INTERVISTA A LORIANO MACCHIAVELLI

A cura di Arianna Ricci


"Scrivo solo perché

C'è una voce dentro di me

che non si quieta."

Sylvia Plath


Da più di quarant'anni la voce letteraria di Loriano Macchiavelli non si ferma e narra l'Italia nelle sue molte forme e nei suoi cambiamenti, a partire dal 1974 attraverso i romanzi che raccontano le celebri inchieste di Sarti Antonio, e con titoli riferiti ai sotterranei della storia italiana, come Strage (1990) e Funerale dopo Ustica (1989). Eccolo dunque a descrivere la sua esperienza di ricerca e scrittura, in un'intervista concessa di fronte ad un caffè macchiato, che Sarti Antonio non prenderebbe mai...


1. Come Bertolt Brecht abbatte la quarta parete nei suoi drammi teatrali, tu abbatti, per così dire, la quarta di copertina dei tuoi romanzi con il narratore che accompagna Sarti Antonio nelle sue indagini. Come hai elaborato la tua figura di autore-narratore con un piede dentro ed uno fuori dal romanzo?

Intanto devo dire che non è un narratore, è un deus ex machina che sta sopra la storia sopra i personaggi e sopra gli avvenimenti. Infatti non narra come il narratore tradizionale del romanzo: lui entra in gioco quando la situazione lo richiede, poi sparisce. E, fra l'altro, colloquia solo con Sarti Antonio, non con altri. Per cui è un vero e proprio personaggio che entra in scena quando lo richiede la situazione del romanzo. Seconda cosa, è molto giusto il riferimento a Bertolt Brecht perché io ho utilizzato proprio l'insegnamento teatrale di Brecht per fare questo personaggio. Bertolt Brecht ha interrotto la quarta parete. Già l'avevano fatto altri prima di lui, ad esempio, Pirandello, ma quello che ha fatto Brecht, l'innovazione che secondo me è la più grande e la più importante, è il dialogo con il lettore attraverso vari espedienti. Ad esempio, un attore sospende la recita, si porta al proscenio e dice al pubblico le cose che deve raccontare. Oppure ancora proiettava delle diapositive con frasi che spiegavano, ma la cosa più importante è che interrompevano l'emozione del teatro, perché Brecht riteneva che le emozioni, quando sono troppo forti, sopiscono la razionalità. Io faccio lo stesso. Quando la tensione nel romanzo va troppo oltre, io sospendo con l'intervento di quello che io non chiamo narratore, ma nemmeno autore: è proprio un personaggio che entra nel romanzo per far capire al lettore, attraverso i suoi dialoghi, le cose che forse sono rimaste in sospeso e quindi non chiarite, oppure per indurre Sarti Antonio a certe riflessioni che dovrebbe fare poi il lettore. Quindi è un dialogo con il protagonista, ma in realtà è con il lettore, esattamente come Brecht faceva nel dialogo con lo spettatore. D'altra parte io vengo dal teatro brechtiano, la mia esperienza teatrale va oltre quella classica di tutti noi e di tutti quelli della mia età. In particolare io mi sono dedicato al

teatro di Brecht perché ritengo che sia il grande drammaturgo della modernità. Non solo io, ovviamente. Così lo giudicano critici ben più importanti di me.


2. Sia con gli sceneggiati televisivi che vedono Gianni Cavina come protagonista, sia con le tavole di Magnus, tu hai potuto assistere al passaggio del tuo personaggio dal romanzo alla sceneggiatura e al fumetto. Come descrivi l'esperienza? Cosa è cambiato nelle varie trasposizioni?

