MEDIOEVO E RISORGIMENTO

Duccio Balestracci

MEDIOEVO E RISORGIMENTO. L'invenzione dell'identità italiana nell'Ottocento.

Bologna: Il Mulino, 2015

pp. 158, € 15,00

ISBN 9788815257406

 

di Andrea Germani

 

«Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Così (non) recitava Massimo d'Azeglio al momento della creazione della nazione italiana. La frase è stata (forse) coniata da Ferdinando Martini nel 1896; seppur siano passati trentacinque anni dallo storico atto fondativo del 1861 non si può dire abbia perso la sua validità, c'è ancora una nazione da costruire e delle radici comuni da (ri)scoprire per dare un senso di unità alla popolazione (o sarebbe meglio dire alle popolazioni?) che abita la penisola italica, ancorata tuttora alle tradizioni e ai costumi locali. Dopo secoli di dominazioni straniere, guerre civili, fratture e antiche rivalità che avevano profondamente diviso stati vicini e lontani, la neonata nazione doveva costruirsi una sua propria identità attingendo dal grande serbatoio delle vicissitudini italiche, susseguitesi lungo tutta l'età storica di riferimento per i “padri della nazione”: il Medioevo. L'Italia medievale, così come noi oggi la conosciamo, non l'hanno fatta i medievali, ma gli uomini di lettere del XIX secolo. Forse nemmeno loro, come afferma Duccio Balestracci – docente di Storia Medievale a Siena e autore del saggio Medioevo e Risorgimento (Il Mulino, 2015) – «L'Italia medievale, nell'Ottocento, non l'hanno inventata gli italiani. L'hanno inventata gli stranieri» (p. 23); quegli stranieri che «hanno smesso di cercare, in terra italiana, solo le vestigia della classicità» (p. 23) per spostare il proprio occhio su castelli, abbazie e fortificazioni. Lungi dal voler vedere nel Medioevo un periodo “buio” dell'umanità come voleva l'intellighenzia illuminista, un'epoca orrendamente macchiata dall'oscurantismo religioso e dalla schiavitù del primo feudalesimo, gli intellettuali romantici scorsero nel Medioevo italiano un periodo di grande vivacità culturale e sensazionali innovazioni. La riscoperta dei borghi, della libertas comunale, dell'aura mistica che circonda i luoghi più sacri dell'Europa cristiana, dalla francescana Assisi alla domenicana Bologna, delle tradizioni, dei campanilismi e delle rivalità territoriali che avvolgevano di mistero e di fascino le cittadelle dell'Italia centrale e settentrionale, terre di poeti, mercanti e patrioti.


Ma procediamo con ordine. L'idea di Italia non è una novità tutta risorgimentale come vorrebbe far credere certa storiografia revisionista, già Virgilio nell'Eneide parla dell'Esperia, così come i greci chiamavano i territori di Occidente: «antica terra, potente d’armi e di feconde zolle; la abitarono uomini enotrii; ora si dice che i figli abbiano chiamata Italia la gente dal nome di un capo [...]» (Virgilio, Eneide, III, vv. 164-166). Da Varrone a Ugo Foscolo la letteratura peninsulare è ricca di riferimenti a una terra abitata da popoli di comune discendenza, che parlano idiomi di derivazione latina, con qualche sfumatura spagnola, francese o tedesca a seconda delle dominazioni subite negli anni. Solo nel primo Ottocento l'idea di Italia come nazione – ancora in fase di costruzione si intenda – si consoliderà negli ambienti della borghesia e di tutti quei luoghi in grado di recepire il portato della Rivoluzione francese e delle lotte repubblicane. Vincenzo Cuoco, letterato molisano vissuto fra XVIII e XIX secolo, si rammaricava non tanto della frammentazione politica quanto del fatto che gli italiani sembravano «aver perduto ogni amor di patria ed ogni virtù militare», «Un problema che, continuava lo scrittore, non si era risolto nemmeno quando gli italiani, ancora divisi, si erano, in tempi più recenti, resi liberi da gioghi stranieri e avevano riacquisito – ciascuno nel proprio Stato – la padronanza della forza militare» (p. 7). La popolazione italica deve porsi come degna erede delle Repubbliche giacobine di fine Settecento e dei toni patriottici del proclama di Gioacchino Murat del 1815, unirsi sotto «un'unica bandiera, una speme», perché «di fonderci insieme già l'ora suonò»! (Goffredo Mameli, inno italiano).


