IL MALE NECESSARIO

Arturo Mazzarella

IL MALE NECESSARIO. Etica ed estetica nella scena contemporanea.

Milano: Bollati Boringhieri, 2014

pp. 158, € 14,00

ISBN 9788833923840

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Nel 1927, lo scrittore polacco Aleksander Wat pubblicava la raccolta di racconti intitolata Lucifero disoccupato (la traduzione italiana è uscita nel 1994 per i tipi di Salerno Editrice); il racconto che dà il titolo al libro narra la vicenda di uno sfortunato Lucifero, in giro per l'Europa cercandosi un mestiere: quelli che lui sapeva fare non stupiscono più l'uomo della contemporaneità. I redattori della rivista anti-religiosa gli dicono che non possono accettare uno che crede nell'esistenza di Dio; i congregati ad una seduta spiritica lo accusano di non far vedere nulla che possa venire rilevato dai loro misuratori di “metaplasma”; l'inventore-ingegnere gli ricorda che può solo far volare le streghe sulle scope, mentre nel 1927 i transatlantici solcavano l'Atlantico con centinaia di persone a bordo; il presidente dell'ordine dei medici gli fa notare che la possessione demoniaca non conta nemmeno più come malattia; l'imprenditore petrolifero gli rimprovera il voler creare ex nihilo nuovi pozzi, per via della sua ignoranza in termini di deprezzamento della materia prima; l'agente di borsa gli spiega che nella borsa l'unica forza divina ammissibile è quella della moneta; gli sportivi gli dicono che le sue di forze divine, per giunta, sono completamente anti-sportive; i poeti lo ostracizzano come una vecchia fiaba a cui nessuno crede più; lo storico, per metterla in termini vichiani, gli dice che la storia profana studiata in ogni suo dettaglio è molto più importante della storia sacra, che porta solo alla confusione; il giornalista lo scoraggia, dicendogli che comunque la storia profana è molto più piena di miracoli che non le vicende delle sacre scritture; il ministro della difesa gli risponde che il suo signoraggio delle guerre non serviva più, allora che la pace era diventata molto più conveniente delle aggressioni militari; il metafisico, nel rendersi conto di avere davanti a sé un essere al di fuori del mondo, non ci mette molto a spararsi un colpo di rivoltella; il direttore del circo dice che con il cinema e la radio non si poteva competere e che i suoi affari sarebbero da lì a poco terminati; il vescovo non accetta il suo pentimento perché ciò porterebbe ad un'eresia.

 

Uno scienziato sociale è l'unico che riesce a dargli un consiglio utile: Lucifero deve diventare attore di cinema, l'unico modo di riconquistare l'immaginazione degli uomini ed evitare la fine che fa l'Uomo Nero nel bellissimo film animato Le 5 leggende (2012) di Peter Ramsey. Riflettere su male e società è quindi lo spunto per questa recensione. Nel 1951, Hannah Arendt scriveva ne Le origini del totalitarismo: «l'uomo del XX secolo si è emancipato dalla natura come quello del XVIII dalla storia. Storia e natura ci sono diventate altrettanto estranee, nel senso che l'essenza dell'uomo non può più essere compresa con le loro categorie». Arturo Mazzarella, sessantatré anni dopo, ha un'opinione simile, ma disarmante nella sua sincerità: «inoltrandoci negli ultimi decenni del Novecento abbiamo notato che l'aspetto esplicitamente trasgressivo per tradizione associato al male è andato via via sbiadendo, fino a scomparire, rientrando nella normalità dell'esperienza (non nella “terribile normalità” evocata da Hannah Arendt)» (p. 40). A discapito delle connotazioni etiche, è venuto a formarsi un certo spessore estetico

del male, intravedibile ad esempio nelle differenze che intercorrono fra le personificazioni di Joker di Jack Nicholson in Batman di Tim Burton (1989) e di Heath Ledger in The Dark Knight di Christopher Nolan (2008). Superando, gentilmente, i giudizi di valore del tipo “x è più bravo attore di y”, riflettiamo sul male nel mondo dopo Hiroshima e Nagasaki.

 

