DI OMBRE E COSE SALDE

Enrico Tatasciore

DI OMBRE E COSE SALDE. Studio su Montale

Sesto San Giovanni, Mimesis, 2015

pp. 236, € 18,00

ISBN 9788857528403

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Ancora poeti su Deckard? Abbiamo tanto da dire sulla divulgazione di contenuti scientifici, è vero. Diamo la caccia ogni tanto a qualche bufala che, impavida, si aggira in mezzo ai titoli più interessante che offre la movida editoriale italiana; pensiamo persino ai più piccoli! Chiamatelo pure “istinto paterno/materno” ma ultimamente ci sembra di capire che è forse a scuola che la comunicazione dei saperi e dei suoi contenuti si sia un po’ inceppata. Per quanto riguarda le materie scientifiche, ci sembra che le acqua siano già state agitate dal prof. Ciardi; noi oggi invece ci soffermeremo sulla figura di un uomo di lettere, il poeta ligure Eugenio Montale. Cogliamo al volo l’occasione della pubblicazione di questo bellissimo Studio su Montale per mettere in evidenza, con lo spirito di Davide confrontandosi con Golia, alcuni aspetti dei metodi tradizionali dell’insegnamento della poesia (e in generale della letteratura) nella scuola italiana, insegnamento che poggia tutto il suo peso su monumentali manuali scolastici di letteratura, veri e propri dinosauri dei programmi delle superiori.


Ma perché proprio Montale? Perché riteniamo che non ci sia modo migliore per riprendere il tema di letteratura e memoria che avevamo iniziato recensendo la monografia di Giuliana Benvenuti su Leonardo Sciascia. Questa volta però, invece del romanzo storico, vogliamo analizzare il mestiere del poeta, restando però in sintonia con la nostra vocazione per la divulgazione crossmediale. Uno scolaro sempre più computerizzato, in una scuola dove una barriera viene tenuta ferma a mo’ di linea divisoria fra materie scientifiche e materie umanistiche, un siffatto scolaro non ha molte alternative: egli è comunque costretto a mescolare indiscernibilmente memoria e

mnemotecniche.


Ma ricordare a memoria dei “concetti chiave” di un poeta per distinguerlo o accomunarlo ad altri poeti, questo è lo spirito liceale sbagliato per affrontare questo Studio su Montale. Più che alle esegesi dei manuali, «veramente occorre affidarsi al movente puramente fonico e ritmico di fronte a certi fatti di riemersione in poesia. A prescindere cioè da ogni rapporto fra l’orizzonte storico, ideologico, di poetica e di tecnica fra gli autori e fra i loro testi (rapporto che in ogni caso, a ben vedere, si risolve a favore dell’individualità, della circoscrizione storica di ciascuna figura, col suo irriducibile senso e messaggio) resta tuttavia, sempre sorprendente e tanto più quando affiora una vena autonoma della poesia, trasmissione vitale e sempre rinnovantesi delle sue forme, della materia dei suoi suoni» (p. 55). Se con il manzonismo di Sciascia volevamo rammentarvi che dietro al romanzo storico si celano esperienze di vita piuttosto che fatti storici, con questo Studio vogliamo compiere quello che riteniamo il passo ulteriore: vogliamo liberare la parola scritta dalla sua rigidezza, e quale migliore occasione della poesia per rendere la parola qualcosa di sonoro, ma soprattutto qualcosa di visivo?


La capacità della memoria è il materiale duro di cui parlano le neuroscienze nei loro laboratori e soltanto dopo che questo dato empirico è assodato la memoria diventa alloggio di contenuti specifici e personali, fra i quali anche i contenuti poetici: ecco, a noi questo modo di vedere le cose sembra fondamentalmente sbagliato. Sarà pure vero che alcuni iPod sono migliori di altri iPod (*), ma questo solo giudicando in base ai contenuti dei suddetti iPod, restando nei territori della sensibilità e delle memorie digitali prodotte in serie. Ma paragonare la memoria dell’uomo a una memoria digitale è soltanto un effetto (non una spiegazione causale) della volontà di tenere ferma la barriera di cui parlavamo prima: la memoria dei poeti e la memoria che studiano le neuroscienze si manifesta nelle stesse istanze. Se lo studio della memoria conta soltanto quando viene fatto in laboratorio con elettrodi sul cranio, allora noi vogliamo proporvi il laboratorio della memoria di Montale, ora che è iniziata l’estate e sono stati congedati i manuali di letteratura scritti il secolo scorso e successivamente (ossessivamente) aggiornati.


