LA NASCITA DI UN MONDO NUOVO: LE CREATURE DI AVATAR

di Enrico Maria Giglioli

 

 

Entrando nel mondo di Avatar (James Cameron, 2009) ci si accorge immediatamente di come nulla sia stato lasciato al caso; dietro ogni roccia, dietro ogni essere vivente si cela uno studio creativo estremamente accurato. Oltre a una lingua fluida per gli abitanti di Pandora (luna del gigante gassoso Polyphemus, nel sistema Alpha Centauri), il regista ha dato vita a un intero universo in termini sia geologici che di flora e fauna.


Per creare questo mondo Cameron si è ispirato a “immagini tratte da un migliaio di romanzi di fantascienza e centinaia di film”, a “ogni singola copertina di Analog ed Eerie”, e “alle mie esperienze negli oceani” (Fitzpatrick 2009, p. 105). La fauna di Pandora è ricca e complessa, oltreché dotata di una particolare bioluminescenza che permette una visione ottimale anche nelle rare notti davvero buie (è questo il motivo per cui, a differenza di quelli terrestri, gli animali non hanno sviluppato tecniche di visione notturna).

Le creature ai nostri occhi appaiono singolari o decisamente stravaganti, eppure nella nostra mente riusciamo a collegarle ad altre più familiari. In realtà è valido il contrario: sebbene Cameron abbia voluto scongiurare banali somiglianze, non ha potuto evitare la manipolazione di animali terrestri.

 

Il regista spiega l’impostazione: “Si è trattato quasi sempre di un’evoluzione lenta, con le idee che emergevano e sopravvivevano o meno alle risoluzioni del gruppo in un meccanismo quasi darwiniano. Il principio guida adottato per tutte le decisioni si riassumeva nella domanda che ponevo sempre agli artisti: qual’è la metafora? Che cosa cerchiamo di comunicare con questa creatura? Se deve essere un cavallo, che cos’è, nella sua essenza, un cavallo? Così il cavallo che ne è venuto fuori era alto quattro metri e mezzo, aveva la corazza come un dinosauro, strisce viola, sei zampe e una lingua di un metro per succhiare il nettare, ma è innegabile che fosse comunque un cavallo, proprio come è innegabile che il Thanator sia una pantera e il Viperwolf assomigli a un cane” (Fitzpatrick 2009, p. 105). Nel tentativo di concepire qualcosa di nuovo il nostro cervello si rifà ad elementi conosciuti, assai più raramente inventa ex novo. Nella costruzione del suo mondo Cameron non si è allontanato da questo concetto; ha operato con grande fantasia seppure mantenendo un forte rigore scientifico, spaziando in numerosi campi, dalla biologia, alla zoologia, alla teoria dell’evoluzione ma pur sempre rimanendo inscindibilmente legato al nostro pianeta.

 

Il Thanator, Thanatora ferox o in Na’vi Palulukan (bocca secca portatrice di terrore), è il predatore di terra di maggiori dimensioni. Si tratta di una pantera nera a sei zampe “grande come la motrice di un tir” (Fitzpatrick 2009, p. 56). Stando alla sceneggiatura originale “this thing could eat a T-rex” (Cameron 2009, p. 132) e avere ancora spazio per il dessert. Toruk, ultima ombra, è il più grande e feroce predatore della luna di Polyphemus. Il Grande Leonopterix, dall’apertura alare di più di 25 metri, è stato disegnato come “un volatile dai colori sgargianti ispirato all’aquila simbolo degli Stati Uniti” (Fitzpatrick 2009, p. 82). Le sue fauci si rifanno al becco del pappagallo e muscoli simili a quelli degli uccelli gli consentono il volo. Sue prede sono le banshee, sia di montagna che di foresta, ikran e ikranay (apertura alare di 13,9 metri la prima, 7 la seconda). L’Ikran viene catturato dai Na’vi e utilizzato come cavalcatura alata. Inizialmente raffigurate come aerei, pterodattili o draghi, diventano infine più simili a pipistrelli e mante; “il meccanismo della mandibola è simile a quello del barracuda, i colori ricordano la rana velenosa dell’Amazzonia e i denti sono mobili come nella vipera” (Fitzpatrick 2009, p. 105).

 

Anche il modello evolutivo su Pandora ricorda il nostro: “data la struttura della mascella [dell’Ikran], simile a quella dei pesci, si può ipotizzare che tutti gli animali volanti di Pandora, incluse le banshee, si siano evoluti da creature marine” (Wilhelm M. & Mathison D., p. 63). Il prolemure, probabile antenato dei Na’vi, evoca le scimmie terrestri.

