MODERNITÀ LIQUIDA

Zygmunt Bauman

MODERNITÀ LIQUIDA

Roma-Bari, Laterza, 2011

pp. 272, € 16.00

ISBN 9788842097358

 

di Gregorio Zanacchi Nuti

 

Le decadi di fine secolo sono sempre permeate da un’atmosfera particolare. Con l’avvicinarsi del Capodanno paure e speranze si accumulano, e i tentativi di sbirciare oltre la soglia di un’epoca che va concludendosi si moltiplicano febbrilmente. Se sul finire dell’Ottocento l’uomo guardava alla meccanica come nuovo orizzonte di possibilità, prefigurandosi un futuro in cui gli avrebbe garantito il dominio dei cieli, negli anni Novanta gli sguardi di veggenti dilettanti e profeti della mass culture si rivolgevano alla rapida evoluzione delle comunicazioni, che aveva da poco dato alla luce il Net. Nel nuovo millennio sembravano essere destinate a compiersi le profezie della letteratura cyberpunk, l’ascesa di una tecnologia ubiqua, libera dagli apparati ingombranti in cui aveva sonnecchiato per tutta la modernità. Grazie all’incredibile velocità di sviluppo del digitale, il futuro non era mai sembrato così vicino. Il mondo si raccolse intorno al 2000 trattenendo il fiato, per poi rendersi conto che il domani non era poi così diverso da ieri. Il Millennium Bug era una bufala, l’ennesimo incubo di fin de siecle sconfessato, e anche chi si sarebbe divertito a veder bruciare il mondo tira un respiro di sollievo (senza sapere che il botto arriverà sì, soltanto con un anno di ritardo). Ed è in questo 2000, che per molti ebbe il sapore di una brutta sorpresa, che Modernità Liquida viene dato alle stampe.


L’opera, come un’Erma bifronte, vigila sul crocevia del secolo, mantenendo un viso al

passato e uno al futuro. Le riflessioni dei grandi pensatori novecenteschi diventano la lente attraverso cui cogliere, in un presente in via di fluidificazione, i particolari e le cause di un processo esteso all’intero corpo sociale. Fondando la sua esposizione sull’efficace metafora della transizione da una modernità solida a una liquida, Bauman affronta i mutamenti del tessuto sociale muovendosi tra individualità, percezione di tempo e spazio, lavoro e comunità. L’accelerazione continua degli spostamenti, tesa all’annullamento delle distanze spaziali, ha proiettato l’uomo in un mondo capovolto in cui i concetti di peso e solidità, un tempo simboli di potere, sono diventati handicap di cui sbarazzarsi. Espressione di forza diventa viaggiare leggeri, sorvolando i confini e spostandosi alla perenne ricerca di occasioni di profitto. Le enormi fabbriche d’acciaio del secolo precedente diventano le tombe del lavoro fordista, stabile e situato, mentre il capitale trascende lo statuto di merce e si muta in codice intangibile. Nell’era della modernità liquida l’atteggiamento richiesto è quello dei Gerridi, gli insetti pattinatori che scivolano sulla superficie dell’acqua quasi privi di peso, mantenendosi incessantemente in movimento.


La tendenza che in questo clima accomuna i comportamenti delle masse, immerse nelle incertezze della società liquida, è un forte processo di individualizzazione, che crea un clima di diffidenza intorno a qualsiasi progetto collettivo. Il crollo delle grandi narrazioni, evidenziato da Lyotard ne La condizione postmodernaproduce una generalizzata sfiducia verso la politica. Il continuo sottolineare i pericoli di un’invasione della sfera privata da parte di quella pubblica, argomentazione ribadita da molti pensatori tra cui spicca Jurgen Habermas, ha permesso di sottovalutare le conseguenze del processo inverso: l’invasione della sfera pubblica da parte dei privati. Questa lenta erosione, facilitata dalle onde di un neoliberismo rampante, ha finito per sgretolare il terreno su cui si reggeva lo Stato, consegnandolo al mare magnum dell’iniziativa privata. Adattandosi al nuovo contesto, i partiti hanno cambiato le loro strategie: dove non sembra più possibile trasformare i problemi privati in pubblici, la politica stessa diventa pubblicizzazione di fatti privati . La nuova società si fonda sullo spettacolo, ed è ai migliori attori che sono destinate le migliori poltrone. Anche la figura del leader, l’uomo-simbolo al quale obbedire, viene rimpiazzata nell’immaginario collettivo da quella del consulente, ombra flessibile capace di fornire, ad un prezzo modico, esempi e rassicurazione. All’ascesa di queste figure, Bauman lega la popolarità dei talk show, spazi in cui l’ascoltatore può trovare consiglio e conforto in storie di persone simili a lui. Il racconto della tragedia personale moltiplicato dai teleschermi si carica inoltre di una doppia funzione, fungendo sia da rituale esorcistico dove si bruciano pubblicamente gli scheletri nell’armadio, sia da fucina in cui si sperimenta un linguaggio nuovo, capace di definire ed identificare angosce e problemi privati.


