A BIGGER SPLASH

Due uomini, due donne e una piscina: questi gli ingredienti principali di A Bigger Splash di Matteo Guadagnino, in concorso alla 72esima edizione del Festival. In due ore, il regista ci fa assistere al complesso intreccio di relazioni tra Marianne, rockstar a riposo dopo un intervento alle corde vocali, il suo compagno Paul, l'ex fidanzato Harry e Penelope, sua figlia. In un tumulto di sentimenti contrastanti, accompagnati dal cibo e le sagre di Pantelleria, la tensione del quartetto crescerà fino a sfogarsi in conseguenze irreparabili.

 

La narrazione mi cattura, seguo la vicenda con piacere e immagino già le facce contente del pubblico a fine pellicola. Quando le luci si riaccendono, io applaudo soddisfatto mentre la sala si riempie di fischi. A Bigger Splash è un buco nell'acqua?

Io, Gregorio, che in realtà non sono nel cast.
Io, Gregorio, che in realtà non sono nel cast.

Non per il sottoscritto: la regia è versatile, capace di adattarsi al tono delle varie scene e colorirle con successo, gli scambi tra i personaggi riusciti e la colonna sonora estremamente varia, dagli Stones dei momenti più scatenati sino al Falstaff di Verdi.  Autentico fiore all'occhiello è poi la rosa di attori, protagonista di performance gustosissime: Dakotha Johnson, reduce da Cinquanta Sfumature di Grigio, è una perfetta Lolita capricciosa in cerca di attenzioni, il nostro Guzzanti si cala nei panni di un macchiettistico ispettore di polizia e Tilda Swinton incarna alla perfezione Bowie al femminile. Brilla indiscutibilmente su tutti un Ralph Fiennes in grande spolvero, che riesce a calarsi alla perfezione nella parte dell'odioso viveur sessantottino Harry, con un passato da produttore discografico e la libido di un mandrillo. 

 

Scelta criticata da molti è la virata dell'ultima mezz'ora su toni da giallo, accompagnata da un'attenzione improvvisa  alla situazione  dei migranti. Presenti in tutta la narrazione come un basso continuo diffuso dalle televisioni, salgono in primo piano durante la sequenza ambientata al commissariato, dove sono definiti il principale problema dell'isola e il capro espiatorio ideale. L'immagine dell'Italia restituita dalla pellicola va a costituire l'altra faccia del Bel Paese da Oscar di Sorrentino: se da una parte abbiamo la borghesia annoiata e lo sfarzo, qui si torna alla pizza e al mandolino. Gli italiani di A Bigger Splash cucinano bene, non riescono a comunicare in inglese e sono dei simpatici incapaci, come Guzzanti che, all'arresto di un omicida, preferisce l'autografo della cantante preferita. 

 

Guadagnino firma un'opera capace di dividere come poche altre in concorso, spaccando il pubblico in due. Da vedere.