E. A. POE E L’ANTICA SAPIENZA DELLA MUMMIA

di Jacopo Moruzzi

 

Fantasmi, gatti neri e corvi: queste e molte altre sono le figure spaventose e grottesche che popolano le opere dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe (Boston, 19 Gennaio 1809 - Baltimora, 7 Ottobre 1849). Un regno bizzarro in cui, come se non bastasse, anche un soggetto arcano come una mummia trova il proprio posto. Una mummia che Poe, a suon di galvanismo ed elettricità animale, rende attore centrale del racconto Some Words with a Mummy (tradotto in italiano come Quattro chiacchiere con una mummia), pubblicato per la prima volta a New York nell’Aprile del 1845 sulla rivista «American Whig Review» e ripubblicato il primo Novembre dello stesso anno sulla rivista «Broadway Journal» (verrà tradotto da Baudelaire in francese con il titolo Petite Discussion avec une Moime nel 1854, per la rivista «Le Pays»). In quest’opera l’autore sviluppa un’irriverente critica nei confronti dell’ossessione, diffusa nella società del suo tempo, per l’egittologia, disciplina che stava vivendo, proprio a cavallo tra XVIII e XIX secolo, gli eccitanti sviluppi dovuti al ritrovamento della Stele di Rosetta (1799), reperto cruciale per la decifrazione della scrittura geroglifica. Una critica condita, inoltre, da una sottile ironia che doveva avere come scopo quello di colpire l’atteggiamento, tipicamente ottocentesco, di esaltazione del progresso scientifico e culturale, inteso come inesorabile e necessario.

 

La storia si apre con il protagonista-narratore che viene turbato nel proprio riposo serale da un urgente biglietto inviatogli dall’amico Ponnoner, il quale lo invita a recarsi ad esaminare la mummia che, finalmente, il City Museum ha reso disponibile alle analisi della loro cerchia di egittologi. Sono proprio le figure che appartengono a questa cerchia a darci i primi indizi riguardo alle fonti su cui Poe si è basato per comporre questo racconto. Tra di esse, oltre al personaggio di mister Buckingham, ispirato alla figura di James Silk Buckingham (1786-1855), autore e viaggiatore inglese, spicca infatti quella del professor Gliddon, il cui nome è direttamente ripreso dall’egittologo britannico George Robins Gliddon (1809-1857) che, come riporta Thomas Mabbot nel proprio commento al racconto, nella raccolta Edgar Allan Poe: Tales and Sketches, vol. 2: 1843-1849 (p.1175), tenne diverse lezioni a Boston nel Dicembre del 1842 e nel Gennaio del 1843 riguardanti le proprie esperienze al Cairo e i contributi dati alle ricerche sulla scrittura geroglifica: le lezioni confluirono nell’opera Ancient Egypt, pubblicata per la prima volta nell’Aprile del 1843, che costituì la principale fonte a cui Poe attinse.

 

Il gruppo di amici, una volta riunito, si dedica ad aprire il sarcofago contenente la mummia: la minuziosa descrizione che Poe ci restituisce dei vari scomparti della bara, delle decorazioni e dei materiali impiegati per costruirla e sigillarla, nonché delle tecniche egizie di imbalsamazione, si possono ricondurre, quasi parola per parola, a due voci dell’Encyclopaedia Americana (prima edizione del 1829), ovvero ‘imbalsamazione’ (vol. 4, p. 487) e ‘mummie’ (vol. 9, pp. 89-90), come fa notare Harold Beaver in The science fiction of Edgar Allan Poe (p. 382).

 

A questo punto iniziano a verificarsi le prime bizzarrie. La mummia, il cui nome si scopre essere ‘Allamistakeo’, curiosamente non presenta sulla propria superficie le tipiche cuciture dovute all’estrazione degli organi interni che avveniva durante il processo di imbalsamazione. Il gruppo, non pago di queste prime analisi, decide dunque di condurre, per diletto, sulla preziosa reliquia «an experiment or two with the Voltaic pile» (Poe 1845, p. 364, column 2): vengono così applicati alla mummia vari elettrodi al fine di replicare i tanto sensazionali esperimenti che, sulla base delle esperienze scientifiche sviluppate da Luigi Galvani (1737-1798) intorno all’elettricità animale, nella seconda metà del ‘700 e all’invenzione della pila, negli stessi anni, da parte di Alessandro Volta (1745-1827), avevano creato scalpore in Europa e non solo. Non è, tuttavia, direttamente a Volta e Galvani che Poe fa riferimento per ricostruire l’atmosfera di queste macabre pratiche. Già nel 1844 infatti, un anno prima della prima edizione del racconto, l’autore aveva pubblicato sul «The Philadelphia Dollar Newspaper» una serie di storie, fra le quali, in particolare, The Premature Burial trattava di casi di individui prematuramente sepolti in quanto creduti morti e talvolta rianimati proprio attraverso il galvanismo. Per quanto riguarda, in particolare, l’idea di applicare elettricità ad una mummia, una possibile fonte usata da Poe, potrebbe essere stata il racconto Letter from a Revived Mummy apparso sul «New York Evening Mirror» il 21 Gennaio 1832, in cui «an English soldier, stunned on the battle-field, is preserved for a hundred years in a Brussels museum. The corpse is removed to New York. An Attempt at resuscitation is made. When at last a galvanic battery is applied, the mummy starts to his feet, shouting “hurrah for merry England!” and darted forward as in the act of charging» (Beaver 1976, p.348).

