DELLA TARANTOLA

Concetta Pennuto (a cura di)

DELLA TARANTOLA. Lo studio di un medico nel Salento del XVII secolo

Roma, Carocci, 2015

pp. 190, € 19,00

ISBN 9788843073443

 

di Paulo Fernando Lévano

 

(*)

 

Arriva per i lettori la ristampa del De anatome, morsu et effectibus tarantulae, il trattato composto nell’ultimo decennio del Seicento dal medico Giorgio Baglivi, croata di nascita ma salentino di adozione. Della tarantola arriva nelle mani degli interessati di storia della medicina già accompagnato da ottime introduzioni e note, utilissime anche per chi non abbia tanta dimestichezza con la disciplina; recensire una ristampa così ben curata ci lascia nella posizione di dover rendere infinito lo stesso lavoro di ristampa, procedendo per estensione, portandovi le citazioni che mancano per avere una panoramica adeguata su questo periodo storico della pratica medica. Questo è anche il nostro lavoro e il nostro compromesso. 

Oltre ad essere il nome di una piazza a Lecce, situata nei pressi di Porta Napoli, si può trovare una voce dedicata a lui nel Dizionario biografico degli italiani (Treccani, 1963); in essa leggiamo:

 

«il Baglivi fu un ottimo medico pratico, poiché, tenendo distinta la pratica dalla teoria, condannò l'astratto filosofeggiare e le vuote speculazioni dei medici del suo tempo e conferì nuovo e grande valore al vecchio empirismo ippocratico, basato sull'esperienza e sul ragionamento. Fu un convinto assertore dell'importanza della esperienza clinica, dell'esame clinico generale dei malati, degli esami autoptici attentamente eseguiti, delle ricerche di fisiologia condotte sugli animali; fedele a tali sue convinzioni, egli fu uomo di vasta cultura, finissimo semeiologo, valente anatomico attento studioso degli organismi viventi».

foto di Paulo Fernando Lèvano
foto di Paulo Fernando Lèvano

Già in questo generoso brano troviamo delle ottime indicazioni per contestualizzare l’autore, ma cerchiamo di restare sul lavoro della Pennuto. A p. 35 essa ci informa che la sua ricerca su Baglivi ebbe inizio sotto la guida di Bernardino Fantini a Ginevra, traducendo i primi capitoli del De anatome; riportiamo un brano dello stesso Fantini, una vera e propria autorità in storia della medicina:

 

«lo statuto epistemologico della medicina razionale è caratterizzato dal dualismo di fondo fra sapere e pratica. (...) Il sapere medico, proprio in quanto luogo di sintesi fra conoscenza e pratica, opera al tempo stesso distinzioni ed unificazioni, elabora eziologie e previsioni, ed esclude il caso, la fortuna, regno dell’indistinto e dell’imprevedibile. (...) Il sapere medico clinico (cioè “al letto del malato”, dal greco kliné, letto) non può limitarsi all’atto descrittivo o prescrittivo, ma propone un’interpretazione, una ricerca delle cause, delle azioni e delle reazioni, a livello individuale e collettivo» (La causalità in medicina. Un'analisi storica; in G. Federspil e P. Giarretta, Forme della razionalità medica, 2004).

 

Dare insomma la giusta importanza alla pratica, che deve sempre accompagnare il sapere del medico che intende curare un paziente. Andrea Carlino, nell’introduzione a questa ristampa del De anatome, riporta un brano bagliviano, dalla Prefazione al De praxi medica (1696), opera in cui Baglivi diede a conoscere per la prima volta questo studio sul tarantismo. Nel brano a p. 18, il medico salentino di proprio pugno ci spiega le proprie considerazioni intorno alla coppia teoria/pratica:

 

«ogni morbo ha una natura non fittizia, ma certa e propria: parimente certi e proprii principii, incrementi, stati e declinazioni. E siccome tutte queste cose si compiono senza alcun soccorso della mente o indipendentemente da essa, così nell’esplorare la natura a niun uso ci servirà la sottile e arcana ragione del disputare, ma la ripetuta e diligente osservazione di quello che accade in ogni malato come pure la solerzia della mente conforme e seguace del metodo della natura»