In realtà, l'unica cosa che è rimasta dei miei romanzi è soltanto il protagonista. Gianni Cavina ha interpretato benissimo il ruolo di Sarti Antonio. Ce ne sono stati altri due prima di lui che però sono passati, così, un po' in ombra. Uno sceneggiato in quattro puntate si intitolava Sarti Antonio, Brigadiere (non si sa bene perché brigadiere!) regia di Pino Passalacqua, sempre per la RAI. Poi un altro film, L'archivista, regia di Guido Ferrarini. I due protagonisti sono rimasti abbastanza anonimi, mentre Gianni Cavina si è imposto per il carattere della sua interpretazione, che è straordinaria, e per aver dato veramente alla figura del mio personaggio quello spessore che serviva. Il resto: storie e ambientazioni drammatiche, che mi hanno fatto venire male al fegato. Il mio rapporto con la televisione è piuttosto violento. Non mi va. Ma sono io che non funziono! Registi, sceneggiatori, loro fanno il loro mestiere, che è diverso dal mio; quando vedo come hanno trasferito dalla pagina all'immagine la cosa mi dà sempre un senso di fastidio. Però devo dire che hanno avuto un successo straordinario sia Gianni sia i film, soprattutto gli ultimi sei, per la regia di Giulio Questi.


3. Come Arthur Conan Doyle nel 1893 cerca di uccidere Sherlock Holmes nel racconto The Final Problem, così tu nel 1987, con Stop per Sarti Antonio, tenti di uccidere Sarti Antonio. Come mai la scelta di togliere di mezzo il tuo personaggio e poi, successivamente, quella di riportarlo sulle scene letterarie?

Beh, perché dopo tanto tempo (e il primo romanzo, ricordo, è del 1974, quindi erano anni che usciva questo personaggio!) tutte le volte che proponevo un romanzo agli editori, prima Garzanti, poi Rizzoli, poi altri, mi chiedevano Sarti Antonio, e io, invece, volevo scrivere anche altro. Per cui, ad un certo punto, dover sempre scrivere dello stesso personaggio senza mai avere una divagazione, che avrebbe potuto anche essere efficace perché mi permetteva di affrontare altri argomenti e personaggi, mi ha stancato e ho pensato: "se lo uccido, non mi chiederanno più Sarti Antonio!". Invece, proprio in quel momento sono usciti i telefilm, per cui Sarti Antonio ha avuto ancora maggior successo ed io, sì, ho potuto scrivere altre cose, però il successo televisivo di Sarti Antonio ha fatto sì che sentissi la sua nostalgia. Era diventato un amico anche per me, non solo per il lettore! L’ho ucciso in Stop per Sarti Antonio. Quando l’ho ripreso, dopo alcuni anni, ho pensato: "Beh, spiegherò poi come non è morto”, ma nessuno dei lettori si è preoccupato della presunta morte di Sarti Antonio. Per questo io non ho più pensato a dare una giustificazione, e sono passati anni da allora. Sarti Antonio ha ripreso a vivere, contrariamente al mio desiderio, ed è rivissuto addirittura in immagine, in televisione. Io volevo sbarazzarmene, lui si è imposto, è tornato ed ha detto: “No, io ci sto e sono qui. Se c'è uno che deve sparire, sei tu!”.


Quindi tu non hai avuto modo di dire come Sarti Antonio è scampato alla morte?

No, non ne ho avuto modo.


Ma c'era un modo?

C'era, c'era! Di fatti, nel successivo, Rosas parla con Sarti Antonio e gli dice: “Ma tu non eri morto?”, e Sarti Antonio risponde: “Sì, una lunga storia che poi ti spiegherò” e sono andato avanti come se... Probabilmente, quando ho deciso di ucciderlo, nel mio subconscio è rimasta la voglia di non ucciderlo. In realtà, ripensandoci ora, nessuno ha assistito alla sua morte. Quello che succede lo potrò spiegare, se qualcuno me lo chiederà, in un prossimo romanzo, ma siccome nessuno me lo chiede, lo tengo lì di riserva, però ce l'ho la mia soluzione! Che non ti rivelo. Così ti costringo a leggere i prossimi.


