STORIA DELL'IDEA D'EUROPA

Federico Chabod

STORIA DELL'IDEA DI EUROPA

Bari: Laterza, 2015

pp. 171, € 9,50

ISBN 9788842046707

 

di Francesca De Simone

 

Quest’opera di Chabod non è solo un manuale di storia, si configura bensì come riflessione particolarissima che taglia trasversalmente la storia europea partendo dalla domanda: “Quando e perché gli europei cominciano ad avere coscienza di sé in quanto europei?” L’argomento riprende il nucleo di un corso universitario che Chabod tenne, per la prima volta, alla Facoltà di Lettere di Milano nel 1943-44 e il testo è la copia di dispense di un corso successivo, più ampio, del 1958-59. L’opera costituisce certo una preziosa e chiara ricostruzione degli snodi centrali della nostra storia, anche se forse paga un po’, con alcune ripetizioni, il fatto di essere ripresa da lezioni universitarie. La storia d’Europa qui trattata va dalle Guerre persiane alla prima metà dell’Ottocento e l’autore riesce, in poche pagine, a sottolineare i momenti di svolta, nel passaggio da un periodo all’altro, e a mostrare come si siano poi articolati in modo da formare la coscienza europea nel suo insieme. Chabod procede, da un punto di vista metodologico, all’integrazione di due canoni: «il canone della contrapposizione» e quello della «storia integrale». Il primo mette in rilievo che la ricostruzione dei caratteri dell’Europa, fatta da storici europei, procede attraverso la contrapposizione con, e la differenza da, chi europeo non è; il secondo canone, che fa del testo un’opera completa e sfaccettata, diversa da un semplice manuale di storia, è proprio la scelta di non individuare un solo ambito della storia europea da trattare, bensì di affrontare l’analisi di tutti i caratteri centrali nella formazione di una civiltà: la vita spirituale, le considerazioni politiche, i rapporti tra politica ed economia, la produzione culturale. Chabod riesce spesso ad integrare i vari ambiti, ma la scelta delle fonti, quasi sempre testi di grandi intellettuali come Machiavelli, Montaigne, Montesquieu, Voltaire, tradisce forse una propensione alla ricerca delle tracce culturali a discapito di considerazioni di natura politica, nel senso più tradizionale del termine.


Si inizia con l’analisi della cultura antica e in particolare con il primo momento di formazione della coscienza europea: la contrapposizione tra la libertà europea (intesa come libertà politica, cioè partecipazione di tutti alla vita pubblica) e il dispotismo asiatico (considerato come la schiavitù di un popolo all’arbitrio del despota). Questa polarità, che resterà motivo centrale della storia politica d’Europa e della sua pretesa superiorità rispetto all’Oriente, si trasformerà, in età romana, nella distinzione fra romani e barbari e, successivamente, in quella tra cristiani e turchi. Ciò che risulta interessante è lo spostamento del centro culturale d’Europa dalla Grecia a Roma che trova la sua ragione nella formazione del paradigma della christianitas. Questo è il primo elemento centrale della cultura europea: «Il termine ‘Christianitas’ fa parte, nel sec. XII, del vocabolario abituale: il termine ‘Europa’ non gli fa concorrenza, perché non è usato se non in senso geografico» (p.29). La christianitas indica l’unità morale degli uomini e sarà utilizzata e rielaborata dall’Umanesimo con maggiore attenzione al carattere culturale rispetto a quello religioso. È qui che troviamo il secondo concetto essenziale nella definizione della cultura europea, il concetto di civiltà. Nel ‘500 la definizione del carattere europeo vede perdere la centralità del concetto di christianitas e la scoperta dell’America è il momento in cui vengono superate le colonne d’Ercole geografiche e culturali poste nel passato. Il momento che costituisce un punto di svolta della formazione della civiltà europea. Il confronto con le popolazioni delle Americhe muta la coscienza che gli uomini europei hanno della propria cultura e fa sorgere una nuova contrapposizione, quella tra civiltà e primitività.