 

La parola chiave qui è osservazione. All’astratto filosofeggiare e alle vuote speculazioni, derivanti da un inauspicabile predominio delle considerazioni teoriche su quelle pratiche, Baglivi oppone il valore dell’esperienza ragionata, di osservare cioè la malattia nel malato per poi sapere cosa fare. Baglivi prende come esempio a seguire l’opera di un tale Thomas Sydenham; di Sydenham e di “una sorta di ritorno a Ippocrate” lasciamoci dire qualche cosa dallo storico della medicina, croata di nascita ma francese di adozione, Mirko Grmek:

 

«conscio della vanità degli sforzi tendenti a dedurre la natura delle malattie a partire dai principi generali e a ridurre l’essenza delle malattie ai processi chimici, fisici o spirituali, Sydenham parte da una constatazione evidente aglio occhi di un medico curante: la malattia si presenta sotto forma di insiemi di sintomi. Fin dai tempi di Ippocrate, l’esperienza mostra che i sintomi non sono associati in modo arbitrario. Dietro il caos apparente si nascondono le regolarità; dietro l’immensa varietà delle manifestazioni morbose si delineano in filigrana dei quadri clinici tipici. (...) La specificità della malattia riguarda sia la “forma”, l’aspetto in un dato momento, che tutta la sua evoluzione in un individuo (historia naturalis). È possibile constatare delle similitudini fra entità cliniche così definite, il che permette di suddividerli in generi. La diagnosi non è un procedimento arbitrario, ma rivela qualcosa di “essenziale”» (Il concetto di malattia; in Id; Storia del pensiero medico occidentale 2. Dal Rinascimento all’inizio dell’ottocento, 1996)

 

Anche se Sydenham è un precedente importante, non bisogna dimenticare che il ritorno a Ippocrate è anche parte di una reazione più ampia al galenismo imperante all’epoca. Non è sfuggita a Grmek l’importanza dei progressi della clinica in questa reazione, ma non manca di menzionare pure l’importanza dei progressi dell’autopsia, praticata nell’Italia settentrionale «con inedita libertà di spirito» (ibid.). Il nuovo interesse verso l’anatomia portò con sé nuovi modi di concepire la fisiologia, la malattia e la cura. Sono gli anni in cui si sviluppa, ispirata alla lezione di Galileo, la concezione del corpo come meccanismo e lo sviluppo della iatromeccanica o medicina meccanica, tradizione entro la quale si colloca, ad esempio, il De motu cordis et sanguinis in animalibus (1628) di William Harvey o il De motu animalium (1680-81) di Giovanni Alfonso Borelli. All’importanza della nuova fisiologia viene ad aggiungersi l’emergere dell’anatomia microscopica; in questo ultimo aspetto, un altro rispettabile storico della medicina, Giorgio Cosmacini, arricchisce questa carrellata di personaggi illustri della medicina occidentale con il nome di un tale Marcello Malpighi, amico di Baglivi:

 

«fondatore dell’anatomia microscopica, Malpighi descriveva la fine struttura degli alveoli polmonari nell’opera De pulmonibus (Bologna, 1661) e la rete mirabile dei glomeruli renali e dei capillari sanguigni in genere nell’opera De viscerum structura (Bologna, 1664); osservava inoltre, nel sangue rappreso in coaguli dentro il cuore a formarvi una sorta di polipo la presenza di “atomi rossi”, i globuli, avvaloranti l’idea della struttura corpuscolare della materia vivente» (L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi, cap. V, par. 3).

