BOLOGNA E L'ORIENTE: IL FESTIVAL 2015

di Arianna Ricci


Sia per chi studia l'Oriente nei suoi molteplici aspetti, dai più sfavillanti ai più oscuri, sia per chi pensando ad esso ha in mente l'immagine di una terra fantastica, lontana e misteriosa, fatta di viaggi nel deserto a bordo di un tappeto volante e fiori di loto sbocciati nella seta più pura, il secondo ed il terzo fine settimana di giugno hanno fornito un'occasione di sentirsi un po' Marco Polo, poiché il Fiera District di Bologna ha ospitato il Festival dell'Oriente 2015.


Nei due padiglioni della fiera, il visitatore non ha trovato soltanto un turbinio di stand e bancarelle con merce da ogni parte dell'Oriente come nei bazaar persiani, ma anche palchi su cui si sono alternati artisti e compagnie dai diversi paesi dell'Asia e dell'India per esibirsi in performance che hanno messo in scena parte della loro cultura, con danze, canti, costumi e strumenti musicali tradizionali. I due padiglioni erano ben guardati da riproduzioni fedeli dei celebri guerrieri di terracotta che si trovano in Cina, vicino Xi'an, in prossimità della tomba del primo Imperatore Qin Shi Huangdi. Venerdì 19 Giugno, non appena entrati, i visitatori sono stati investiti da un forte profumo di spezie e tè, mentre la voce della soprano giapponese Kaoru Kobayashi intonava magistralmente E Lucean le Stelle, una delle arie più famose della Turandot di Puccini. Oltre ad essere una cantante lirica, Kaoru Kobayashi è anche maestra nell'arte dell'ikebana e della cerimonia del tè, di cui ha dato mostra presso uno spazio allestito per ricordare un giardino giapponese. Assistendo anche alla versione cinese di questa stessa cerimonia e all'uso acrobatico della spettacolare changliuhu, la teiera dal becco lungo, entrambe ad opera del maestro Marco Bertona, presidente dell'associazione AdeMaThè, è stato possibile notare le affinità e le differenze tra Cina e Giappone nelle due versioni del rito. 


Sempre nell'ambito della Cina, sono seguite altre due esibizioni: il gruppo di musica tradizionale e danza “La Grotta delle Fate” dell'associazione Giovane Cina, e la Danza del Leone sui pali ad opera dell'Italy Lion and Dragon Dance.


Le musiciste del gruppo “La Grotta delle Fate” hanno indossato abiti tradizionali ed hanno suonato strumenti come il pipa (una sorta di liuto), l'erhu (il “violino cinese”) o il guzheng (un grande strumento a corde, appoggiato su quattro gambe, e suonato per mezzo di quattro plettri). Sulle loro note, un ballerino dalle movenze fluide eseguiva passi di danza moderna. Lo scopo di questi giovani artisti è unire gli aspetti tradizionali della cultura cinese con quelli contemporanei, ottenendo così una fusione originale, tale da permettere al pubblico di apprezzare le melodie tipiche dell’estremo Oriente. 


La Danza del Leone sui pali prevede che due acrobati indossino un costume da leone tipico del teatro cinese e che saltino sui pali di una piattaforma, alti fino a due metri ed oltre, al ritmo costante di un enorme tamburo. Gli artisti dell'Italy Lion and Dragon Dance non si sono limitati ad eseguire acrobazie, ma hanno fatto muovere le varie parti del corpo del leone come se fosse stato vivo, come se essi fossero stati tutt'uno con il costume. L'esibizione si è conclusa dopo che il leone ha preso in bocca un rotolo rosso e lo ha aperto rivolgendolo al pubblico, mostrando la scritta: Welcome, che rappresentava fondamentalmente il senso del Festival.

