UOMINI E MACCHINE

Lorenzo Pinna

UOMINI E MACCHINE. La sfida dell’automazione.

Torino: Bollati Boringhieri, 2014.

pp. 173, € 15,00

ISBN 9788833924304

 

di Elisa Baioni

 

«L’automazione, cioè la capacità di costruire macchine e congegni sempre più intelligenti, efficienti, precisi, e in grado di compiere operazioni complesse senza alcun aiuto umano, finirà per eliminare un numero via via più grande di posti di lavoro un tempo destinati all’uomo? […] In termini brevi e brutali: i robot, o gli algoritmi, sostituiranno l’uomo? E con quali conseguenze economiche, sociali e addirittura psicologiche? Questo è il tema del libro» (p.15).

illustrazione di Alessandro Spedicato

Che l’Italia sia un paese di scarsa «coscienza tecnologica» si intuisce dalla generale sottovalutazione del ruolo centrale che la scienza e le sue applicazioni pratiche rivestono nello sviluppo di una società. Massima espressione di questa «incoscienza» è il dibattito politico italiano, perennemente concentrato su se stesso, «[…] come se i posti di lavoro, il reddito, il welfare dipendessero [solo] da decisioni prese dal governo, da leggi approvate dal Parlamento, dai risultati elettorali, dalla formazione di nuove maggioranze ecc.» (p.9) e non dai «motori dello sviluppo» (p.10): la ricerca, l’innovazione e l’educazione. Minimizzare il peso della tecnologia per la società, trascurando l’innovazione, la diffusione ma soprattutto l’educazione a un suo uso consapevole, ci lascia impreparati di fronte alla sfida che un impiego sempre più consistente di nuove tecnologie pone all’economia e alla società, prima tra tutti l’esclusione dal mondo del lavoro.

 

Il nocciolo del problema sta nel rapporto tra occupazione e reddito: «Macchine e robot sostistuiscono l’uomo come lavoratore/produttore, ma non possono sostituirlo come consumatore» (p.152). Allontanando un numero sempre maggiore di persone dai cicli produttivi, seppur in nome di una capacità produttiva pressoché illimitata e potenzialmente in grado di soddisfare ogni bisogno, le macchine ci consegnerebbero un «un sistema capace di produrre una ricchezza straordinaria, ma non di distribuirla» (p.151), con conseguente disuguaglianza sociale sempre più marcata. Accanto a previsioni pessimistiche sul rapporto uomo-macchine, si affiancano quadri meno drastici, per cui l’impiego di robot porterà certamente a una radicale trasformazione del mercato e delle professioni richieste, ma non ad un impoverimento di posti di lavoro. Innanzi tutto, è scorretto pensare che vi sia una sorta di quantità fissa di impieghi usufruibili che, se occupata dalle macchine, lasci gli uomini fuori dai giochi. In secondo, l’uso di autonomi rende più economico il prodotto finale: «quel risparmio dovuto ai prezzi più bassi può trasformarsi in una nuova domanda e dirigersi verso altri beni e servizi, stimolando la

crescita di altri settori e quindi nuova occupazione» (p.153). Che ci si immagini un futuro a tinte fosche o meno, su una cosa sembrano concordare sia pessimisti che ottimisti: se si vorrà preparare le generazioni future alla sfida posta dalle macchine, sarà necessario un massiccio investimento nel sistema scolastico.

 

Informarsi è necessario. Questo è il principale messaggio del saggio di Lorenzo Pinna — giornalista e divulgatore scientifico (www.lorenzopinna.com) — che, per inquadrare meglio la questione, prende le mosse dall’analisi della Rivoluzione Industriale e della nuova Era Elettronica, nonché del mutare del rapporto tra uomini e macchine. Il libro di Pinna offre una lettura storica del cammino che ci ha portati dal telaio meccanico e dalla locomotiva a vapore fino al computer, prestando particolare attenzione alle letture che gli economisti fecero di quegli eventi, e a come cambiò nell’immaginario comune il ruolo della tecnologia. Secondo Piero Angela, che del saggio di Pinna scrive la prefazione, «Due punti vengono […] messi in evidenza nel libro: il grande sviluppo industriale tra Otto e Novecento aveva aperto grandi opportunità di occupazione, che oggi non sembrano più ripetibili: è stata una “singolarità”. L’altro punto, […] è che non si può entrare in questo nuovo mondo senza una preparazione adeguata» (p.11).

 

Di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione al problema della convivenza con le nostre invenzioni, fornire alle nuove generazioni una preparazione adeguata sembra essere l’unica mossa efficace da compiere. «Nella seconda Rivoluzione industriale (1865-1915) l’istruzione di massa insegnò a leggere, scrivere e far di conto, fornendo le conoscenze di base necessarie a lavorare nelle fabbriche e negli uffici, e a cavarsela nell’ambiente urbano dove la maggior parte della popolazione si stava trasferendo dopo millenni di vita nelle campagne. Oggi queste conoscenze non sono più sufficienti, […] Competere con le macchine è una causa persa. La strategia è collaborare con le macchine, cioè saperle usare […]» (p.182). Per Pinna, però, quel «saperle usare» va molto oltre l’idea che vi sia un patrimonio di nozioni e concetti da acquisire, cioè un livello minimo di conoscenze oltre il quale si è adatti a vivere nel nuovo millennio. In poche parole, il punto non è diventare tutti ingegneri o esperti di informatica. Fondamentale è alimentare continuamente il proprio spirito creativo e la curiosità, cioè la capacità di inventarsi e saper inventare, cosa che si può fare soltanto se si smette di pensare all’educazione come a una trasmissione unidirezionale di nozioni. Su questo punto scrive anche Stefano Moriggi, filosofo della scienza che a lungo si è occupato di tecnologia ed educazione, il quale sottolinea come il mezzo più potente che una persona possa avere a disposizione per orientarsi nella società odierna sia «La capacità, acquisita sul campo, di analizzare a affrontare criticamente circostanze e questioni inedite, di vagliare e selezionare l’attendibilità e l’utilità di dati e fonti» (S. Moriggi, Connessi, p.56), capacità che un uso consapevole delle nuove tecnologie ci costringe a mettere in atto. Per Moriggi, perciò, la tecnologia non è affatto una protesi di cui liberarsi in nome di un’«esperienza autentica», ma un incentivo a sviluppare un pensiero critico, che significa rendersi conto di quanto «Insidie e opportunità si co-appartengono nella potenza di un mezzo destinato a “sradicare” consuetudini, relazioni, istituzioni e, perciò stesso, portatore di nuovi orizzonti concettuali: tutti da comprendere nella loro profonda e sfaccettata equivocità» (S. Moriggi, Connessi, p.45).