 

Le storie cliniche nell’opera di Baglivi, l’aspetto pratico della sua medicina, di per sé non bastano a trovare le regolarità dietro i sintomi; bisogna fornire un’interpretazione coerente di quanto osservato, alla luce di un aspetto teorico dell’arte medica. Quest’interpretazione è data dalla teoria fibrillare, dall’assunzione che gli elementi costitutivi (non ulteriormente divisibili) dei corpi dei viventi sono le fibre motrici, sensibili, estensibili, resistenti, elastiche, insomma irritabili. Sull’esistenza di queste fibre poggiano tutte le applicazioni del calcolo e della meccanica al funzionamento del corpo umano. Riguardo al veleno della tarantola e al rimedio del ballo della pizzica per smaltirlo dal corpo, Gino Leonardo Di Mitri nella Postfazione a questa ristampa scrive:

 

«per un medico iatromeccanicista il celere moto che gli strumenti musicali emettono nella stessa atmosfera, nell’esecuzione delle trascinanti tarantelle [sic.], si riverbera sul corpo sciogliendo i grumi sanguigni impregnati di veleno e sprigionando dagli umori tutti quei fattori aggreganti che di volta in volta provocano lo stupor, la smania, la sinistra hilaritas e la cupa autocommiserazione degli afflitti. (...) Ma se il modello meccanicista riconduce tutto, anche l’effetto dei suoni, all’unità fisica elementare costituita dalla fibra e dal suo arcano nevrile e convulsivo, parallelamente si afferma un’immagine dell’organismo che è (...) sempre più un imperscrutabile sistema di funzioni spirituali» (p. 177).

 

Fibre e funzioni spirituali in un solo trattato. Il De anatome è una vera e propria etnografia a cavallo fra la visione rinascimentale dello spirito come nodo della relazione mente-corpo e la concezione del corpo fatto di fibre come un organo fatto di corde vibranti. Se nel rinascimento medicina e musica possono essere accomunate dal loro agire sullo spirito mediante proporzioni e temperamenti giusti, tanto di erbe e frutti come di melodie e accordature, dopo la svolta iatromeccanica e iatrochimica non c’è più verso di richiamarsi alla nozione di anima. Come riferisce il filosofo della musica Paolo Gozza:

 

«la metafora organologico-antropologica pone precisamente il problema dell’unità e della scissione dell’uomo, della coesione e della radicale frammentazione delle sue parti costitutive. Se non c’è più l’anima a confliggere col corpo, ci sono organi in lizza e le loro diverse funzioni e ideologie: da una parte il diaframma, la sensibilità, l’istinto, la follia, il sogno, il delirio, dall’altra il cervello, l’intendimento e la distaccata saggezza» (Musica e medicina nella filosofia e nella scienza; in Bullettino delle scienze mediche, Anno 182, fasc. 1, 2010).

 

Del resto, lo stesso Baglivi suggerisce, oltre all’effettivo agire del ritmo della pizzica sulle fibre del corpo, un elemento edonistico nella musica, una concezione del rapimento emozionale che oggi forse definiremmo effetto placebo. Un fattore che la sua sensibilità di osservatore non gli permette di lasciar sfuggire, nel suo scopo ippocratico di descrivere le regolarità che si verificano in uno stesso ambiente, fra corpi che lo abitano e malattia che affliggono questi ultimi. Di fronte alle novità del nuovo mondo, comunicate e commentate in scritti altamente diffusi, il medico salentino del XVII secolo accusa già l’oblio della propria terra di adozione e la necessità di una medicina indigena che si rivolga alla vita degli abitanti di questa regione «bruciata dai raggi infuocati del sole» e rinfrescata dal favonio, di questi salentini «di temperamento adusto, con i capelli neri, la pelle di color tendente al bruno e talora al pallido, magri, impazienti, iracondi, insonni, dotati di grande acutezza d’ingegno, rapidi nel parlare, prontissimi all’azione, soggetti in particolare a febbri altissime, al delirio frenetico, alla pleurite, alla follia e ad altre malattie infiammatorie» (p. 54-55).

 

Che aspettate? La fine delle vacanze estive non è nessun ostacolo per intraprendere un viaggio con i libri. Prendete una copia di Rosso taranta di Angelo Morino (2006) e ripercorrete con lui il viaggio che egli, a sua volta, fece ripercorrendo il viaggio più celebre di Ernesto De Martino (di cui parleremo in un’altra occasione), alla ricerca di un ambiente a metà fra la dimenticanza del moderno e il rimorso della tradizione. Piazza Giorgio Baglivi è soltanto l’inizio.

 

*A Ernest Diotallevi e al Primitivo di Manduria, che sono pressappoco la stessa cosa.