E SI SALVÓ ANCHE LA MADRE

Paolo Mazzarello

E SI SALVÒ ANCHE LA MADRE

Torino, Bollati Boringhieri, 2015

 pp. 195, € 16,00

ISBN 9788833926094

 

di Andrea Albini

 

Alzi la mano chi non ha avuto motivo di lamentarsi della medicina attuale, tanto ipertecnologica negli strumenti di diagnosi e cura quanto impersonale dal punto di vista dei rapporti umani. Ma prima di formulare giudizi troppo severi, consideriamo cos'era la scienza medica e la chirurgia poco meno di un secolo e mezzo fa: l’alta natalità era contrastata da un indice di mortalità altrettanto elevato, la vita media era piuttosto bassa, la tubercolosi sembrava un male endemico e incurabile e  chi si trovava ad essere ricoverato in un reparto ospedaliero correva un serio pericolo di vita anche per un intervento di appendicite. La scoperta degli antibiotici sarebbe venuta solo da lì a mezzo secolo e nel frattempo le infezioni mietevano vittime negli ospedali, dove i medici erano testimoni di tragedie che sembravano inevitabili, perché mancavano le conoscenze scientifiche adeguate sulle patologie e le cause biologiche ad esse sottostanti.

Anche partorire non era privo di rischi e, nel momento immediatamente precedente la nascita, la vita e la morte erano separate da una fragile barriera. Per non correre rischi aggiuntivi, la maggior parte delle gestanti preferiva portare a termine la gravidanza nelle propria casa, dov'era al riparo dalla febbre puerperale: una infezione batterica dell’apparato riproduttivo femminile trasmessa inconsapevolmente dai medici per mancanza di igiene. Particolarmente drammatica era la situazione delle donne che a causa di malformazioni non potevano partorire attraverso il normale canale riproduttivo. L’intervento cesareo portava quasi sempre al decesso della madre; al punto che nell'antichità era effettuato solo post mortem. Nel Medioevo si diffuse la preoccupazione che il neonato in pericolo dovesse essere al più presto battezzato per avere salva l’anima, sia procedendo alla sezione cesarea sia intervenendo con apposite siringhe o pompette intinte nell'acqua santa. Ne parlava, ancora nel 1745, il sacerdote Francesco Emanuele Cangiamila in un trattato di Embriologia Sacra. Quando il parto era ostacolato e la vita della madre era in pericolo, si poteva procedere all'embriotomia:  un aborto terapeutico particolarmente cruento (e poco sicuro per la puerpera a causa del pericolo di infezioni) che veniva eseguito al settimo o ottavo mese di gestazione. Infine, anche quando questo intervento era escluso – ad esempio per una malformazione del bacino della donna – non rimaneva  che ricorrere al cesareo, salvando il bambino ma abbandonando la madre al suo destino di morte.


L’ultimo libro di Paolo Mazzarello, storico della medicina all'università di Pavia, ha due protagonisti. Il primo è Giulia Cavallini, una ragazza ricoverata per una gravidanza presso il nosocomio pavese nella primavera del 1876, che univa un bel volto ad un fisico gracile; il secondo è l’ostetrico e ginecologo  Edoardo Porro, un medico ex garibaldino di idee progressiste, deciso ad andare contro una prassi consolidata tra i propri colleghi e fare un intervento chirurgico rivoluzionario che mirava a salvare la giovane insieme alla creatura che portava in grembo. Resosi conto che i pericoli maggiori durante l’intervento cesareo erano le emorragie e la sepsi, e dopo aver constatato che invece gli interventi di laparotomia addominale erano generalmente efficaci, Porro decise che per “salvare anche la madre” era necessario asportare completamente e rapidamente l’utero ferito, eliminando radicalmente la fonte delle complicazioni che conducevano quasi invariabilmente alla morte della paziente. Eseguito – come si usava a quel tempo – di fronte ad un folto gruppo di studenti di medicina dell'università ticinense, e con un grande numero di assistenti per procedere in fretta ed evitare setticemie, l’intervento cesareo “alla Porro” riuscì perfettamente, anche se andava contro “i libri e la prassi”, e Giulia poté tornare a casa sana e salva con la sua bambina.


Le ragioni che spinsero Edoardo Porro ad avere una particolare empatia per le sue pazienti e a sviluppare un “metodo” per salvarle sono molteplici e in parte hanno a che fare con la sua particolare esperienza del dolore: nel 1871, a ventinove anni, il medico contrasse la sifilide da una paziente mentre eseguiva una “manovra ostetrica” per facilitare il parto e la sua vita ne fu segnata per sempre.


Il metodo cesareo di Porro ebbe successo e fu impiegato per una ventina d’anni prima di essere sostituito da interventi conservativi meno debilitanti. Inizialmente, però, alcuni colleghi invidiosi accusarono il medico di “immoralità” perché il suo intervento, rimuovendo l’utero, rendeva le donne sterili. Porro avrebbe potuto rispondere semplicemente che nelle gestanti con malformazioni pelviche tali da impedire il parto naturale, ogni gravidanza poteva significare una condanna a morte. Ma da buon spirito conciliatore, preferì invece cercare un consenso presso il vescovo di Pavia, il quale, citando san Tommaso, dichiarò che la sterilità acquisita era il male minore se paragonato al decesso della madre. E d’altra parte – concludeva il prelato – la Chiesa aveva impiegato per secoli cantori castrati perché lodassero al meglio la gloria di Dio.


La lettura della vicenda di Edoardo Porro e Giulia Lazzarini ci trasporta in un mondo molto diverso dal nostro, offrendoci l’occasione di riflettere dal punto di vista storico, scientifico e culturale, su come la pratica medica abbia combattuto e continui a combattere la sua incessante battaglia contro il dolore e la sofferenza umana.