L'India ha fatto mostra di sé attraverso la cultura della danza. L'esibizione di danza Kuchipudi della maestra Chitrangee Uppamah (affiancata da un ensemble di ballerine occidentali!) ha presentato uno degli aspetti più antichi di questa terra. La Kuchipudi, infatti, è originaria dell’Andhra Pradesh, nell'India Meridionale, ed è considerata una danza classica. La sua tecnica dinamica è caratterizzata dalla fluidità nei movimenti del busto e delle braccia e contemporaneamente da veloci movimenti dei piedi. Ogni gesto (mudrā) ha un significato, e l'insieme trasmette una storia. I brani musicali sono letteralmente mimati, le espressioni del volto passano da un sorriso aperto ad un'espressione determinata o aggressiva, a seconda del gesto che accompagna. Durante la coreografia, la maestra ha stupito il pubblico esibendosi nel brano Tarangam, che prevede che ella danzi poggiando i piedi su un vassoio d’ottone, con una brocca in testa, in un equilibrio che richiede grande concentrazione. Tutto ciò in India ha il compito di suscitare il rasa, il piacere estetico profondo che nasce nello spettatore, e la coreografia di Chitrangee Uppamah è stata in grado di rapire anche il pubblico occidentale.

Le gestualità antiche della maestra sono diventate un pregresso quasi necessario per poter apprezzare appieno l'India contemporanea, presentata dall'esibizione del gruppo BollyMasala Dance Group di Ambili Abraham, che ha mostrato una sfavillante coreografia in stile Bollywood. Quest'ultima riceve influenze da molti tipi di danze appartenenti a tutto il mondo, ma prima di tutto da quella classica e quella folkloristica indiane. Da questo punto di vista essa diventa una danza sperimentale definita Fusion dance, poiché acquisisce elementi della danza occidentale, ma vi aggiunge l'eleganza e la delicatezza delle mudrā, del capo, degli occhi e dei piedi, ed ogni coreografia racconta una storia. Le ballerine ed i ballerini guidati da Ambili Abraham hanno raccontato al pubblico del Festival Dell'Oriente con la precisione dei gesti e una grande vivacità, dalla quale anche chi vi assisteva non poteva non sentirsi investito. 


È giunta dal Vietnam la musica dei Lotus Enseble, artisti professionisti laureati presso alcuni dei più prestigiosi istituti musicali Vietnamiti, il cui repertorio di melodie popolari e canzoni folk è stato eseguito con strumenti particolari, come il t'rung, un grande xilofono di bambù, tutto ciò, ancora, con indosso abiti tradizionali.


Il Festival ha offerto al pubblico lo spettacolo della danza tannura eseguita dai dervisci roteanti. Lo scopo di questa danza, che riceve il proprio nome dalla particolare gonna indossata durante l'esecuzione, è quello di generare uno stato di estasi rituale. I musicisti e ballerini costruiscono dunque un vero e proprio percorso mistico, attraverso il ritmo continuo delle percussioni e la rotazione. Il volteggiare delle gonne tannura sovrapposte e animate da diversi colori crea un ipnotico effetto cromatico, in una performance che ha due basi fondamentali: il rito della danza, durante il quale vengono intonati brani del Corano, e la musica del Nilo. Oggi, gli aspetti simbolici della gestualità esoterica sono diventati anche uno spettacolo. A ciò si sono aggiunte le danzatrici da Bali e da Giava, con costumi rappresentanti figure come le fenici ammantate d'oro, e molto molto altro ancora dal Bangladesh, dalla Birmania, dalla Corea del Sud, dalla Malesia, dal Marocco, dalla Mongolia, dal Nepal, dal Tibet e dalla Thailandia. 


Uno degli aspetti più interessanti di questo Festival, in ultima istanza, è il fatto che il suo turbinio di colori e profumi, che lascia i suoi spettatori con gli occhi lucidi e la mente sognante, sfrutta il mito dell'Oriente mirabile e misterioso per trasmettere al pubblico occidentale degli aspetti veri ed essenziali di culture diverse. È come passare dalle Mille ed Una Notte all'approccio antropologico, senza perdere l'incanto, ma avendo la possibilità di abbattere le barriere. Edward W. Said, nel suo Orientalism (1978), scrive: “Chiunque parli di Oriente (non escluso lo stesso Omero) accetta talune premesse, un certo numero di nozioni preesistenti, sulle quali si basa e alle quali si riferisce”, ma se le nostre premesse e conoscenze non corrispondessero a verità? Il Festival dell'Oriente è il luogo giusto per cominciare a scoprirlo.