4. "Bologna è costruita per il mistero, è architettonicamente strutturata per nascondersi, bisogna andarla a cercare al di là delle facciate" sono parole tue, e i tuoi romanzi descrivono Bologna in molti dei suoi diversi aspetti: una Bologna misteriosa, una Bologna storica e antica, una Bologna democratica e all'avanguardia, una Bologna colta, ma anche una Bologna ipocrita e traditrice, e una Bologna sotterranea che si concede solo a pochi. Sono aspetti in contrasto tra loro o le tante parti di un'unità variegata? Com'è, secondo te, Bologna oggi?

Ah questo non lo so. Com'è Bologna oggi non lo so, tant'è vero che da qualche romanzo a questa parte la storia comincia a Bologna, poi emigra. Ad esempio, L'ironia della scimmia va a L'Aquila, Delitti di gente qualunque va nella Rocchetta Mattei a Riola di Vergato. Insomma, cerco di non stare più a Bologna, prima di tutto perché io questa Bologna non la conosco più. Naturalmente, per colpa mia. La conoscevo quand'ero giovane, quando la frequentavo, quand'ero innamorato di questa città. Poi l’amore si è sfaldato, come tutti gli amori. A volte mi chiedo se sono io che mi sono allontanato o se è la città che si è allontanata da me. Non l'ho ancora risolto. Di certo io questa Bologna non la conosco più come la conoscevo fino agli anni Novanta. Da allora in poi mi è cambiata sotto gli occhi e io non mi sono adeguato al suo cambiamento. In quegli anni uscivo di sera, sapevo dove andare, sapevo dove trovare le cose che mi interessavano, gente che leggeva, gente che faceva teatro, non nei teatri ufficiali, ma nei buchi, nelle cantine, nei sottoscala, sapevo dove trovare tutto questo. Poi ho cominciato a perdere la topografia culturale della città e la mia Bologna è rimasta un ricordo del passato, che io amo molto e amo ancora, come i vecchi amori non si dimenticano mai. Però io la Bologna di oggi non la conosco e non la riconosco. D'altra parte ci sono una quantità di giovani scrittori, giovani anche letterariamente, che la frequentano e la conoscono meglio di me e quindi la raccontano meglio di come potrei fare io. Perché per raccontare bene un luogo bisogna conoscerlo, bisogna andare dietro le pieghe. Io sono andato nei sotterranei, proprio perché ho scoperto che fanno parte della città. Addirittura i sotterranei sono la parte più conservata di Bologna. In superficie, tra bombardamenti, demolizioni, costruzioni, è cambiata. Sotto è rimasta quella che era! E non sono i sotterranei che si possono visitare oggi. Ci si deve andare come speleologi, infilarsi in cunicoli, vedere non solo quella parte illuminata che ti accompagnano a visitare: ce n'è un'altra! Sono chilometri e chilometri di sotterranei che collegano palazzi con altri palazzi nobiliari, conventi con chiese, è una vera e propria città sotterranea che conserva intatto il suo passato e lì lo si scopre. Io l'ho scoperto raccontandolo. E l'ho raccontato talmente bene che ancora oggi I sotterranei di Bologna è sempre in libreria ed è dal '94 che sta lì e si continua a vendere. È stato tradotto in molti paesi. Mi arrivano telefonate da agenzie turistiche tedesche che mi danno l'appuntamento da qualche parte per accompagnare questi turisti nei sotterranei, sono venuti degli studenti delle scuole medie superiori francesi e li ho accompagnati in Via dell'Inferno, mettendomi d'accordo per visitare le cose che sono visitabili, non quelle che ho visto io. Quindi, voglio dire, ha colpito nel segno! Tant'è vero che prima non ci si andava nei sotterranei, ma dopo il mio romanzo qualcuno si è dato da fare ed ha organizzato questi percorsi, l'hanno scoperto, ed io sono orgoglioso di questo, ma prima del mio romanzo non se ne parlava. Oppure se ne parlava fra addetti ai lavori, cioè persone che sapevano dell'esistenza di questa parte della città antichissima e ancora conservata.