Del resto, non possiamo ignorare i barlumi che oggi s’intravvedono. Parlare di Montale e della memoria ha ora un senso molto meno letterale e molto più visivo; un esempio di ciò è quel capolavoro del cinema contemporaneo diretto da Michel Gondry, Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), uscito in Italia con il titolo Se mi lasci ti cancello. Joel Barish (Jim Carrey) si rivolge a Lacuna Inc. per farsi cancellare i ricordi del suo rapporto con Clementine Kruczynski (Kate Winslet). La ricerca scientifica in campo bio-medico incrocia i suoi sentieri con l’emotività e il sentimentalismo: due linee temporali parallele, i tecnici al servizio del Dr. Mierzwiak (un immenso Tom Wilkinson) nella stanza di Joel da un lato e lo stesso Joel percorrendo all’indietro una mappa dei suoi ricordi con Clementine. In mezzo a queste due linee, la realtà va avanti con i suoi intrecci, con Frodo del Signore degli anelli che vuole usurpare l’identità di Joel, con Mary Jane di Spiderman che vuole superare una cotta troppo scomoda, con la stessa Clementine che inizia a fare (ma nei posti concreti) lo stesso percorso all’indietro di Joel.


Difficile a dirsi, quanto possano restare ferme le identità in mezzo a queste due catene di eventi; lo dice lo stesso Dr. Mierzwiak da entrambe le sponde di questo insolito fiume che percorre all’inverso il proprio alveo. Tecnicamente, dice il dottore nel suo studio a Joel, si tratta di danno cerebrale, ma niente di peggio di un dopo-serata in cui mal di testa e difficoltà a ricordare dettagli si combinano in quello che chiamiamo “postumi”, insomma niente di cui si possa accusare la mancanza; allo stesso modo, il ricordo del dottore nel suo studio (anche lo studio è un ricordo) dice a Joel che, essendo una sorta di ombra del vero dottore nella sua immaginazione, non si può far nulla lì dentro per fermare la procedura in corso.


In tutto il viaggio di Joel nei propri ricordi c’è soltanto la certezza che ci siano un “io” e un “tu” e tutto il resto è immagine instabile che si dilegua: infatti, man mano che si va più indietro l’oblio distruttivo è sempre più presente, in case che cadono a pezzi, in volti che si deformano, in copertine di libri che diventano bianche. Ma ecco che Joel inizia a rifiutare i propri comportamenti ed escogita un modo per portare il ricordo di Clementine in ambienti che non corrispondono alla mappa, dove la forza annientatrice della procedura in corso non arriva. Non riconoscendosi nelle ultime azioni che avevano portato a conclusione il rapporto con Clementine, egli inizia a deformare altri ricordi con il ricordo di Clementine per scappare dal destino di dimenticarla. Dimenticare è il Male, dover affidarsi soltanto alla memoria è rischiar di perdere anche l’ultima cosa che rimane; il rischio è che, nella memoria, «anche l’immagine che l’io ha di sé può essere falsa. E l’essere non basta – in quante forme la poesia di Montale ce lo dice – per esistere. Il male non è più un’identità identificabile sul piano psicologico-morale o su quello naturale, e quindi rintracciabile, per quanto oscura e misteriosa, come punto di

depressione di una configurazione del mondo già disegnata. In maniera più radicale e dentro un paesaggio tutto mentale, in cui i termini in gioco sono le parti stesse del discorso e la sostanza che ricoprono (l’io, il tu), esso è la possibilità medesima della non coincidenza dell’identità con se stessa» (p. 40 passim). Montauk è il posto dove vanno a trovarsi due persone che vedono il male di vivere nel vivere l’uno senza l’altro, due persone che, pur non essendosi dette “addio” nel modo più giusto, si sono inventate un addio, e come addio si sono ancora una volta dati appuntamento.