L'Italia era quasi fatta, rimanevano da fare gli italiani. Le vicende medievali si rivelarono un prezioso strumento di coesione. La costruzione dell'immaginario collettivo italiano – quantomai forzata, come vedremo – fu un'operazione tanto complessa da finire per essere studiata a tavolino: piuttosto che scorgere nei fatti storici gli albori della creazione dell'identità italiana, con le sue peculiarità e le dovute differenze da regione a regione, gli intellettuali risorgimentali finirono per interpretare i fatti storici a loro piacimento, così che giustificassero il sistema che si erano prefissati. Come spiega Balestracci: «Il Medioevo cui si guardava come modello costruttore era [...] non tanto un'epoca da studiare con rigore metodologico, ma un condizione dello spirito; il termine più adatto a definire questo tipo di approccio è quello, tedesco, di Bildung che, con il suo carico di contenuti psicologici, più che storici, rinvia, nella traduzione italiana, a un grappolo di concetti che investono i campi della cultura, dell'erudizione, della formazione e dell'assimilazione del concetto stesso». (p. 11). Il Medioevo italiano, «peraltro, confusamente percepito come epoca unitaria fino a tutto il Cinquecento» (p.13) – forse per non privarsi del Rinascimento e di patrioti del calibro di Niccolò Machiavelli – si presentava come un'epoca storica ricolma di avvenimenti che potevano essere inseriti nel patrimonio identitario nazionale. Gian Domenico Romagnosi vide una linea di continuità che collega l'urbe antica con la città medievale, prolifico laboratorio di innovazioni commerciali e politiche, e la città moderna ottocentesca; libera da francesismi, classicismi e barocchismi vari, la città moderna può ripensarsi come diretta erede della città medievale. Sarà per questo che Alfonso Rubbiani nel 1905, alla guida del Comitato per Bologna Storica e Artistica, ripensò la facciata del Palazzo di Re Enzo in Piazza del Nettuno basandosi sull'immagine romantica dell'architettura medioevale? «La seconda metà del XIX secolo è l'epoca nella quale gli architetti recuperano il Medioevo in chiave di rifiuto delle fredde forme classicistiche che avevano caratterizzato il Settecento e, altrettanto, in chiave di messaggio politico culturale». Il ritorno all'architettura medioevale, in particolar modo al gotico – si vedano gli studi di Viollet-Le-Duc – è «sentito come una scelta specchio dell'identità che la trionfante borghesia ottocentesca vuole dare di se stessa, ricollegandosi a quella protoborghesia tardomedievale che aveva aperto la strada alla trasformazione economica dell'Occidente» (pp. 113-114). Il pensiero va dunque alla finanza genovese e alla Venezia mercantile, ma anche alla Bologna dei giuristi, la “Repubblica dei notai”, secondo la definizione di Gianfranco Orlandelli, città memore delle lotte popolane e anti-aristocratiche, della liberazione dei servi e della difesa dei confini e, in particolar modo, dello Studium dalle grinfie di Federico II. Sarà lo stesso Studium Bononiensis una delle istituzioni centrali nel processo di costruzione della memoria collettiva, consacrato a Università più antica del mondo grazie alla “invenzione” dell'ottavo centenario. «Il 12 giugno 1888 nel cortile dell'Archiginnasio, antica sede dell'Ateneo, alla presenza del re Umberto I, della regina Margherita e del principe ereditario Vittorio Emanuele III, Giosuè Carducci celebrava lo studio bolognese e l'Ottavo centenario della sua fondazione. Con questo rito solenne veniva portata a compimento la fondazione del mito identitario cittadino imperniato sulla centralità dello Studium nella lunga durata della storia di Bologna» (Francesca Roversi Monaco, Il comune di Bologna e Re Enzo, costruzione di un mito debole, Bononia University Press, 2012, p. 105).