5. Tra il 1987 e il 1988 è andata in onda una lettura radiofonica in 13 puntate dei tuoi racconti, I misteri di Bologna, e sul tuo sito (www.loriano-macchiavelli.it) si legge che fra i tuoi progetti c'è quello di completare la trilogia dei misteri italiani irrisolti iniziata con Funerale dopo Ustica e proseguita con Strage. In entrambi i casi, come hai affrontato le ricerche sui diversi enigmi?

Allora, ti dirò che sta per uscire il terzo. L'ho scritto. Il titolo è ancora provvisorio, ma dovrebbe uscire ad Ottobre o Novembre di quest'anno. Questo romanzo affronta, come gli altri, un segreto (perché non sono mai misteri, sono segreti tenuti ben nascosti: il mistero non lo si conosce, qui si sa chi c'è dietro!). Per la trilogia dei segreti italiani mi sono documentato con il materiale che è a disposizione di tutti. Tutti potrebbero capire cosa c'è dietro se solo avessero voglia di documentarsi. Ci sono le sentenze dei tribunali nei casi in cui il processo è avvenuto, ci sono le documentazioni che riguardano le inchieste, insomma c'è tutto. Per l’ultimo mi sono letto la sentenza del processo di Viterbo per la strage di Portella della Ginestra, 1947, quindi andiamo indietro parecchi anni. La strage di Portella della Ginestra si è svolta in Sicilia. Tre paesi, che si chiamano Piano degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, hanno dato le loro vittime in questo massacro del bandito Salvatore Giuliano. Io ho letto le 850 pagine della sentenza del processo di Viterbo, e, ti assicuro, non è una cosa facile, con tutti i tecnicismi che ci sono, però lì dentro ho scoperto delle cose meravigliose, straordinarie, che ho cercato di trasferire nel romanzo: per esempio, le contraddizioni della legge, le contraddizioni dello stesso giudice che ha emesso la sentenza contro la Banda Giuliano. In certi passaggi afferma una cosa e venti o trenta o quaranta pagine dopo esattamente il contrario, dimostrando come la legge possa essere interpretata e quindi manipolata. È un romanzo che spero leggeranno in molti! Sono stato a Piana degli Albanesi. Ho incontrato anziani che all’epoca della strage avevano dieci o dodici anni e adesso ne hanno novanta... Ho intervistato gente che mi parlava e piangeva ancora a quel ricordo. Ho intervistato un signore a cui è morto un amico mentre giocava insieme a lui, su quel prato di Portella della Ginestra: l'hanno colpito e gli è caduto in braccio. Mentre racconta, ancora oggi, a distanza di quasi settant'anni, questo dolore è radicato dentro. Queste sono le indagini che faccio e che non mi servono solo per il romanzo, mi servono per capire anch'io in che paese vivo. E spero che per chi leggerà questi romanzi si apra uno spiraglio per capire che viviamo in un paese che non conosciamo! Non sappiamo cosa c'è dietro la facciata. Questo è il motivo per cui ho scritto questa trilogia, che, per altro, ho iniziato con uno pseudonimo, mentre quest'ultimo romanzo sarà pubblicato con il mio vero nome.


6. Infatti, con lo pseudonimo di Jules Quicher, tu hai pubblicato Funerale dopo UsticaStrage, in cui ti sei occupato di due dolorose tragedie italiane. Come descrivi l'esperienza di scrittura e, in seguito, pubblicazione di questi due titoli?

