che avevano fatto poco prima Koch, Lister e Pasteur in batteriologia e antisepsi; sembrava essere totalmente aliena al consolidarsi di un certo tipo di causalità applicata alla medicina (così come ne parla Kay Codell Carter nel suo bellissimo The rise of causal concepts of disease, 2003). Cosa si ammala quando diciamo che la mente è malata? Posso riconoscere lo scorbuto e mangiare arance, posso capire quando sto perdendo troppo sangue e cercare garze sterili, ma come posso dichiarare in modo oggettivo che c’è malattia mentale? Peggio ancora, come può dichiarare lo psicoterapeuta in modo oggettivo che davanti a lui c’è un caso di malattia mentale? «L’anormalità psichica, che riguarda le patologie del carattere oppure i disturbi mentali in generale, non può essere constatata in modo obiettivo e incontrovertibile. Non esistono criteri universali per stabilire, sub specie aeternitatis, se una persona è psichicamente anormale. Diventa indispensabile valutare, e la valutazione è un atto storicamente condizionato da molteplici variabili» (Alfredo Civita, Il concetto di malattia mentale, cap. 12 della già menzionata Filosofia della medicina a cura di Pagnini).

 

Jaspers il fenomenologo, nei primi decenni del secolo scorso, ammoniva non solo sull’impossibilità ma anche sulla poca utilità di un approccio che partisse da una teoria generale della malattia mentale per arrivare all’intervento adeguato sul singolo paziente. Mezzo secolo dopo, più o meno, il monito sembrava ormai disilluso nelle posizioni dello psichiatra americano Thomas Szasz. «Szasz ha dichiarato che la malattia mentale è un mito, giacché le malattie genuine sono, nella medicina corrente, identificabili dalle scienze oggettive, mentre i confini della psicopatologia sono dati da giudizi di valore. Quindi, la psichiatria sarebbe una disciplina medica illegittima – una sorta di oppressione medica dei membri problematici di una società» (Christopher Boorse, Concepts of health and disease, cap. 1 di Fred Gifford, Philosophy of medicine, 2011). Abbassare la guardia in termini di valutazione significa perdere terreno nei confronti del condizionamento storico di una società, pronta ad adoperare i propri tecnici nel lavoro di repressione delle sue voci dissonanti. Non a caso, un testo di Szasz venne incluso da Franco Basaglia e Franca Basaglia Ongaro nella loro raccolta Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione (Einaudi, 1975). Partendo da una caratterizzazione “forte” (oggettiva e misurabile) della malattia fisica, Szasz nega qualsiasi valore di verità al concetto di “malattia mentale”, affermando invece che si parla di malattia solo in senso metaforico: «il rapporto tra malattia del corpo e malattia mentale è simile a quello tra un televisore che non funziona e un brutto programma televisivo. Naturalmente, la parola malato è spesso usata in senso metaforico (…). Ma soltanto quando diciamo che una mente è “ammalata” cadiamo sistematicamente nell’errore, confondiamo strategicamente la metafora con i fatti, e chiamiamo il medico perché “curi” la “malattia”. È come se uno spettatore della televisione chiamasse il tecnico delle riparazioni perché non gli piace il programma trasmesso» (Crimini di pace, p. 438).

 

Giustamente, non è da dimenticare che il periodo di attività di Szasz è quello in cui la psichiatria è coinvolta in vicende come quelle raffigurate in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman (1975) o in Shutter Island di Martin Scorsese (2010). Si tratta di tempi molto diversi da quelli che toccarono a Jaspers? In fondo no, ma in mezzo secolo ce n’è stato di tempo per versioni “oggettive” della psicopatologia e metodi “effettivi” di psicoterapia. Posizioni così dure come quelle di Szasz riguardo allo statuto ontologico della malattia mentale sembrano più reazioni riguardo a un dibattito che all’epoca di Jaspers era solo all’inizio, quando ancora dovevano venire stabilite le posizioni. In questo senso concludiamo con un’ultima citazione, tratta dal libro in cui Jaspers valuta l’importanza di un suo vecchio compagno di armi nella “disputa sui metodi” che segnò il volgere del XIX secolo nel XX secolo: «bisogna vedere le possibilità per afferrare il reale. Nel presente il disegno del possibile è lo spazio nel quale io acquisto la certezza di ciò che decido; senza possibilità non ho alcuna libertà; senza vedere il possibile agisco ciecamente; soltanto conoscendo il possibile so che cosa faccio realmente» (Max Weber. Il politico, lo scienziato, il filosofo, Riuniti, 1998; p. 63). Cent’anni fa, Jaspers osservava la centralità della comunicazione esistenziale fra medico e paziente; cinquant’anni fa, Szasz protestava per gli effetti dell’aver perso di vista tale centralità.


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