Italia terra di poeti, mercanti e patrioti. Sui poeti potremmo soffermarci sin troppo a lungo, se già Pietro Bembo consacrò Dante, con Petrarca e Boccaccio, a «costruttore del canone linguistico italiano» (p.75), e se uno scrittore come Alessandro Manzoni andava a “risciacquare” i famosi panni nell'Arno non vedo perché dovrei impegnarmi a sviscerare qualcosa di già consolidato nelle menti degli italiani. Più curiosa è la figura dei patrioti: simboli della resistenza meridionale alle invasioni straniere, come fu Giovanni da Procida, protagonista della rivolta dei Vespri del 1282; tribuni improvvisati, come il romano Cola de Rienzo, alla guida del coup d'ètat del 1347; semplici donne del popolo, come Lucrezia Mazzanti, che pur di mantenere intatta la propria purezza, si gettò nell'Arno dal ponte di Incisa, poiché insidiata da un soldato spagnolo durante l'assedio di Firenze del 1529. Il concetto, prettamente romantico, di “sacrificio per la patria” viene colto nei gesti disperati di alcuni partigiani dell'Italia medievale senza il timore di incorrere in anacronismi o forzature di sorta. Uno degli atti da cui più attinsero gli uomini dell'Ottocento italiano fu il Giuramento di Pontida del 7 aprile 1167; riproposto oggi in salsa popolar-settentrionalista da un partito politico di ventennale esperienza (ma pur sempre di scarsa preparazione storica), il giuramento sancì la nascita della Lega Lombarda, unione di comuni del Nord-Italia, finalizzata alla difesa dell'indipendenza dalle mire espansionistiche di Federico I Barbarossa. Esaltata da Vincenzo Gioberti come il «primo atto nazionale dell'Italia cristiana neonata», la Lega fu presa come soggetto per un romanzo storico da Cesare Balbo; il romanzo, iniziato nel 1816, fu abbandonato, con grande amarezza, nel 1843 data la coscienza storica acquisita dal lettore che vide – una volta abbandonato il fanatismo militante della gioventù – nelle lotte fra comuni e Imperatore non «una guerra di italiani contro la Germania, ma, semmai, una guerra civile fra vassalli che si ribellano al proprio signore» (p.70). Di simile opinione sarà Massimo d'Azeglio che giungerà alla stessa conclusione durante la stesura di un saggio sulla Lega. Non saranno della stessa opinione gli entusiasti celebratori del settimo anniversario del giuramento, svoltosi nel 1867; i cattolici oltranzisti ne approfitteranno per far notare il ruolo che ebbe la Chiesa nel dare appoggio ai comuni in lotta contro Federico (astuta mossa politica per fare pressioni contro il ridimensionamento della Chiesa e la laicizzazione della neonata Italia). Un presunto “istinto alla libertà” proprio degli abitanti dei comuni ritornerà in più occasioni facilitando il lavoro ai costruttori di miti nazionali; come fa notare Balestracci, un ipotetico “innatismo” della libertà municipale va ben oltre il peso che potevano avere le infiammate liriche inneggianti all'amor patrio, esso «postula un analogo innatismo dei concetti (ben presenti a chi scriveva queste cose) di nazione e di patria, semplificando il compito di definirli e discuterli. La difficoltà, infatti, veniva così, almeno in parte, superata dalla constatazione di avere a che fare con una serie di piccole protopatrie che dovevano solo, a quel punto, essere organizzare e disciplinate» (p. 45).


Non si creda che le vicende medioevali furono riprese dall'èlite culturale italiana esclusivamente con funzione mitopoietica, persino le frivolezze della vita mondana erano intrise di rimandi al Medioevo o, meglio, all'idea di Medioevo che gli uomini e le donne risorgimentali amavano maggiormente. Visto che siamo in tema di Esposizioni Universali mi sembra doveroso menzionare un simpatico aneddoto: per l'Esposizione Generale Italiana del 1884 l'architetto Alfredo d'Andrade progetta il padiglione piemontese in forma di castello quattrocentesco al cui interno vi sono dei figuranti vestiti con costumi medievali che gravitano attorno a sedicenti villaggi medievali ricostruiti. «Il giorno dell'inaugurazione si svolge all'insegna di una full immersion nel Medioevo che, ai nostri occhi, appare di esilarante kitsch, ma che, all'epoca, deve aver fatto grande impressione», ma c'è dell'altro: «Il poeta Giuseppe Giocosa fa da cicerone ai sovrani europei in visita, accolti da uno stuolo di paggi Fernando e damigelle in costume medievale, e salutati dagli squilli di tromba degli araldi. Alla fine del giro di visita, i presenti firmano, con una penna d'oca intinta in un calamaio in stile, una pergamena ricordo vergata in grafia quattrocentesca» (p.119). Alla luce di quanto detto fino ad ora, siete ancora sicuri di quello che sapevate sul Medioevo?