DESDE ALLÁ

di Gregorio Zanacchi Nuti


Nella sala stampa regna il silenzio. Gli occhi di tutti i presenti, a occhio e croce un centinaio, sono fissi sui due monitor che trasmettono la premiazione della 72esima edizione del Festival. Ormai siamo arrivati alle due menzioni finali, il Leone d’Argento per la miglior regia e l’ambito Leone d’Oro, e il pubblico è a fiato sospeso. La prima nomina, El Clan di Pablo Trapero, sortisce un po’ di brusio e qualche applauso: una buona pellicola, solida e capace di farsi apprezzare anche dai meno cinefili, non è strano che abbia conquistato la critica come il pubblico in sala. Quando Alfonso Cuaròn, presidente della giuria, si appresta a fare il nome del vincitore, tutti si girano in testa il proprio favorito: Sokurov, Gitai, per altri Zhao Liang con Behemot. Qualcuno prega a denti stretti “Non Bellocchio!”. Poi l’annuncio arriva, e lascia la sala di stucco. Desde Allà

foto di Gregorio Zanacchi Nuti
foto di Gregorio Zanacchi Nuti

 La nomina coglie la maggior parte dei presenti alla sprovvista, consegnando la vittoria alla prima pellicola di Lorenzo Vigas, regista sconosciuto con all’attivo un solo cortometraggio. Senza grandi attori o sinossi ruffiane, il film era passato quasi completamente inosservato, ricevendo soltanto qualche critica, adire il vero non proprio entusiasta. Non si sentono neanche i soliti borbottii degli scontenti: la sala resta silenziosa, un calendoscopio di facce perplesse. Desiderosi di capire il perché di questa scelta, ci siamo subito precipitati in sala Darsena, ad assistere al freschissimo Leone d’Oro.


Desde Allà è un film particolare, storia del rapporto tra Armando, un voyeur omosessuale, e il suo amado Elder. Il ragazzo, dapprima disgustato dall’uomo, finisce per cedere alla sua silenziosa gentilezza ed innamorarsi di lui, al punto da compiere al suo posto un omicidio. L’atmosfera di incomunicabilità che permea la narrazione, con l’inseguirsi di Armando e Elder in slanci mai reciproci, è esaltata dall’asciuttezza dei dialoghi e l’assenza quasi completa di un commento musicale, esaltando l'aspetto realistico della vicenda. L’opera ci interroga sulla difficoltà delle relazioni, sul clima sociale del Venezuela, paese schiacciato da un’inflazione altissima, e sulla condizione degli omosessuali venezuelani, ancora lontani dall’essere accettati. Le luci si riaccendono e il pubblico appare confuso come qualche ora prima: si alternano timidi applausi, qualche fischiatore convinto, e persino un furbone che grida improperi dalle ultime file.


Il festival si chiude così a sorpresa, con la vittoria di una pellicola gradevole ma a tratti ostica, certo non destinata a rimanere negli annali della storia del cinema.