INTERVISTA A VALERIO VARESI

a cura di Arianna Ricci

 

"La detective story, come la creò Poe, è qualcosa di specializzato e intellettuale come un problema di scacchi, mentre la migliore fiction poliziesca Inglese si basa meno sulla bellezza del problema matematico e molto di più sull'elemento umano intangibile." - T.S. Eliot

La tradizione del giallo cambia, con l'ambiente (letterario, sì, ma anche sociale), con l'epoca, ma soprattutto con gli scrittori, che oggi si servono di questo genere in modi e con scopi totalmente diversi dal passato. A spiegare tutto ciò, a partire dalla sua stessa opera, Valerio Varesi, giornalista di La Repubblica, e autore di gialli, e non solo...

Sulle presentazioni di alcuni dei tuoi romanzi si legge che tu, giornalista da tanto tempo, scrivi i tuoi articoli come Soneri indaga i suoi casi. Inoltre, uno dei tuoi primi titoli, Ultime notizie di una fuga, è ispirato ad un reale caso di cronaca nera. Come il tuo lavoro di giornalista influenza i tuoi romanzi?

Incide molto perché le storie, le vicende, i personaggi che incontro svolgendo il lavoro di giornalista poi finiscono per alimentare la mia attività di scrittore. Cioè, ci sono delle storie emblematiche che mi vengono dalla vita reale, che sono molto utilizzabili e fruibili per essere poi trasposte in una storia di finzione. In qualche modo io smonto la realtà e la rimonto, come uno sfasciacarrozze, prendo dei pezzi da molte parti e li assemblo come se fossero automobili, compongo un'automobile mia, e, in qualche modo, tutto questo lavoro di giornale mi serve tanto. Ci sono delle storie che io ho proprio preso, elaborandole dalla realtà: molti miei libri sono nati da un flash, da un'impressione che ho avuto in rapporto ad una storia, ad una vicenda reale, che poi ho trasposto ed ho elaborato come vicenda di finzione. Probabilmente... Anzi, certamente, perché in quella storia ho ravvisato un'emblematicità, cioè una caratteristica che si prestava per essere poi usata in una storia di finzione. È un po' come far viaggiare le idee su un corpo vero, sulla carne, i muscoli, le ossa di una storia vera. E poi la finzione ha la possibilità di poter raccontare molto più liberamente! Nel caso dei misteri Italiani, ad esempio, ci sono scrittori che attraverso storie di finzione hanno raccontato storie reali, andando molto al di là di quella che è la verità accertata, dimostrabile, giudiziaria, e andando molto al di là di quello che può essere il lavoro del giornalista che, come quello del magistrato, è tenuto a fornire la prova di quello che scrive.

 

Nei tuoi romanzi, tu ti schieri contro lo stile dei primi gialli di stampo positivistico, dove l'indagatore è colui che, con la sua ragione, controlla la natura e arriva dritto alla soluzione. Il tuo commissario Soneri, invece, si discosta da questo profilo: oltre ad essere un investigatore è un uomo, un buongustaio e un amante dei sigari toscani, ma anche un taciturno con le sue manie e le sue "fisime" comportamentali. Dunque, in questo diverso tipo di giallo, qual è il tuo rapporto con il metodo di indagine?

Potremmo dire che se l'investigatore di stampo anglosassone di un po' di anni fa', come

l'investigatore Conandoliano, era deduttivo, invece Soneri è un personaggio induttivo. Cioè Soneri si lascia assorbire molto dalla realtà con cui viene in contatto, non ha certezze, non parte da un presupposto scientifico. L'investigatore Conandoliano era l'esempio di quel tipo di borghesia che aveva fiducia nella scienza e nella ragione; oggi questo atteggiamento si è capovolto, nel senso che la realtà molto spesso è indomabile, e quindi Soneri è pieno di dubbi di fronte ad essa e si lascia influenzare, assorbe come una spugna tutte le suggestioni e tutti gli indizi che la situazione gli offre, poi da lì parte attraverso anche una buona dose di intuito e trova la pista su cui indagare. In altre parole, il suo è un grosso lavoro istruttorio, di raccolta di informazioni, di dati, di sensazioni, e da lì salta fuori quella che secondo lui è la strada da percorrere. Un'idea investigativa iniziale non ce l'ha, se la forma nel corso dell'indagine. Per Soneri indagare vuol dire sollevare polveroni, cosicché alla fine le domande saranno più numerose di quante non siano state all'inizio.