«L'ideale del vero, racchiuso in una sobrietà che per ampi tratti, almeno, è totalmente priva di pretese, si rivela – di fronte alla distruzione totale – come l'unico motivo in grado di legittimare chi continua a dedicarsi all'attività letteraria. Ricavando effetti estetici o pseudoestetici dalle rovine di un mondo devastato, la letteratura contravviene invece alla propria legittimazione»; così scrive Winfred Sebald a pp. 59-60 della sua Storia naturale della distruzione (2004), uno dei libri commentati da Mazzarella. In pratica: in un mondo devastato, il male risulta invisibile perché ovunque c'è traccia di esso, dietro ogni angolo aspetta, pronto al peggio. Ma la sua caparbietà non è gratuita: esso è migrato dal dominio dell'etica ai campi liberi della produzione artistica come reazione al «potere del Bene, la sua tirannica imposizione – almeno dal 1945 – quale modello privilegiato della vita individuale e collettiva che ha finito per generare il male come punto di resistenza» (volume recensito, p. 41). Il libro di Sebald ripercorre il silenzio letterario tenuto dagli intellettuali della vecchia Repubblica Federale Tedesca, silenzio rispetto alla distruzione portata avanti dalle incursioni di bombardieri delle forze alleate, silenzio che si verificò parallelamente ad una ferrea volontà di risorgere dalle rovine e allo sgomento più atroce per via dei segreti oscuri dell'hitlerismo. La volontà di dimenticare però degli scrittori tedeschi, tacendo sugli aspetti più tragici dell'occupazione angloamericana, è un esempio eclatante di ciò che Mazzarella chiama impassibilità e distacco sensoriale, i soli tratti distintivi rimasti al male per far notare la sua presenza fra di noi. Impassibilità e distacco sensoriale rispetto alla distruzione, come se il bombardamento a tappeto dei centri urbani fosse stata l'unica forma in cui la storia avrebbe potuto continuare ad andare avanti, come se tacere sulla distruzione causata dagli Alleati portasse automaticamente alla «tacita autoassoluzione della nazione tedesca» (p. 121). L'inchiesta di Sebald ci fa capire che è possibile pensare al male al di fuori dell'hitlerismo.

 

Pensare il bene era semplice nel 1985, quando tutte le stelle del cielo discografico si riunivano per cantare un brano con lo scopo di raccogliere fondi per assistere i bambini africani. Ma per pensare il male come fattore creativo, sfruttando i benefici dell'impassibilità e del distacco sensoriale, era naturale che il XX secolo si chiudesse con la comparsa di Michel Houellebecq (naturale quanto bombardare per la pace) sulla scena letteraria. Di recente è uscita la traduzione del suo ultimo romanzo, Sottomissione (Bompiani, 2015), che conferma le accurate osservazioni di Mazzarella nei capitoli del volume recensito, che ne trattano le opere anteriori, in particolare Le particelle elementari (1999) e Piattaforma (2009). I personaggi impassibili e sensorialmente distaccati di Houellebecq rispecchiano il parallelismo alla base dei mondi devastati descritti nei suoi libri, lo stile narrativo che vuole equivalenti e parallele la deformazione individuale e la degradazione collettiva; i personaggi di Houellebecq sono gli uomini di cui parlava la Arendt, senza storia e senza natura, che sono riusciti finalmente a convivere con queste mancanze: tutto è fatto di particelle elementari (mi chiedo dove era quel buontempone di Alan Sokal nel 1999) e «non esiste un nesso che leghi gli eventi tra loro o permetta di unificare in una visione di insieme le singole partizioni di materia che, entrando in rapporto, determinano, di volta in volta, un evento» (p. 49). Eppure, le mutazioni metafisiche sussistono, vogliono dare una sensatezza alla completa insensatezza del male contemporaneo, e lo vogliono fare dal punto di vista degli uomini buffi e forse un po' erotomani di Houellebecq. Personaggi che colgono questi cambiamenti epocali nell'evoluzione delle pubblicità dei bordelli parigini dell'inizio del secolo scorso. «Avevo provato un autentico choc notando che alcune delle specialità sessuali proposte da Mademoiselle Hortense non mi dicevano assolutamente niente. Non capivo assolutamente cosa potesse essere il “viaggio in terra gialla”, né la “saponetta imperiale russa”. In un secolo, dunque, il ricordo di certe pratiche sessuali era scomparso dalla memoria degli uomini – un po' come scompaiono certi saperi artigiani, tipo quello degli zoccolai o quello dei campanari. Come non condividere, quindi, l'idea della decadenza dell'Europa?» (pp. 217-218).

 

Inconsapevolezza generalizzata davanti alla completa insensatezza delle particelle elementari che, vibrando, fanno vibrare i corpi che compongono e li avvicinano in modo ipnotico verso le loro sessualità: sembra proprio di ascoltare Lucifero quando passava davanti ai moderni posti dove la gente va a ballare al ritmo dei nuovi ritmi demenziali suonati dal vivo: «la selezione sessuale, minacciata nella forma che aveva avuto finora, protende milioni di braccia di danzatori verso corpi femminili. Brama di fare del mondo un enorme organo sessuale eccitato». Come fare quindi la prossima volta, per distinguere le particelle elementari dalla Gasolina di Daddy Yankee (2004)? Ecco, il libro di Mazzarella è imprescindibile per aiutarci a distinguere, in mezzo a un mondo devastato da splatter e speedcore, fra una miriade di manifestazioni artistiche che pongono se stesse come trasgressive e pertinenti al male, in una giungla di trovate editoriali e pubblicitarie. Per conto nostro, vogliamo pensare che anche in un mondo devastato è

possibile provare qualcosa, e per giunta qualcosa di non vincolato al male; qui possiamo solo riportarne la testimonianza, nei versi immortali di un connazionale, il poeta César Vallejo: «e in questa ora fredda, in cui la terra / trascende a polvere umana ed è così triste / io vorrei bussare a tutte le porte, / e supplicare il perdono a non so chi, / e offrirgli pezzettini di pane fresco / qui, nel forno del mio cuore...!» (El pan nuestro, in Los heraldos negros, 1919).