LA PORTA DELLE STELLE: L'OLTRE SECONDO KUBRICK

di Letizia Morellini

 

2001: Odissea nello spazio nasce dalla collaborazione gomito a gomito del regista-sceneggiatore Stanley Kubrick e dello scienziato-scrittore Arthur Clarke, a partire dal racconto The Sentinel, datato 1948, dello stesso Clarke. Due grandissimi nomi dei rispettivi campi danno vita a quello che è tutt’oggi considerato uno dei migliori film di fantascienza mai prodotti dall’industria cinematografica. La pellicola presenta una gran varietà di temi tipici dell’hard science-fiction: la vita dell’uomo nello spazio, il viaggio spaziale, l’intelligenza artificiale. Ognuno di questi argomenti viene trattato, dal regista come dallo scrittore, con grande attenzione alla verisimiglianza, di modo tale che ogni veicolo, ogni ambiente, ogni movimento delle navette risulti scientificamente plausibile: la gravità artificiale è prodotta dalla rotazione dell’intero veicolo sul suo asse; gli ambienti interni delle astronavi sono strutturati in modo che tutti gli spazi, pavimento soffitto e pareti, siano adoperabili e percorribili, perché in assenza di gravità l’alto e il basso non hanno reale significato; il velcro è adoperato per camminare (sarebbe meglio dire “aderire”) all’interno delle navi senza gravità, e il cibo è servito in cannuccia. Tutti accorgimenti che vengono effettivamente adoperati dagli astronauti, come è documentato dai numerosi “tour” guidati all’interno della International Space Station, ad eccezione della gravità prodotta da rotazione. Quanto tutto questo dovesse risultare avveniristico e palpabilmente reale agli occhi del pubblico -e sicuramente fu così- è dato anche dal fatto che l’allunaggio dell’Apollo 11 doveva avvenire solo da lì a un anno. In questa sede, comunque, tralascerò i temi sopracitati per concentrarmi su quello che occupa la sezione finale del film, intitolata Giove e oltre l’infinito.


Dopo averci narrato l’evoluzione dell’umanità da uno stato bestiale a uno stato “civilizzato” ad opera di una inquietante e non meglio nota entità aliena, la scoperta sul terreno lunare del monolite nero, e infine il terrificante viaggio verso Giove della Discovery One, Kubrick conduce gli spettatori, il comandante David Bowman e con lui, metaforicamente, l’intera umanità sull’orlo del mistero: attorno a Giove gravita un secondo gigantesco monolite. La Porta delle Stelle, come la chiama Clarke nel suo libro. Dimentichiamo la sofisticata tecnologia delle sezioni precedenti: da qui in poi la comprensione razionale si arresta, non è più sufficiente per interpretare ciò che avverrà.

E’ proprio a proposito del finale del suo film che Kubrick disse, nel momento in cui si accesero le luci nella sala londinese della prima: “Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto”. È sempre il regista ad affermare in un’intervista: “Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio». (corsivo mio, N.d.A.)


Kubrick è certo stato un provocatore per tutta la sua carriera, ma credo che con quelle affermazioni non volesse solamente esasperare o sconcertare pubblico e critica, ma volesse bensì fornire una chiave interpretativa della pellicola, così come lui l’aveva intesa. Kubrick chiede al pubblico di abbandonare ogni tipo di coordinata razionale, di subire con David una esperienza sì visiva, ma anche spirituale, a suo modo mistica: è la rappresentazione cinematografica del contatto tra l’uomo e un’entità talmente altra e “oltre” da potersi chiamare divina. Ora, che il monolite sia effettivamente un’entità divina non è dato saperlo: potrebbe trattarsi di un membro di una civiltà aliena, di una macchina, di qualsiasi cosa. Il regista non lo palesa e l’uomo non lo sa e non lo può scoprire in alcun modo. E’ però cosa certa che la soglia, sia essa una vera e propria porta, o un ponte, una scala, una grotta, un tunnel o altro ancora, è sempre stata considerata dalla tradizione mitologica-mistica-letteraria un luogo speciale per l’incontro con l’assolutamente “altro” da noi. La soglia segna il limen tra l’umano e il mistero, e chi decide di varcarla compie un viaggio verso l’inconoscibile. Esempi? Il Bifröst, la “via tremula” della mitologia norrena, unico ponte di collegamento tra il piano degli uomini e la dimora degli dei, come sta scritto nell’Edda Poetica; la Scala che in sogno Giacobbe vede prolungarsi verso il cielo e dalla quale proviene la voce di Dio annunciandogli lunga discendenza; la “porta stretta” della tradizione cristiana che conduce, metaforicamente, al Paradiso. Venendo alla letteratura: la tana del Bianconiglio di Alice; il ciclone di Dorothy; l’armadio dei fratelli Pevensie; le Colonne d’Ercole dell’Ulisse dantesco; il binario 9 e 3/4 di Harry Potter. Tutte soglie che mettono in contatto con dimensioni “altre”.