 

L'altro elemento nuovo rispetto al passato su cui i tuoi romanzi si concentrano è il perché qualcuno uccide, oltre al chi è stato, cioè l'indagine sulla psicologia dell'assassino e sulle sue sfumature, piuttosto che non sulla distinzione netta tra bene e male. Quali messaggi cerchi di trasmettere ai lettori con questa scelta?

"Chi è stato a uccidere?" è una domanda molto classica del giallo, quindi "l'assassino?", "chi ha premuto il grilletto?", "chi ha dato la coltellata?", "chi ha messo il veleno?", etc... Ed è l'esempio del giallo rassicurante in cui alla fine il reo viene sempre "associato alle patrie galere", come si diceva, e quindi in qualche modo ristabilito l'ordine. Nei miei romanzi invece è molto più preminente la domanda del noir, cioè "perché è successo?", allora se ci si mette da questo punto di vista, del chiedersi perché è successo che qualcuno abbia ammazzato qualcun altro, è evidente che la prospettiva cambia e l'indagine non è solo sul delitto, ma magari quel delitto e quell'indagine quasi sempre si estendono alle ragioni, quindi al contorno, al contesto in cui matura quel delitto e, in definitiva, l'indagine diventa, sì, un'indagine su un fatto di sangue, ma anche e soprattutto su una società che ha prodotto quel fatto di sangue. In questo senso, chiedermi perché è successo mi offre

il destro per indagare sulla società intera in cui è avvenuto quel fatto, e diventa un romanzo civile. Qualcuno l'ha definito un "nuovo romanzo sociale", io non so se sia veramente questo, però in qualche modo la narrativa noir e gialla è molto impegnata, perché si occupa del mondo, della società, non solo di un delitto, e non è più solo un giallo enigmistico, cioè una sfida col lettore, come dire, "a colpi di scena", ma è invece qualcosa che crea un'indagine molto allargata sulla società di oggi.

 

Riallacciandomi a quanto hai appena detto: si legge spesso che tu sei, appunto, uno dei maggiori rappresentati del genere "giallo sociale", che utilizza l'ambiente del giallo e del noir per trasmettere al lettore un messaggio di denuncia, oltre che una storia accattivante. In che modo ti servi di questo genere nei tuoi romanzi?

Io cerco di manifestare anche quello che è il disagio diffuso di un mondo che è criminogeno, che crea violenza, soprattutto perché è spostato un ordine di valori da sociali e politici a economici e consumistici, e, ultimamente, una dinamica eminentemente finanziaria. In qualche modo cerco di rappresentare una società che è fortemente votata all'io, all'auto-celebrazione, a proporre un modello individualista che non tiene conto di un contesto sociale e della lotta degli individui per prevalere, quindi, in qualche modo, è questo il messaggio che io cerco di trasmettere attraverso delle storie, come, per esempio, nell'ultimo libro in cui ho raccontato la decadenza di una città come Parma, che ha avuto un sindaco arrestato con tanto di manette, perché è una città corrotta e animata da moventi che sono soltanto di tipo egoistico ed economico, non più sociale come invece era fino agli anni '80. Insomma io racconto, attraverso delle storie, la trasformazione dalla società del noi alla società dell'io, con tutte le deformazioni che questo comporta anche dal punto di vista criminale. In fondo, è quello che fece già Scerbanenco negli anni '60 quando raccontava la Milano in trasformazione, travolta dal benessere, dal denaro, con un cambio di pelle e di valori che avevano portato anche ad un nuovo tipo di violenza. Oggi io cerco di raccontare questo cambiamento, attraverso le vicende di una città di provincia, ma che potrebbe essere la medietà Italiana, cioè io credo che succeda anche in molte altre parti d'Italia.