Una questione è emersa al Fram Cafè, discutendo con Edoardo D’Elia su questo film, mesi fa, ormai non ricordiamo la data di tale evento. Che interpretazione bisogna dare alla scena finale del film? Come si ricorderà (ironico che dobbiamo puntare al vostro ricordo del film, no?), gli ultimi otto secondi del film si ripetono per due volte prima che lo schermo diventi bianco; si suole pensare che questa iterazione indichi un ciclo che si ripete, in cui Clementine e Joel si rimettono insieme e si lasciano di nuovo per sottoporsi alle cure dell’oblio, per rimettersi successivamente insieme e tornare (momentaneamente) felici. Ma l’io montaliano che fa e disfa, che non sa quando sia il tu oppure il Male ad agire, esso ci può aiutare a fornire un’interpretazione alternativa, più felice nel suo pessimismo: quelle che sembrano iterazioni nel tempo in realtà sono sempre lo stesso momento presente in tutti i possibili versi per i quali la storia di Clementine e Joel poteva andare a finire. La memoria non si limita a conservare il momento più bello a discapito delle cose meno intense, essa costruisce il racconto in cui l’io e il tu si collocano; ma così «il tu si riduce a figura, percepita o forse ricordata, o, addirittura, a personaggio di un sistema creativo-fittivo che è quello della poesia, ma comunque [si riduce] a un essere che non esce dal perimetro percettivo e intellettivo dell’io» (p. 44). Quello che vi viene proposto in loop alla fine, altro non è che il momento in cui un io e un tu si avvicinano e coincidono nel loro correre felici per la spiaggia mentre nevica: ogni volta saranno in grado di inventare l’addio che non si diranno tempestivamente, mentre fuori Frodo proverà in mille modi a strappare Clementine a Joel, fuori Mary Jane proverà in altrettanti modi ad avverare il suo amore proibito.


Non si tratta qui di eterni ritorni né di amores fati, si tratta della meravigliosa coincidenza di due persone che coincideranno a Montauk nonostante l’inferno reale degli altri e dei loro intrecci. «La riflessione di Montale evolve dalla constatazione della reciproca intangibilità dei destini, ferrea necessità che solo miracolosamente permette l’intersezione di due vite, all’idea di un meccanismo i cui ingranaggi poco hanno a che fare con la figurazione di vere e proprie vicende umane, che assumono consistenza soltanto nell’istante in cui entrano in contatto tra loro, e per giunta per dirsi addio» (p. 33). L’immagine poetica, il ricordo fatto poesia, altro non è che la constatazione di questo inferno reale alla stregua della nostra concezione del mondo che ci sta intorno, un ricordo non è la ripetizione esatta di un momento preciso, ma una particolare disposizione dei nostri “io” e dei “tu” che vi assegniamo. Il miracolo è aver potuto dire, con Joel, in mezzo a questo inferno: “in questo momento potrei morire Clem, io mi sento così felice. Non avevo mai provato cosa fosse la felicità. Sono esattamente dove voglio essere”.


Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento. / Mi provo a modularlo nella speranza / che tutti siamo già morti senza saperlo. Ricordare non è alludere a un momento da qualsivoglia capacità “oggettiva” di immagazzinare informazione, ricordare non è rivivere. Dopo Montale, ma anche dopo Gondry, una tale formulazione sembra piuttosto meschina. Meglio se ci teniamo questa, rischiando di far scappare il Federico Moccia che si nasconde in tutti gli scrittori esordienti: “ricordare è fare le prove per dire un addio che non è più possibile”. Che i vostri amori estivi possano arrivare a degli “addio” soddisfacenti.


* Cogliamo l’occasione per specificare che la colonna sonora dei nostri video per lo

Start-Up Day è uscita dall’iPod di Edoardo.