La civiltà europea viene ora caratterizzata a partire da vari elementi: innanzitutto la città, centro e principio del vivere civile; una vita economica ben regolata a partire da agricoltura, commercio e industria; una vita politica basata su un’organizzazione stabile di poteri pubblici miranti al bene comune; una vita culturale e morale fondata sulle norme della religione cristiana e sulla tradizione letterario-scientifica dell’antichità; una vita sociale che salda l’organizzazione politica con quella economica. Con il Seicento e il primo Settecento poi, i temi illuministi di esaltazione delle scienze, delle arti, dei progressi dello spirito umano, la polemica contro il fanatismo religioso e la libertà politica caratterizzano la civiltà europea rispetto alle altre civiltà e non più rispetto alla primitività. È soprattutto l’ideale del progresso, messo in luce da Voltaire, a costituire la prerogativa della cultura europea. «Scienza, progresso: questo è Europa e solo Europa. […] Abbiamo preso dagli altri, abbiamo sviluppato, perfezionato, ed oggi siamo i primi». (pp.113- 114) Quello che viene fuori dalle riflessioni degli illuministi è un’idea di Europa come «corpus a sé, con proprie caratteristiche politiche, sociali, culturali, con una propria tradizione» (p. 119). Possiamo quindi affermare che è il Settecento a definire compiutamente i caratteri dell’Europa così come la conosciamo, ma, sottolinea Chabod, la tendenza cosmopolitica dell’Illuminismo e la sua definizione della civiltà europea, hanno portato, paradossalmente, nell’Ottocento, al sorgere di una forte polemica antieuropea: la distanza tra la coscienza europea degli illuministi e quella dei romantici «s’ha da ricercare proprio nel rapporto che si istituisce fra l’Europa e le nazioni, cioè fra il tutto e le singole parti» (p. 130). In epoca romantica «si teme che l’universalità soffochi l’individualità, ed il generale sopprima il particolare» (p.122). Si afferma così l’idea di nazione, non come fatto etnico-linguistico, già operante da tempo, ma come «coscienza», volontà di essere nazione. La civiltà europea si trasforma nuovamente verso l’integrazione delle culture che la formano: è vista ora come il risultato degli apporti forniti dalle varie nazioni nella loro storia e nei loro sviluppi culturali. Ciò porta alla rivalutazione, non solo delle culture nazionali, ma anche alla formazione di un nuovo concetto di storia: non più la descrizione immobile, statica di ciò che è l’Europa adesso, ma la ricostruzione del percorso secolare che ha portato alla sua formazione. Guizot, storico francese dell’800 che Chabod cita spesso, ricostruisce la storia della civiltà europea proprio integrando la molteplicità di sistemi diversi e di proposte culturali particolari. «Fermo restando dunque il concetto settecentesco dell’unità della civiltà europea, quest’unità si presenta ora articolata, ricca di una molteplicità di motivi e di una varietà di toni che permettono appunto di esaltare ad un tempo l’unità europea e le singole civiltà nazionali, cioè la nazione, questo nuovo ideale del pensiero europeo». (pp. 144-145) 


Nonostante quindi la differenza nella coscienza storica tra ‘700 e ‘800, i temi rimangono comunque quelli definiti dall’Illuminismo: la considerazione della grandezza dell’Europa come unità civile, il senso di superiorità rispetto alle altre civiltà e la fiducia nell’avvenire, tanto che la conclusione cui giunge Chabod è proprio che «il sentire europeo è un sentire di schietta impronta illuministica». (p.161) Questo ci dimostra quanto l’esaltazione dell’ideale di ‘nazione’ portato avanti nell’Ottocento non abbia nulla a che fare con la polemica antieuropeista di oggi. Questa ha perso ogni risvolto positivo di tutela delle culture e delle specificità nazionali, per virare verso una ripresa del più basso e pericoloso nazionalismo che sempre riguarda logiche di mercato. Chabod precisa anche che «Il senso europeo è costituito da volontarismo e non da naturalismo», cioè si fonda sul «senso di solidarietà morale e di connessione spirituale, non di solidarietà razzistica». (p.171) Certamente la cultura settecentesca riconosceva «che tra le varie razze ci siano profonde differenze […] Ma che dal fatto razza, in sé e per sé, dipenda l’esprit, la génie di una nazione o dell’Europa, questo né Voltaire né i suoi colleghi di fede illuministica si sognarono mai di pensare». (p.172) Oggi assistiamo, invece, ad una ripresa dei temi dell’intolleranza religiosa e della volontà di esclusione di ogni tipo di diversità e anche l’ideale di libertà politica, che ha caratterizzato la superiorità dell’Occidente nella storia, viene oggi utilizzato come alibi per la conquista. Sembra davvero allora che gli ideali culturali e morali da cui è nata l’Europa siano stati come minimo fraintesi, quando non volontariamente traditi.