 

Tu ti sei occupato di diversi generi, anche ispirandoti a fatti di cronaca realmente accaduti, e con La Sentenza e Il Rivoluzionario sei approdato al romanzo storico. In questi casi, come hai bilanciato le fonti storiche e la finzione narrativa? Come scrittore e come lettore, quanta importanza ritieni che abbia la fedeltà ai dati storici e quanta la fiction?

Intanto, La Sentenza e Il Rivoluzionario sono romanzi storici che in cui faccio un passo indietro nel nostro passato prossimo, quindi uno parla della Resistenza fino al '45, l'altro parla dell'Italia del Dopoguerra dal '45 al 2 Agosto 1980. Lì ho mischiato. Nel primo caso, ho raccontato vicende vere, chiaramente reinterpretandole un po', nel senso che i personaggi hanno una vita, uno svolgimento all'interno del romanzo che è stato di fatto inventato, pur tenendo presente quella che è stata la loro vicenda reale: io ho cercato di interpretarla e quindi ci ho messo dentro un po' di finzione, ma totalmente in chiave romanzesca. Ho romanzato le loro storie, che però sono reali. Nel secondo caso, invece, ho ricostruito la parabola di una generazione, quella dei ventenni nel '45, con due comunisti che attraversano trentacinque anni di storia e lì questi due personaggi sono inventati, e quindi ho cercato attraverso la finzione di interpretare questa generazione. Un uomo e una donna, una coppia, che riassumono una generazione, con i loro comportamenti, con i loro modi di essere e con le loro preoccupazioni. Il contesto di queste due vite è un contesto reale, quindi ho mischiato personaggi di finzione con personaggi reali. Accanto a questi due ci sono Giuseppe Dozza, Renato Zangheri, ci sono i personaggi della politica nazionale... Chiaramente, i fatti storici non si possono modificare, sono qualcosa di fissato. Dozza è quello lì. Certo, ho messo in bocca a Dozza delle frasi e delle parole che magari Dozza non ha pronunciato, o azioni che può aver fatto ma anche non aver fatto, ma la figura è reale e anche quello che ho inventato a suo carico è verosimile, nel senso che Dozza può certamente aver detto quelle cose perché erano nelle sue corde. Ho rispettato la fisionomia dei personaggi, pur non avendo la certezza che realmente si siano comportati in quella circostanza in quel modo e abbiano detto quelle parole, certamente però la loro vita è stata riassunta e raccontata in modo abbastanza fedele. I fatti storici, invece, li ho mantenuti com'erano: le elezioni del '48, il '56 dell'Ungheria, il '68 di Praga, il Mozambico, sono tutte cose reali, però le ho largamente interpretate. Ho tenuto fede alla storia ma allo stesso tempo ho cercato di dare vita e spessore ai personaggi, sia quelli di invenzione che quelli realmente esistiti.

 

Quando è comparso Nebbie e delitti sulla scena televisiva, tu hai visto il tuo personaggio trasportato dal romanzo alla sceneggiatura, e al piccolo schermo. Come descrivi l'esperienza? Cos'è cambiato nel passaggio?

Intanto, credo che tutti gli autori vivano un po' il complesso del “figlio sottratto”: una cosa che hai scritto tu, inventato tu, viene presa, le viene dato un volto, un contesto, un mondo di personaggi che anche a latere acquisiscono una fisionomia molto precisa, quindi in qualche modo ti senti un po' esautorato del tuo mondo, ma questa è una sensazione inevitabile. Il passaggio ha prodotto, nella prima serie del 2005 che era tutta tratta dai miei libri, un cambiamento significativo nella trama dei singoli episodi: molti sono stati cambiati, anche tantissimo, erano quasi irriconoscibili, nel senso che, per esempio, la RAI non può prendere posizione politica, quindi tutto quello che c'era di molto politico è stato tolto, la trama è stata molto semplificata e soprattutto certe inquietudini introdotte sono state limate, per forza di cose. La televisione ha bisogno di storie molto semplici, di storie politicamente corrette, e tutto quello che nel libro non rientrava in queste categorie è stato rimosso. Poi, nel passaggio, io sono stato abbastanza fortunato, perché i personaggi, in primis il commissario, non sono stati stravolti, sono stati mantenuti con cura quasi filologica. Ed anche lo scenario, questo scenario di nebbie, di Po, di bruma, è stato conservato pienamente. Nelle serie successive tutto questo si è un po' diluito perché non furono tratte dai miei libri, ma da idee narrative degli sceneggiatori a partire dai personaggi. Allora lì le storie le ho sentite molto meno vicine a me, molto meno originate da me. La terza serie addirittura era assolutamente decontestualizzata, perché da Ferrara si sono spostati a Torino, cambiando anche molte cose, tra cui il regista, il direttore della fotografia... Quella serie infatti non ha avuto un grande successo proprio per questo motivo: tolta dal suo humus reale, cioè la pianura, le nebbie, il Po, non funzionava più come prima. Poi, in realtà, io vivo anche un'altra cosa: il fatto che il personaggio diventa molto più importante dell'autore, perché la tv entra in tutte le case, non è così invece per i libri, quindi molti conoscono il commissario Soneri e pochi conoscono il suo autore. In questo caso è il personaggio che schiaccia l'autore.