Travolta dal vortice spumeggiante del cambiamento, anche la lingua non manca di innovarsi, e, con essa, il corpo dei suoi parlanti. Mutazione esemplificativa è quella sperimentata dal concetto di benessere: se un tempo quest’ultimo veniva identificato con la salute, condizione fisica necessaria per svolgere il ruolo richiesto dalla società, oggi a rappresentarlo troviamo il ben più camaleontico fitness. Figlio della società postmoderna, quello di fitness è un concetto relativo e fuggevole, quasi del tutto privo di parametri oggettivi capaci di identificarlo. Mantenere un corpo fit significa esercitare ogni giorno uno scrupoloso controllo della propria fisicità e sapersi districare in una marea di diete, esercizi e consigli in continuo cambiamento e rinegoziazione. Il fitness, un po’ come la fede kierkegaardiana, è il premio di una battaglia che va combattuta ogni giorno. Spinto dal bisogno continuo di aggiornare le strategie con cui preservare la sua fragile condizione di benessere, l’individuo si immerge in una delle pratiche più distintive della vita metropolitana tardonovecentesca, lo shopping. Dietro l’acquisto compulsivo, giustificato generalmente dalla diabolica astuzia del marketing, capace di tessere intorno al consumatore una tela perfetta di bisogni indotti, si nasconde il disperato tentativo di costruire la propria soggettività in una realtà priva di punti d’orientamento. Lo spettacolo si conferma l’unico sestante capace di rivelare una rotta sicura, e i modelli tramandati dagli schermi divengono esempi da replicare, stampi in cui colare le merci per forgiare un’appearance vincente. La soggettività precaria così costituita vanta inoltre l’enorme vantaggio dell’obsolescenza: esattamente come i materiali utilizzati per costruirla, ci si può sbarazzare della propria soggettività in qualsiasi momento, acquistandone per il giusto prezzo una più seducente.


L’analisi sociologica proposta da Bauman conserva tuttora la sua freschezza. L’imporsi della rapidità ha fessurato le strutture della modernità solida, sgretolandole nel mare della molteplicità e del pluralismo; lo sguardo deluso di chi ha atteso il 2000 senza trovare il futuro che si aspettava è simile a quello del naufrago che fissa l’orizzonte alla ricerca del mare in cui si trova immerso. In maniera certamente meno spettacolare rispetto ai racconti di Sterling, la tecnica continua imperterrita il suo sviluppo, aumentando la velocità delle comunicazioni e la loro pervasività. I tempi di invio e ricezione sono sempre più approssimati allo zero, e la velocità diventa il massimo comun denominatore delle esistenze sparse per il globo.


All’interno di questo scenario, la sfida dell’individuo è coltivare una soggettività critica e consapevole, capace di orientarsi senza stelle e ascoltare i canti seducenti dell’industria culturale senza rimanerne ammaliato. Il cittadino anfibio, ormai adattatosi alla sua nuova condizione, deve saper ricavare dall’aspetto fluido della comunità un nuovo tipo di coesione, una rete di legami che facciano della reciproca mobilità un punto di forza, capaci di modificarsi per accettare il diverso e sfuggire alle tentazioni di nazionalismi e patriottismi. Davanti all’incalzante marea del cambiamento, l’unica scelta sembra essere abbandonare i relitti del passato, trattenere il fiato e tuffarsi nella modernità liquida.