IL CINEMA AMERICANO CONTEMPORANEO

Giaime Alonge, Giulia Carluccio

IL CINEMA AMERICANO CONTEMPORANEO

Roma-Bari: Laterza, 2015

pp. 228, € 22,00

ISBN 9788858114759

 

di Gregorio Zanacchi Nuti

 

Sul valore e le condizioni di possibilità di una “storia della contemporaneità” si è a lungo discusso. Lo studioso, nel tentativo di appropriarsi di ciò che gli sta di fronte, deve aguzzare lo sguardo e lottare contro la presbiopia congenita all’uomo, ostacolo che ha vanificato più di una ricerca. Fare storia del presente tende così a tradursi in una serie di tentativi infruttuosi o ridicoli, con un autore confuso tra contorni sfocati e previsioni imprecise come chi, in possesso di una manciata di pixel, volesse indovinare il soggetto di uno scatto digitale. Talvolta però è possibile, aiutandosi con la traccia del recente passato, orientarsi in questa multiformità confusa e ricavarne, se non un quadro preciso, almeno un’idea dei percorsi possibili. Senza la pretesa di voler tracciare una volta per tutte una topografia insindacabile, l’autore si avvicina all’ignoto e registra i percorsi battuti, nel tentativo di individuare nuove vie d’accesso ad un territorio inesplorato. L’opera di Alonge e Carluccio ci consegna uno stradario del cinema americano a cavallo del ventunesimo secolo, sospeso tra le ultime grandi highways e nuove strade ancora in costruzione, pronte per essere percorse da future trattazioni. 

 

Il testo si apre con un momento topico del cinema d’oltre oceano: l’imporsi di quella corrente discussa e variegata definita New Hollywood. Nel panorama stantio dei decenni precedenti si impone un refolo di aria fresca grazie all’operato di nuovi registi che, pur senza compiere operazioni di rottura radicale, portano nuova linfa alla produzione americana rinnovando linguaggi e temi. Film come Gangster Story di Arthur Penn o The Graduate di Mike Nichols si fanno collettori delle tensioni attive nel corpo sociale, ponendosi come esempi di un nuovo modo di fare cinema. Entrambe le pellicole affrontano generi tipici della Hollywood classica (gangster movie e commedia romantica), riformulandoli però attraverso una sensibilità nuova. Le inquadrature si fanno più creative e dinamiche, attestando uno stile più libero rispetto ai registi della generazione precedente, e la soglia del mostrabile si alza, con la caduta del codice Hays e il cambiamento nelle politiche di censura. Del vento di novità beneficiano anche le sceneggiature, nelle quali compaiono le rivendicazioni del movimento giovanile: in Gangster Story i due protagonisti si pongono in netta opposizione rispetto a figure normatrici della società incarnate dalle famiglie e dalle forze dell’ordine, ricalcando in chiave iperbolica le piccole ribellioni che stavano esplodendo nei nuclei familiari. Memore della lezione degli autori europei, lo schermo comincia anche a farsi documento degli stati interiori dei personaggi, e la dicotomia realtà/fantasia si rarefà sempre più. The Graduate risulta paradigmatico in questo senso, con le emozioni di Dustin Hoffman che finiscono per contaminare lo sguardo della macchina da presa e sprofondare l’intera diegesi in una prospettiva sognante, resa anche grazie all’effetto videoclip ante litteram delle canzoni di Simon & Garfulkel. 

 