 

Insieme ad una decina di autori, tra i quali figurano i nomi di Macchiavelli, Manfredi, Barbolini e Pederiali, hai pubblicato Aelia Laelia Crispis, relativo al mistero della Pietra di Bologna. Per quale motivo ti sei interessato a questa enigmatica lapide? Come hai condotto le tue ricerche, in questa occasione?

Lì fu un lavoro su commissione: fu l'editore che chiese a questi autori, me compreso, di cimentarsi in un racconto su questo mistero, questa Aelia Laelia Crispis definita per negazione, “non è uomo, non è donna, non è assassino, non è... non è... non è...”. Allora abbiamo tutti, credo, lavorato di fantasia nel cercare di immaginare cosa potesse essere questo mistero. In fondo, il mistero è uno dei motivi e delle molle che spingono un autore a scrivere: la curiosità di scoprire anche attraverso la scrittura. Quindi, non mi sono interessato io per primo, anzi, devo confessare che non conoscevo questa pietra Bolognese, poi ho letto un po' di cose su di essa, ed ho inventato una storia. Dunque,

non mi sono avvicinato spontaneamente, sono stato indotto ad interessarmi a lei al fine di scrivere un racconto.

 

Da Ultime notizie di una fuga ai tuoi titoli più recenti, ritieni che qualcosa sia cambiato nel tuo stile letterario o nel tuo metodo di ricerca?

Sì, è cambiato tanto, nello stile soprattutto. Io, se mi rileggo a distanza di tempo, capisco che lì c'era un altro me stesso. La scrittura, si vede, è molto più secca, quasi minimalista, rispetto a quella che uso oggi, ma per altro io uso uno stile diverso in rapporto alle storie che devo raccontare. Lo stile deve essere un po' come un abito: deve essere ritagliato, cucito su misura sulle storie. Infatti io non uso lo stesso stile per La Sentenza e Il Rivoluzionario, confrontato invece allo stile che uso con i gialli, e il libro che uscirà a settembre sarà ancora diverso. Un po' perché io ho voglia di sperimentare, un po' perché tutti noi se moriamo alla sera, rinasciamo un po' nuovi al mattino. Pontiggia ad esempio diceva che non riconosceva i suoi romanzi giovanili, avrebbe voluto riscriverli tutti. Io non sono di questo parere, però è chiaro che io ero un altro, nel senso che avevo sicuramente una sensibilità diversa e dei gusti un po' diversi vent'anni fa rispetto ad oggi. Quindi è

nel corso naturale delle cose anche cambiare, far apparire sulla pagina quelli che sono i

cambiamenti anche dell'autore. Certe volte, invece, c'è una cesura ben precisa, ad esempio, in Il Paese di Saimir, che è un romanzo sulle morti bianche, ci sono stili diversi a seconda di chi parla, c'è proprio una differenziazione. E comunque è uno stile molto più espressivo, molto più crudo nella terminologia e nel lessico, perché richiedeva che fosse così. E poi perché uno non deve fossilizzarsi: uno scrittore deve sempre provare a cambiare, sperimentare vie nuove, trovare nuovi orizzonti di scrittura, per non implodere, per non atrofizzarsi.