I NUMERI CI SOMIGLIANO

Alex Bellos

I NUMERI CI SOMIGLIANO. Come i numeri riflettono la vita e la vita i numeri

Torino, Einaudi, 2014

pp. 372, € 19,50

ISBN 9788806220853

 

di Federica Rossi

 

Che rapporto avete con la matematica? E coi numeri? Quali emozioni provate nel vedere e pensare ad 1, 2, π o e, un numero pari o uno dispari, immaginario o complesso? Qual è il vostro numero preferito? Sebbene di primo acchito vi possano sembrare domande sterili o quantomeno stravaganti, provate a raccontare le vostre risposte ad Alex Bellos – l’autore de I numeri ci somigliano – e vedrete. Bellos probabilmente inserirà le vostre risposte nelle sue statistiche di preferenza, aggiornando le sue heat-maps della classifica dei numeri preferiti; potrà inoltre insegnarvi a sfruttare queste ultime per vincere con alte probabilità ad innumerevoli giochi di prestigio.

 

Ancor più che recensire il libro, sarebbe interessante recensire lo stesso autore. Alex Bellos è un matematico di Oxford che scrive per lo più per diffondere la sua passione per la matematica e la sua storia; e ci riesce alla grande, forte di una prosa semplice ma esauriente, acuta ed accattivante: riesce ad incuriosire alla matematica descrivendocela come un gioco, e non solo per nerd, ma anche per comici, maghi ed aspiranti tali. In tutta onestà, credo che l’edizione Einaudi non renda totalmente giustizia allo spirito dell’autore: tralasciando il giudizio di gusto sulla copertina pallida e insipida, la traduzione dal titolo inglese – l’assai più promettente ed autoironico, Alex through the looking-glass – non invoglia che alla fuga da un supposto ennesimo tentativo del noioso matematico di turno di imboccarci di calcoli e formule, che la stragrande maggioranza di noi tende a schivare, come meglio riesce, dalle scuole elementari in poi.

 

Invece Bellos di noioso non ha proprio nulla. Se non mi credete, vi consiglio di sbirciare la sua pagina web o il suo profilo facebook e/o twitter, per cambiare idea: potreste incappare ad esempio, nei video in cui spiega come giocare a biliardo su un tavolo ellittico. Il gioco, che Bellos ribattezza Loop, era meglio noto negli anni ’60 come Elliptipool; un’invenzione di Art P. Frigo, il quale brevettò il tavolo in assoluto più comodo per imbucare (posto che si conosca il trucco!). L’invenzione per le sue finanze si rivelò un vero flop, perché in pochi capivano davvero come fare e non erano affatto propensi ad acquistarlo. Sul tavolo vi è una sola buca, posta tuttavia su uno dei due fuochi dell’ellisse, basta pertanto conoscere un paio di leggi della geometria, in particolare il rapporto che lega i due fuochi, per assicurarsi la riuscita ad ogni colpo di stecca – per i dettagli tecnici vi rimando nuovamente al libro, o ai tutorial dell’autore. L’impresa davvero difficile parrebbe procurarsi un tavolo da biliardo ellittico, almeno oggigiorno: vi consiglio di accontentarvi momentaneamente dell’app Floop (da finger-loop) e di giocare con le dita!

 

Nel suo libro Bellos fornisce tantissimi altri spunti e delucidazioni a misura di chiunque: siete evasori fiscali? Allora non potete ignorare la legge di Benford, o non la farete franca. Avete prestato una somma a qualcuno? Vi conviene soffermarvi sulle pagine sull’interesse composto, vi insegneranno come spillargli il doppio! Sia chiaro che Bellos non cerca affatto di istigarvi a comportamenti tanto biechi; invero, se la maggior parte di voi lettori di Deckard, come presumo, ha un animo più filosofico che meschino, precipitatevi a leggere il nono capitolo del libro: non potrà che allettarvi già dal titolo, che cela un indovinello degno di Epimenide, Russell o Gödel. «Il titlo di questo capitolo contiene tre erori» … Avete individuato il terzo? 

 

Dopo tante domande mie, vi chiederete quale rapporto leghi invece lo stesso Bellos alla matematica; quale immagine della disciplina intenda passarci. Ebbene secondo lui, che inventa settimanalmente indovinelli e puzzle per il Guardian, la matematica «è il gioco della vita». Il riferimento corre a (The Game of) Life, l’automa cellulare ideato da John Horton Conway a partire da un progetto di Von Neumann per una macchina autoreplicante. Bellos, in uno dei suoi ultimi post, ci invita inoltre a leggere la biografia di Conway in uscita; suggerimento che volentieri vi rimbalzo. 

 

Il gioco della vita, che acquista fama grazie ad una recensione di Martin Gardner del 1970 per «Scientific American», consiste in un universo bidimensionale costituito da una griglia ortogonale – inizialmente si usava la scacchiera da Go – e governato da quattro leggi che regolano nascita, sopravvivenza e morte delle caselle che lo compongono. Life consiste nel creare una configurazione iniziale di caselle vive o morte a piacere, ossia annerite o meno, ed osservare l’evoluzione di quel primo pattern nello spazio potenzialmente illimitato della griglia e secondo i dettami imposti dal gioco. Tali leggi sono in grado di determinare passo a passo, generazione dopo generazione, il comportamento di ogni singola casella. Eppure ad uno sguardo esterno le configurazioni che si generano sulla griglia possono rivelarsi delle scoperte tanto inaspettate quanto lo è il riscontro dell’evolvere di organismi viventi: le esigue regole del gioco, di carattere locale, sono in grado di sviluppare su scala più vasta comportamenti dalla complessità inimmaginabile a priori. 

 

Una volta implementato su computer, Life non solo è diventato il passatempo preferito di matematici ed hacker di tutto il mondo; ma ha permesso, e tuttora è in grado di promettere, scoperte sensazionali in quasi ogni campo dello scibile, nonché nuove ipotesi e previsioni relative alle sorti dell’universo o alla possibilità del darsi in futuro di macchine autoreplicanti. Life è un sistema matematico dalle potenzialità di una macchina di Turing: poche istruzioni permettono di simulare su di una semplice griglia il funzionamento di un intero computer, o in alternativa anche quello sotteso alla riproduzione cellulare. Per lo meno quest’ultima è la tesi di Stephen Wolfram, della Wolfram Research: il primo a studiare così approfonditamente gli automi cellulari unidimensionali e le loro dinamiche interne, da derivarne l’ipotesi, e a fortiori la convinzione, che tali meccanismi possano servire a spiegare anche la complessità del mondo naturale. Ecco dunque cos’è la matematica per Bellos: una fonte inesauribile di problemi e modelli sempre nuovi e sorprendenti con cui cimentarsi con la realtà che abitiamo.

 

Insomma, la copertina potrebbe insinuare pregiudizi negativi circa la riuscita di questo testo o la simpatia del suo autore. Tuttavia, sebbene si tratti di una lettura dal carattere divulgativo e dalla prosa accessibile, la resa non è affatto semplicistica o tediosa. Un ultimo consiglio per una lettura più piacevole: non ignorate le appendici!