UOMINI CHE AMANO LE PIANTE

Stefano Mancuso

UOMINI CHE AMANO LE PIANTE. Storie di scienziati del mondo vegetale.

Firenze: Giunti Editore, 2014. 

pp.139, € 14,00
ISBN 9788809790698

 

di Elisa Baioni

 

È una dote tanto rara quanto importante quella di vedere le cose che ci circondano, coglierne i dettagli e le stravaganze, essere curiosi anche di ciò che – apparentemente – ci sembra privo di interesse. Prendete per esempio una pianta, una di quelle che a fatica cresce tra le crepe dell’asfalto o che coltiviamo sui terrazzi per un po’ di colore: per quanto ci piaccia averle come sfondo nelle nostre città, spesso ne ignoriamo la specie, il metabolismo, i frutti, gli odori, e raramente ci soffermiamo per più di qualche secondo sulle trame geometriche e i colori delle foglie e delle cortecce. In poche parole, le includiamo costantemente nel nostro mondo, ma raramente proviamo a comprendere il loro. Invece, «Si sollevi il velo dell’apparente immobilità e insensibilità delle piante, e sotto esso si ravviserà [...] una serie di fenomeni curiosissimi, i quali rivaleggiano per numero, per varietà, per genio e per efficacia con quelli presentati dagli esseri del regno animale» (Federico Delpino citato a p.75).

illustrazione di Irene Scarascia

Da sempre la nostra esistenza si è intrecciata a quella delle piante. Attraverso esse ci nutriamo, vestiamo, curiamo, esaltiamo la nostra bellezza, il nostro senso estetico e soddisfiamo i piaceri più oscuri, ma anche costruiamo ripari o produciamo energia. Sull’agricoltura e il commercio di prodotti legati alla coltivazione basiamo la nostra economia, creando lavoro e ricchezza; con le piante decoriamo le città, le case, creiamo simboli per le nostre idee e tradizioni, le poniamo sugli stemmi e le bandiere; con esse condividiamo milioni di anni di evoluzione, parte del patrimonio genetico e un progenitore comune. Allo studio di queste forme di vita tanto affascinanti quanto sottovalutate, dobbiamo alcune delle scoperte scientifiche più importanti, come la teoria dell’evoluzione di Darwin e la genetica mendeliana. Scoprendo il mondo vegetale, abbiamo scoperto anche un po’ di noi. «Le piante sono estremamente consapevoli del mondo intorno a loro. Sono consapevoli del loro ambente visivo; distinguono fra la luce rossa, blu, rosso lontano e raggi UV, e reagiscono di conseguenza. Sono consapevoli dei profumi che le circondano e reagiscono a quantità minime di sostanze chimiche disperse nell’aria. Le piante sanno quando vengono toccate e possono distinguere tra differenti tipi di contatto. Sono consapevoli della gravità: possono cambiare la loro forma per assicurare che i germogli crescano verso l’alto e le radici verso il basso. E sono consapevoli del loro passato: ricordano le precedenti infezioni e le intemperie alle quali sono state sottoposte, e quindi modificano la loro fisiologia in base a tali ricordi» (Chamovitz, Quel che una pianta sa, p.143). Per queste ragioni non è esagerato sostenere che, almeno indirettamente, attraverso lo studio di somiglianze e differenze, contribuiscono a delineare i confini del nostro mondo.

 

Il libro di Stefano Mancuso, neurobiologo delle piante, è utile tanto ai curiosi quanto a chi ancora tentenna di fronte alla prospettiva di addentrarsi nel mondo verde brillante dei vegetali. Mancuso propone dodici brevi biografie, storie affascinanti di uomini affascinati dalle piante. A George Washington Carver, primo uomo di colore ad entrare in un’università americana, famoso per i suoi studi sugli arachidi che hanno sfamato migliaia di contadini (neri e bianchi), si sostituisce Nikolaj Vavilov che fondò la genetica vegetale nel tentativo di creare una super-varietà di grano in grado di sopperire alla fame in Russia e, invece, morì di stenti nel carcere staliniano di Saratov. Accanto a Darwin e a Mendel, ci sono Federico Delpino e i suoi studi sulla mirmecofilia [1], Leonardo da Vinci, Marcello Malpighi, Ephraim W. Bull, ma anche Odoardo Beccari, esploratore e scopritore della pianta con l’infiorescenza più grande al mondo (Amorphophallus Titanum), Goethe, Rousseau e Charles H. Blackley che fece della sua casa e del suo stesso corpo un laboratorio per la ricerca delle cause della febbre da fieno, fino a individuarla nei granuli del polline. Ad accomunare queste storie di agronomi, scienziati e filosofi è proprio quella rara capacità di osservare con amore e di indagare con rigore, tenacia e curiosità, perciò «[...] la prossima volta che vi ritrovate a passeggiare attraverso un parco, soffermatevi un istante a domandarvi: cosa vede il dente di leone nel prato? Che cosa annusa l’erba? Toccate le foglie di una quercia, sapendo che l’albero rammenterà di essere stato toccato. Ma non si ricorderà di voi. D’altro canto, voi siete in grado di ricordare questo particolare albero e di conservarlo per sempre nella vostra memoria» (Chamovitz, Quel che una pianta sa, p.147).

 

 

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[1] Termine che indica le relazioni di simbiosi, commensalismo o parassitismo tra comunità di formiche e altre specie, incluse le piante.