Che però la Porta delle Stelle abbia più a che fare con una soglia mistica che con una semplice porta per i numerosi regni fantastici che punteggiano la letteratura è evidente dal fatto che essa è un biglietto di sola andata che modifica permanentemente colui che la attraversa. David Bowman ha più in comune con i mistici che con le varie Alici o Dorothy, escursionisti domenicali di mondi, per le quali il Paese delle Meraviglie o Oz sono semplici parentesi prive di reale incidenza sulla loro vita: loro torneranno alla realtà, dove cresceranno e vivranno la loro vita, intoccate. Non così per David.


L’esperienza trascendente, come abbiamo già detto, richiede di lasciare da parte ogni interpretazione razionale: Kubrick non ha fiducia nel linguaggio umano, nella sua capacità di descrivere un evento di questo tipo. Per tale ragione, a differenza di Dante, che cimentandosi nella raffigurazione del divino innalza il tono del canto nel tentativo di accordarsi all’elevatezza della materia trattata, Kubrick opta per il silenzio: non una parola uscirà dalla bocca di David dal momento in cui precipita nel monolite.


La rappresentazione del regista passa per tutti i sensi, senza che questi siano in grado di organizzare un significato compiuto. Il paesaggio della Porta delle Stelle è all’inizio assolutamente astratto: lampi di luce colorata corrono attorno a David, sullo sfondo di un inquietante coro dalle voci dissonanti. Le istantanee del suo viso stravolto attraverso il casco sono l’unica testimonianza del suo stato d’animo.

Si susseguono linee e forme geometriche, poi lente esplosioni di colore. Successivamente, il paesaggio si concretizza in vedute naturali cromaticamente alterate: mari verdi, montagne blu, sterminate pianure rosa.

Infine, David si ritrova in un appartamento dall'arredamento settecentesco.

Piuttosto che di un luogo vero e proprio, credo si tratti di una manipolazione dello spazio da parte dell’Entità, affinché la mente di David possa riconoscersi in un ambiente “familiare”. Le luci, i colori, il paesaggio naturale sono solo tentativi di graduale avvicinamento, di abbassamento della divinità\entità alla mente umana.

L’appartamento è certo “familiare” –alle sue pareti vi sono quadri di soggetto sacro; sono presenti persino un letto e una toilette, ma è al contempo assolutamente alieno: i rumori al suo interno sono tutti sbagliati, tutti distorti, è inquietantemente asettico.


Se la dimensione spaziale è stata in un qualche modo adattata per renderla comprensibile a David, così non avviene del tutto per la dimensione del tempo: diverse linee temporali dell’astronauta qui si incrociano, ed egli può vedere vari stadi di se stesso invecchiato. Non è un tempo a dimensione d’uomo, così come lo conosciamo sulla Terra.

L’esperienza più sconvolgente del contatto con l’Entità culmina però con la rinascita a nuova forma: David vede, faccia a faccia, il monolite al suo capezzale. Allunga un braccio (con un movimento che, se volessimo essere maliziosi, potremmo riconoscere nell’Adamo della Cappella Sistina) nel tentativo di toccare il monolite, ed è qui che avviene la metamorfosi. Tutto l’essere di David compie un’evoluzione, una vera e propria muta liberandosi del vecchio corpo. Il feto, il cosiddetto Star Child, che prende il suo posto, rappresenta la seconda, forse definitiva, evoluzione del genere umano. Lo vediamo, negli ultimi secondi del film, giganteggiare sulla Terra, accompagnato da Also sprach Zarathustra di Strauss, che già aveva segnato la trasformazione da bestia a uomo. E’ implicito che il destino della razza umana è ormai volta verso lo spazio.


Infine, una domanda: il substrato metafisico del finale è in contrasto con l'involucro perfettamente e coerentemente scientifico del film\libro? No e sì. La frizione tra la piena scientificità del mondo delle navi, dell'intelligenza artificiale, del viaggio spaziale funziona dialetticamente nei confronti del cuore di mistero che sta dietro al monolite: se uno dei due elementi (quello scientifico e quello metafisico) venisse meno, l'impatto emotivo e filosofico del film non sarebbe altrettanto forte.

 

Filmografia

 - Kubrick Stanley (1968), 2001: Odissea nello spazio

 - International Space Station Tour 2012 (HD) ISS Tour,

 - https://www.youtube.com/watch?v=afBm0Dpfj_k

 

Bibliografia

 - Arthur Clarke (1968), 2001, Odissea nello spazio

 - Arthur Clarke (1982-1997), 2010 Odissea due; 2061 Odissea tre; 3001 Odissea finale

 

Sitografia

 - Pagine di Wikipedia e relative note riguardo Kubrick e 2001: Odissea nello spazio