L’ondata della New Hollywood si esaurisce nel giro di un decennio, collassando nel momento in cui la sproporzione tra investimenti e incassi si fa insostenibile. Il sogno di un cinema autoriale che possa beneficiare di produzioni ad alto budget e parlare ad un pubblico eterogeneo sembra sfumare anno dopo anno, con il flop clamoroso di Heaven’s Gate di Michael Cimino, western di frontiera nella realizzazione del quale erano stati investiti 44 milioni di dollari, e la Zoetrope di Coppola che crolla sotto il peso del fallimento di One from the Hearth. Gli insuccessi al botteghino della nuova generazione vengono impugnati dai produttori per ristabilire la loro autorità sui film, e l’Hollywood degli anni ’80 vive un vero e proprio rappel a l’ordre: si torna a modelli di racconto più semplici e rassicuranti, con l’eroe della forma-balade che viene sostituito dal canonico protagonista volitivo, attivo e vincente, il tutto condito da un florilegio di effetti speciali. Questa nuova poetica, che riscuote un grandissimo successo di pubblico con titoli come Jaws o Jurassic Park, porta alla nascita dei primi prodotti high concept, apripista dei quali è Star Wars di George Lucas. Comincia così a delinearsi la fisionomia del blockbuster moderno: opere dalla struttura semplice e avventurosa, capace di coinvolgere pubblici dalle latitudini più disparate e generare enormi flussi finanziari con una variegata offerta di merchandise. Pochi degli autori della generazione precedente riescono a mantenere il loro rapporto con gli studios, e molti scivolano a lato del mainstream, ormai caratterizzato da pellicole di evasione ad altissimo budget. Si vengono così a delineare lentamente registi che mediano tra la nicchia dell’autorialità post-New Hollywood e il cinema di massa, riuscendo talvolta a riguadagnare il favore del grande pubblico con opere capaci di parlare sia la lingua dello spettatore occasionale che del cinefilo incallito. Figure come Quentin Tarantino e David Lynch si muovono in questa direzione, uno con il riciclo degli stilemi dell’exploitation movie e l’altro con il recupero di espedienti art cinema.

 

Il passaggio nel ventunesimo secolo trova il suo nodo focale nel 1999, anno in cui si susseguono l’uscita postuma di Eyes Wide Shut e quella del primo Matrix. Le due opere, entrambe centrate sul tema del sogno, lo sviluppano però in modo radicalmente diverso: dove Eyes Wide Shut porta sullo schermo l’ebbrezza schnitzleriana, un’allucinazione umanissima in cui si agitano gli spettri delle narrazioni psicanalitiche del secolo precedente, l’onirismo di Matrix è legato indissolubilmente alla macchina, sia all’interno della diegesi (il sogno artificiale in cui l’umanità è imprigionata) che all’esterno (gli effetti speciali in digitale). Se Eyes Wide Shut chiude i conti con il ventesimo secolo, Matrix spalanca le porte al futuro, all’avvento delle riprese in green screen e all’esplosione delle trilogie high concept che invaderanno il mediascape del decennio successivo. Con la scomparsa di Kubrick tramonta inoltre la figura del grande autore cinematografico, genio solitario dedito a progetti ambiziosi dalla preparazione lenta e scrupolosa. Il cinema nel ventunesimo secolo si troverà a dover rinegoziare la sua posizione all’interno di un contesto fluido in cui produzioni e autori migrano di device in device con la rapidità di un click, dove la velocità si impone sempre più come fattore decisivo e in cui il testo classico, inteso come dispositivo produttore di senso dai confini ben precisi, viene sempre più insidiato dalla dimensione aperta tipica dei nuovi universi finzionali, che vedono il corpus principale come una base da cui far germogliare una molteplicità di testi talvolta conflittuali o contraddittori.

 

Nel nuovo secolo la storia del cinema americano si ibrida con le altre produzioni mediali, e il transito dei contenuti da una piattaforma all’altra favorita dalla digitalizzazione rende l’orientamento ancora più difficoltoso: le strade si incrociano come in un enorme raccordo anulare, e la destinazione del viaggio si fa incerta. Uno dei grandi punti esemplificativi di questa convergenza è Lost, in cui finiscono a incrociarsi serie televisive, l’esperienza immersiva degli universi finzionali, la transmedialità e il trauma dell’America post-undici settembre. Davanti ad un simile groviglio di percorsi anche il viaggiatore più intrepido prova il desiderio di riprendere fiato, fermarsi per un caffè e ripercorrere con la mente i chilometri macinati, prima di scegliere uno dei moltemplici percorsi e continuare verso l’ignoto. L’opera di Alonge e Carluccio si arresta qui, in un’ipotetica area di servizio sotto il sole battente di inizio secolo, con lo sguardo fisso al trauma delle Twin Towers e agli innumerevoli tentativi di esorcizzare lo choc, da Redacted a The Hurt Locker. Autostoppisti e avvenutrieri impazienti decideranno poi di ripartire, noi restiamo ad aspettare il loro ritorno in compagnia di questa ottima lettura.