Spunti evolutivi si ritrovano anche nella lupovipera (caniferratus costatus o nantang). Il suo ululato echeggia nelle foreste pluviali della luna simile a quello del coyote, ma soprattutto a quello agghiacciante e sardonico della iena terrestre. Caccia sia sugli alberi che a terra in quanto mostra caratteristiche dei lupi sul sentiero evolutivo delle scimmie. Primati e canidi uniti, quindi, in un unico terribile e affascinante animale, che si muove tra gli alberi come “oscurità liquida” (Wilhelm M. & Mathison D., p. 104). Nei cieli di Pandora fluttuano come meduse le fan lizard o lucertola ventaglio: “la loro apparizione notturna risolleva l’animo dei personaggi grazie all’esplosione di colori bioluminescenti e al calore dello sciame che ricorda un gruppo di lucciole dai movimenti sincronizzati” (Fitzpatrick 2009, p. 96). L’ispirazione è tratta da ben due animali (lucertola e lucciola) unitamente a oggetti, come il ventaglio cinese, il fresbee e l’elicottero di Leonardo da Vinci.

 

Anche su Pandora sono presenti grandi erbivori come il Gladiatore, incrocio tra un cavallo e un dinosauro, e l’Hammerhead, ibrido tra rinoceronte, squalo martello e toro. Cameron sembra svolgere un’operazione di ingegneria genetica nel dare vita alle sue creature. Si possono inoltre ritrovare spunti di originalità nella biologia: la struttura ossea, ad esempio, non è solo rinforzata, ma addirittura costituita da un composto in fibra di carbonio prodotta naturalmente dall’organismo. Anche un adattamento all’atmosfera densa della luna è necessario per sopravvivere ed ecco che queste creature (lo si può notare con facilità nel Gladiatore) “hanno sviluppato un sistema respiratorio ad alto rendimento che incamera l’aria da un’apertura e la espelle da un’altra” (Wilhelm M. & Mathison D., p. 49). Si tratta insomma di un vero e proprio nuovo intreccio evolutivo in cui la popolazione locale si inserisce, stabilendo un forte legame con la natura insieme alla quale ha condiviso il lungo cammino nei milioni di anni precedenti alla discesa degli umani dalle stelle.

 

Non è poi così difficile ritrovare in queste creature immaginarie gli animali cui siamo abituati, aquile, rinoceronti, lucertole. Percepiamo un senso di familiarità in un mondo totalmente alieno; allo spettatore non è richiesto un grande sforzo per arrivare alla sospensione della incredulità (suspension of disbelief). Questa revisione fantastica della realtà non è attuata solo dai registi cinematografici, possiamo trovarla fin dalla preistoria, in un viaggio che parte dalle pitture rupestri per arrivare alla letteratura medievale fino ai dipinti moderni e contemporanei. Ne ritroviamo tracce nelle figure umane con la testa di uccello delle grotte di Lascaux, nei bestiari duecenteschi in cui incontriamo grifoni, manticore e chimere, fino ad arrivare ai ritratti di Arcimboldo e agli orologi molli di Dalì. Autori di epoche diverse come Ludovico Ariosto e Umberto Eco hanno ricercato il fantastico nelle loro opere; il primo nel suo poema descriveva ippogrifi, arpie e balene grandi quanto isole; il secondo in Baudolino racconta di sciapodi, blemmi e panozi. In fondo tanti secoli di distanza non sono riusciti a frenare l’impetuosa vitalità delle creature fantastiche. Ciò che ci distingue dagli artisti primitivi non è il desiderio di creare un mondo alternativo e di vederlo con l’occhio della mente ma la possibilità di riprodurlo: dai graffiti a un mondo di carta e inchiostro a un universo visibile, percepibile e, con il 3D, quasi reale.

 

Nella creazione dell’universo di Avatar Cameron segue dei percorsi “scientifici”. Nel modellare le sue creature pare quasi un paleontologo intento alla ricostruzione di un essere preistorico. Accostamento dopo accostamento di minuscoli frammenti fossili, lo studioso ricostruisce l’aspetto e in parte anche la vita dell’animale, ma la scienza procede lentamente, esattamente come nell’evoluzione dal “meccanismo darwiniano” del regista. Nuove scoperte avvengono ogni giorno, si parte da una supposizione e, talvolta, si può arrivare a conclusioni del tutto diverse, in fondo scienza e fantasia seguono percorsi simili, che spesso si incontrano e si arricchiscono a vicenda in una crescita comune.

 

BIBLIOGRAFIA

 

 - Cameron J., Avatar (sceneggiatura originale del film), 2009;

 - Fitzpatrick l., L'universo di Avatar. Genesi del capolavoro di James Cameron, Il Castoro, Milano, 2009;

 - Wilhelm M. & Mathison D., Avatar: rapporto confidenziale sul mondo di Pandora, Rizzoli, Milano, 2010.