PECORE IN ERBA

di Gregorio Zanacchi Nuti


[ATTENZIONE: PERICOLO SPOILER!]


Ieri non sono riuscito a vedere Francofonia di Sokurov, i biglietti per la proiezione in sala grande erano esauriti e ha piovuto tantissimo, così ho pensato di tirarmi su il morale andando a vedere un film che doveva far ridere, Pecore in Erba di Alberto Caviglia. Come l'atmosfera della giornata suggeriva, le mie aspettative non sono state  soddisfatte.


La pellicola ci racconta, attraverso un falso reportage da Tg, la vita di Carlo Zuliani, antisemita dalla nascita che fa un sacco di cose: disegna fumetti dove un compagno di classe ebreo viene ucciso brutalmente, vende kit con una bandiera di Israele da bruciare, apre una catena di fast food a prova di giudeo, con piatti a base di solo maiale, e fonda una catena di vestiti con simpatici slogan antisemiti da terza media. E il mondo lo adora. Poi muore, vittima del nonno partigiano (rivelazione finale, ora avete un motivo in meno per guardarlo), lasciando le folle in lutto.


Al di là del chiedersi se una storia simile sia realmente utile per sensibilizzare gli spettatori su un tema delicato come quello dell'antisemitismo, ciò che salta immediatamente all'occhio è la povertà degli espedienti comici utilizzati.

Io, Gregorio, disilluso.
Io, Gregorio, disilluso.

Caviglia, per strappare un sorriso allo spettatore, ricorre a:

1- battute e giochi di parole, come "lega nord" trasformata in "lega nerd"

2- gag ottenute portando sulla scena personaggi noti al pubblico televisivo italiano, come Vittorio Sgarbi che ripropone, a distanza di anni, il suo logoro "capra, capra!"

3- parodie che strizzano l'occhio alla frangia cinefila della platea, come la locandina del film dedicato allo Zuliani, prodotto ai giorni nostri ma con un'inspiegabile grafica da Giorgio Olivetti.


Il risultato è che:

1- molte delle battute risultano non proprio entusiasmanti (rileggete quella sopra e valutate voi)

2- le gag con Sgarbi e Magalli se non sei italiano non le capisci (e forse è meglio così)

3- Caviglia pare avere una strana idea del cinema contemporaneo, inserendo parodie inspiegabilmente tarate su pellicole di cinquanta/sessant'anni fa (segno della persistenza degli odi razziali? Ancora una volte valutate voi).


Il colpo finale arriva quando apro il fascicolo del film destinato alla stampa e leggo che il regista "lavora come assistente alla regia e collabora con Ferzan Ozpetek".

Fortuna che nessuno gli ha presentato i Vanzina...