 

Proprio come in quei racconti, con grande stupore del gruppo di egittologi, la mummia apre effettivamente gli occhi e si anima, sferrando, peraltro, un pungo ad uno dei presenti per vendicarsi delle sevizie appena ricevute: Allamistakeo prende dunque a rimproverare i professori Buckingham e Gliddon per la loro mancanza di rispetto e professionalità, aprendo un dialogo che, ovviamente, si svolge tutto in un «very capital Egyptian» (Poe 1845, p. 365, column 2). È proprio attraverso il colloquio fra i personaggi che comprendiamo la reale condizione della mummia: Allamistakeo, conte, al momento dell’imbalsamazione avvenuta ben cinquemilacinquanta anni prima, era vivo e vegeto, con i suoi settecento anni di età, essendo egli appartenuto alla stirpe portatrice del cosiddetto “sangue dello Scarabeo”. Viene dunque spiegato come tale pratica di sospensione delle funzioni vitali fosse eseguita soprattutto da storici e scienziati che, in virtù anche della propria longevità, volevano impedire ai posteri di corrompere eccessivamente le opere da loro scritte.

 

Si sviluppa a questo punto la geniale critica che Poe rivolge all’idea ottocentesca di progresso: i professori attraverso una serie di domande, si rendono conto di come le conoscenze del proprio secolo fossero già presenti all’epoca di Allamistakeo («I perceive that you are yet in the infancy of Galvanism, and cannot accomplish with it what was a common thing among us in the old days», Poe 1945, p. 367, column 1), con un chiaro riferimento all’idea di un’antica sapienza andata perduta e recuperata a fatica (a volte erroneamente). La mummia rifiuta, ad esempio, l’ipotesi creazionista che prevede un punto di inizio dell’universo e della specie umana, facendo invece riferimento ad una «spontaneous germination from rank soil» da cui poi sarebbero derivate «five vaste hordes of men» (Poe 1845, p. 368, column 2), teoria che secondo Mabbot è da far risalire in parte al De rerum natura (V, 797-798) di Lucrezio (94 a.C. - 50 a.C.) e in parte all’opera On the Natural Variety of Mankind (nella seconda edizione del 1781) dello scienziato Johann Friedrich Blumenbach (1751-1840), che distingue per l’appunto la specie umana in cinque razze fondamentali (cfr. Mabbot 2000, p. 1200).

 

Il dibattito prosegue agguerrito e gli interlocutori moderni si sentono sempre più schiacciati dalla superiorità scientifica appartenuta agli antichi in molteplici campi, dalle conoscenze astronomiche al primo prototipo di macchina a vapore (fatta risalire da Poe all’opera di Erone di Alessandria, scienziato greco vissuto però tra il 50 e il 150 d.C., ampiamente distante dall’epoca di Allamistakeo). Perfino la stessa idea di progresso, che i personaggi riprendono dalla rivista «The Dial» (trimestrale pubblicato dal Luglio 1840 all’Aprile 1844, simbolo del movimento filosofico nordamericano del Trascendentalismo [1]) viene facilmente abbattuta dalla mummia, la quale afferma, con un gioco di parole, che nella sua epoca il progresso «was quite a nuisance, but it never progressed» (Poe 1845, p. 370, column 1). Soltanto la richiesta se anche gli antichi egizi conoscessero le pillole digestive Ponnonner’s o Brandreth’s (marchi di prodotti diffusi realmente all’epoca di Poe [2]) riesce ad ammutolire la mummia e a far guadagnare una patetica vittoria alla modernità. Con questo amaro successo si conclude il dibattito, ed il racconto satirico di Edgar Allan Poe subisce uno spiritoso ribaltamento: il protagonista-narratore, ormai dichiaratamente insoddisfatto del XIX secolo, è deciso a farsi imbalsamare dal dottor Ponnoner per un paio di secoli, così da poter vedere chi sarà presidente nel 2045.

 

[1] Cfr. Beaver 1976, p. 386.

[2] Cfr. Ibidem.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 - Beaver Harold (1976) (introduction and commentary), The science fiction of Edgar Allan Poe, London, Penguin Books, pp. 381-387

 - Blumenbach Johann Friedrich (1781), De generis humani varietate nativa liber cum figuris aeri incisis (1775), Vandenhoeck Abraham Witwe, Gottinga

 - Encyclopaedia Americana, Danbury, Grolier Inc., 1829

 - Gliddon George Robins (1847), Ancient Egypt: Her Monuments, Hieroglyphics, History and Archæology, and Other Subjects Connected with Hieroglyphical Literature (1843), W. Taylor, Harvard University

 - Letter from a Revived Mummy, «New York Evening Mirror», 21 January 1832

 - Lucrezio (1992), La natura delle cose, introduzione di Narduccia E., a cura di Milanese G., Milano, Mondadori

 - Mabbott Thomas Olive (2000) (edited by), Edgar Allan Poe: Tales and Sketches, vol. 2: 1843-1849, Harvard, First Illinois Paperback, pp. 1175-1202

 - Poe Edgar Allan (July 31, 1844), The Premature Burial, «Philadelphia Dollar Newspaper», p.1, in Edgar Allan Poe Society of Baltimore (consultato il 26/02/2015)(http://www.eapoe.org/works/tales/prebura.htm)

 - Id. (April 1845), Some Words with a Mummy, «American Whig Review», pp. 363-370, in Edgar Allan Poe Society of Baltimore (consultato il 20/02/2015). (http://www.eapoe.org/WORKS/tales/mummya.htm)