Questi due titoli sono stati per vari versi, per me, molto drammatici. Con Funerale dopo Ustica, qualcuno (non ti sto a dire chi perché non è il caso di risollevare vecchie polemiche sopite...) mi ha accusato di aver sfruttato questo avvenimento per scopi economici, che è una cosa vergognosa soltanto il pensarlo. Mi hanno detto: “ti sei nascosto dietro uno pseudonimo”, ma io mi sono nascosto perché questo faceva parte di un progetto editoriale! Siccome in quegli anni ancora chi scriveva thriller o romanzi di spionaggio o romanzi noir in Italia veniva snobbato, io ed il mio editore, Rizzoli, avevamo pensato di fare una sorta di gioco: nascondermi dietro uno pseudonimo e, se i romanzi avessero avuto successo, come ebbero poi, fare una conferenza stampa e dire: “ecco, guardate, voi critici, studiosi, giornalisti, editori...”. Perché anche gli stessi editori credevano che gli italiani non potessero vendere. Oggi sono in testa alle classifiche. Questo era il gioco, cioè dimostrare che i thriller li sappiamo scrivere anche noi. Dunque io non mi nascondevo e non c’era dietro nessuno scopo egoisticamente economico. Tutto questo, però mi aveva fatto perdere gli amici. La seconda tragica esperienza è stata Strage, che cinque giorni dopo l'uscita è stato sequestrato e io sono stato portato in processo da un personaggio che si è riconosciuto, mi ha minacciato e mi chiedeva due miliardi di lire di risarcimento danni. Il processo c'è stato e sono stato assolto “per diritto e dovere di cronaca”, perché il pensiero è libero e anche l'espressione scritta deve essere libera. Però dopo la mia assoluzione il romanzo non è tornato in libreria. Ci è tornato nel 2010, in occasione del trentesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, grazie all'Einaudi che ha deciso di ristamparlo. E l'abbiamo riproposto con grande successo, devo dire, perché anche questo è ancora in libreria . È un romanzo al quale tengo molto, perché è uno spaccato della nostra storia che a molti è rimasto oscuro, ed invece bisogna squarciarlo, vedere al di là di quel velo che ci hanno messo davanti agli occhi. Entrambi i romanzi mi hanno lasciato amarezza per le vicende di cui ho detto, ma anche soddisfazione: sono ancora venduti e letti. C'è un fatto che continua a tormentarmi: Funerale dopo Ustica non lo ristampano: l'avvocato dell'editore ha detto: “No, questo romanzo si porta dietro dei problemi!”. Siamo nel 2015 e ancora viviamo momenti tristi. Se non puoi scrivere in un romanzo quello che pensi, vuol dire che qualcosa non funziona in questa società. Nel 1989 uscì e nessuno si preoccupò di questioni legali. I tempi sono cambiati. In peggio?


7. Nella tua lunga esperienza di scrittura (non bisogna dimenticare che Sarti Antonio ha compiuto quarant'anni, come Maigret!), dai tuoi primi titoli ad oggi, cosa ritieni sia cambiato, sia in te, nel tuo metodo di scrittura e ricerca, sia nei luoghi in cui ambienti i tuoi romanzi? 

Non sono in grado di dirlo. Se lo sapessi sarei un genio. So però che scrivere un romanzo oggi è molto più complesso e faticoso per me di quand’ero giovane, forse perché avevo più coraggio e ed ero più convinto che servisse. Oggi non ho più né il coraggio né la certezza. Per cui, devo avere documenti, devo avere materiale che conforti le mie idee. Se quest’ultimo romanzo lo avessi scritto nel 1990 non sarei andato a Piana degli Albanesi. Avrei pescato nella fantasia, inventato tutto, ma oggi ho bisogno di respirare l'atmosfera dei luoghi prima di mettermi a scrivere Così sono andato a Portella della Ginestra, ho calpestato quel prato dove è stato versato il sangue di quei disgraziati che Giuliano massacrò allora, in quel 1° Maggio 1947, a colpi di mitragliatore. Le sensazioni sono diverse ed è diverso l'approccio alla scrittura del romanzo proprio perché in me è mutato qualcosa. Ho perso la sicurezza e il coraggio della gioventù, come è giusto che sia, però credo di aver acquistato quel minimo di equilibrio che mi permette di scrivere con maggiore serenità. Ecco cosa credo sia cambiato da allora a oggi.